Cineblog consiglia: I Soliti Ignoti

I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman, Renato Salvatori, Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia, Carlo Pisacane, Totò, Claudia Cardinale, Carla Gravina, Memmo Carotenuto. Stasera 30 giugno su La7 alle ore 21:10 Ci sono dei film che non ti stancheresti mai di vedere e rivedere all’infinito. Italo Calvino diceva che, quando ci si riferisce

di mario,

i soliti ignoti locandina I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman, Renato Salvatori, Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia, Carlo Pisacane, Totò, Claudia Cardinale, Carla Gravina, Memmo Carotenuto.

Stasera 30 giugno su La7 alle ore 21:10

Ci sono dei film che non ti stancheresti mai di vedere e rivedere all’infinito. Italo Calvino diceva che, quando ci si riferisce a dei testi “classici”, non si parla mai di leggere ma sempre di ri-leggere. Trasponendo il discorso al testo filmico, ci rendiamo conto che calza a pennello per questa opera di Mario Monicelli, considerata non solo uno dei capisaldi del cinema italiano, ma anche (e soprattutto, nell’ambito della storia del cinema) capostipite di un nuovo modo di intendere la commedia, che porterà al fiorire del genere “commedia all’italiana”.

I soliti ignoti narra le disavventure di una banda di ladruncoli che sognano di fare il grande colpo per dare una svolta definitiva alle loro vite vissute sempre in bilico fra incertezza e miserie. Gli aspiranti milionari sono: Peppe (Gassman), pugile dalle scarse speranze, Mario (Salvatori) che si fa ancora mantenere dalle “zie”, Tiberio (Mastroianni) che deve badare al piccolo figlio perché la moglie è in galera, Ferribotte (Murgia), siciliano all’antica che costringe sua sorella (Cardinale) a restare chiusa in casa, Capannelle (Pisacane) sempre in cerca di qualcosa da mangiare. E poi c’è Totò, ladro di gran fama nell’ambiente, che insegna loro la sacra arte dello scassinare una cassaforte.


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All’inizio sembra tutto facile, quando la banda trova (con un inganno ai danni del povero Carotenuto) un agevole bersaglio in un monte dei pegni confinante con un appartamento abitato da due donne e dalla loro colf (Gravina), opportunamente sedotta dall’aitante Peppe.

Ma dalla teoria ai fatti, il furto si rivelerà ben più complesso del previsto, rivelando la banda del buco per quello che è: un gruppo di bonari maldestri alle prese con qualcosa di più grande di loro (e la frase pronunciata ad un certo punto da Tiberio la dice lunga: “Rubare è un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare.”).

Il film, per il quale la parola capolavoro non è assolutamente uno spreco, si avvale di una sceneggiatura, ad opera di Age, Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, veramente perfetta, che dona ad ogni personaggio una vita propria ed uno stile unico, regalando al contempo risate sane ed intelligenti. Si avvale della regia di un maestro (a conti fatti l’ultimo grande maestro ancora in vita) quale Monicelli.

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Ma soprattutto è impreziosito dalla prova corale di un gruppo di attori di una bravura che il cinema italiano non vedrà mai più (salvo poche giuste eccezioni), affossato dall’imperversare della televisione e dal degenerare proprio del concetto di “commedia all’italiana” che tante opere fresche ha saputo regalare nei 60-70: Gassman, alla prima prova da attore di commedia, che farà di questo tipo di personaggi il suo cavallo di battaglia (e che con Monicelli inventerà il fantastico mondo di Brancaleone), Mastroianni perfetto nei panni dell’imbranato padre di famiglia costretto al furto con un braccio ingessato, Totò, vero signore del cinema italiano, per troppo tempo incompreso dalla critica che rifiutava di comprendere la sua grandezza, Cardinale, ai suoi esordi, che, pur limitandosi ad esistere sullo schermo, mostra già tutta la sua mediterranea bellezza. A questi si affianca una serie di caratteristi di grande carattere: Carotenuto (che porta la morte nell’ambito della commedia), Murgia irresistibile siciliano, Pisacane che strappa più di un sorriso per il suo essere maldestro, Salvatori, troppo spesso perso in commediole di basso valore.

L’importanza del film è confermata dalla lunga serie di riconoscimenti di cui fu oggetto alla sua uscita: 2 Nastri d’argento (alla sceneggiatura e Vittorio Gassman), Vela d’oro al Festival di Locarno, nonché una prestigiosa nomination all’Oscar. Premi a cui si aggiunse l’enorme successo di pubblico nelle sale.

Nient’altro da aggiungere, se non un vivo consiglio a (ri)vedere questo film, vivo emblema di come la commedia italiana sapesse divertire senza perdere il suo sguardo intelligente sulla realtà sociale (eredità del neorealismo), e di come oggi questa alchimia, purtroppo, forse non esista più.

Voto Mario: 10

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