Savage Grace: recensione

Savage Grace (Savage Grace, Spagna / USA, 2007) di Tom Kalin; con Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne, Elena Anaya, Unax Ugalde, Belén Rueda, Hugh Dancy, Simon Andreu, Jim Arnold, Xavier Capdet, Barney Clark, Abel Folk, Mapi Galán. Il fatto di cronaca è duro e sconvolgente: negli anni ’70, una madre di famiglia, tradita dal

Savage Grace - Tom Kalin Savage Grace (Savage Grace, Spagna / USA, 2007) di Tom Kalin; con Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne, Elena Anaya, Unax Ugalde, Belén Rueda, Hugh Dancy, Simon Andreu, Jim Arnold, Xavier Capdet, Barney Clark, Abel Folk, Mapi Galán.

Il fatto di cronaca è duro e sconvolgente: negli anni ’70, una madre di famiglia, tradita dal ricchissimo marito, scopre che il figlio è omosessuale; inizia con lui un rapporto sempre più morboso, fino all’incesto. Finisce tutto in tragedia. Dopo essere passato a Cannes e con un argomento del genere chi si aspettava che Savage Grace uscisse addirittura in qualche sala?

Certo, è venduto come saldo estivo e buttato in una manciata di salette, ma è già qualcosa, e chi non riuscirà a vederselo ora può sperare in una veloce edizione in dvd. Il film comunque prometteva polemiche e scandalo, e soprattutto al festival tutto ciò non è mancato: ma a vedere il film di Tom Kalin si capisce che lo scandalo è dovuto più che altro al tema di partenza della pellicola.

Kalin, riconosciuto come uno dei fondatori del Nuovo Cinema Queer (ma prima o poi bisognerà fare ordine su questa definizione e sugli autori che contano), racconta una storia che di per sè rappresenta una piccola novità e ne tira fuori un film debole, indeciso su che strade prendere e abbastanza sfilacciato nella narrazione.

Un vero peccato, tra l’altro, che Savage Grace sembri, col senno di poi, creato per far sì che dopo un’ora e venti si arrivi ad una scena madre che dovrebbe rappresentare l’apice dello shock e della tensione emotiva, ossia il rapporto sessuale tra madre e figlio: il momento, comunque, è a serio rischio ridicolo.

Se c’è un motivo per cui si resta interessati al secondo lungometraggio di Kalin forse è perché madre e figlio si spostano continuamente da una parte all’altra del mappamondo: ma la tensione emotiva, l’approfondimento psicologico e le relazioni interpersonali si perdono tra un viaggio e l’altro, e non si arriva mai a graffiare sotto la superficie (che è anche un po’ laccata).

Il tema forse non sarebbe stato appropriato per un John Cameron Mitchell, ma sicuramente l’avrebbe reso più provocatorio (se ce n’era davvero il bisogno), più disperato e più commovente. O forse semplicemente ci voleva la classicità / postmodernità di un autore a tutto tondo come Todd Haynes, autore di quel piccolo capolavoro qual è Lontano dal paradiso a cui Savage Grace sembra ogni tanto rifarsi.

Non è poi un caso che in entrambe le pellicole ci sia Julianne Moore, volto intensissimo, serio e impegnato che non si è tirata indietro di fronte ad un ruolo comunque complicatissimo e delicato. A lei spetta il compito di recitare in momenti a volte addirittura un po’ imbarazzanti, a lei spettano scene in cui deve essere antipaticamente snob e altri in cui dev’essere sinceramente volgare, e a lei spettano scene di risa e pianto. Comunque la pensiate, è lei che vale il prezzo del biglietto.

Voto Gabriele: 5

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