Gomorra: la recensione

Gomorra - Matteo GarroneGomorra (Italia, 2008) di Matteo Garrone; con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster.

Due ragazzi, con addosso solo mutande e scarpe, sono in spiaggia; attorno a loro il vuoto, di fronte a loro solo l'acqua. Marco e Ciro prendono delle armi, rubate in precedenza: pistole, mitraglie, addirittura kalashnikov. Sparano urlando, sentendosi forti e padroni del mondo. Il potere che hanno in mano consente addirittura, con un colpo solo, di far esplodere una barca.

Come Al Pacino in Scarface, ora anche Miami potrà essere ai loro piedi: basta fare la guerra. La loro è solo una delle cinque, sconvolgenti storie che fanno parte di Gomorra, il nuovo film di Matteo Garrone, in corsa per la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. Cinque storie di ordinaria follia, tratte dal best seller di Roberto Saviano, che ha avuto il coraggio di mettere su carta le atroci verità sulla camorra nel quartiere napoletano di Scampia.

Una guerra che viene descritta nella sua normalità più agghiacciante: c'è chi ogni giorno paga le famiglie dei detenuti del clan a cui appartiene, c'è chi smaltisce i rifiuti tossici del Nord portandoli a Napoli, c'è chi lavora come sarto e rischia la pelle per aver "venduto" le sue lezioni alla concorrenza cinese. E poi ci sono i giovani: oltre a Marco e Ciro, anche Totò, che dopo una prova a suon di pallottole entra nel giro già a 13 anni...

Bastano cinque storie per rendere l'idea di quella grande "industria" che parte dalla gente più normale ed arriva a condizionare sovrastrutture mondiali? L'interrogativo alla lunga sembra anche inutile. Gomorra di Garrone non è Gomorra di Saviano: non poteva esserlo sin dall'inizio, perché l'aver semplicemente trasportato su pellicola quelle pagine sarebbe stata una mossa suicida.

La scelta degli sceneggiatori (sei in tutto, tra cui sia Garrone che Saviano) sembra perfetta per raccontare con occhio limpido una realtà che se si vede passa sempre troppo inosservata. Il film è abilmente costruito con una tecnica che abbandona i barocchismi e si adatta alle storie che racconta: gli abbondanti primi piani, che lasciano fuori fuoco personaggi e paesaggi che stanno dietro per concentrarsi sulle espressioni dei protagonisti, i campi lunghi che contribuiscono a creare inquadrature perfette per far vedere le desolanti ambientazioni, sono solo necessari e mai fuori luogo.

Altra scelta perfetta è quella di aver lasciato gli attori parlare nel loro dialetto, e quindi sottotitolarli, per rendere ancora di più la vita di persone che ogni giorno si scontrano con la morte e col sangue, che macchia soldi e anime forse un tempo innocenti. E la tensione, soprattutto nella seconda parte, è a tratti quasi insostenibile.

Le didascalie finali sono solo l'ultimo pugno nello stomaco verso lo spettatore, dopo un finale che non lascia più speranze. Se il film si apre con la morte, non può far altro che richiudersi nuovamente con la morte: a Scampia, la legge è ancora dettata da loro, che continueranno a spargere cadaveri come se fosse la normalità. A meno che non si decida di voltare le spalle al marcio, come decide di fare Roberto dopo aver affrontato Franco (un sempre ottimo Servillo): la sua ultima scena è uno dei pochi bagliori di speranza in un film cupissimo, amaro e terribile.

Voto Gabriele: 9
Voto Federico: 9
Voto Simona: 8.5

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