Vita di Assayas, morte di Oshima

Apres Mai diventa in Italia “Qualcosa nell’aria”….

La notizia di cronaca si è ingiallita e le foglie sono cadute sulla tomba di Nagisha Oshima, uno dei più grandi registi giapponesi. Amo molto i vecchi maestri del Giappone, come Kurosawa ad esempio, ma Oshima è il mio preferito, per come ha seguito i maestri ed è diventato maestro lui stesso.

La notizia di cronaca è fresca come un petalo di rosa, ma un titolo italiano la guasta, la ciancica, ce la restituisce masticata. Che schifo. Riguarda il film di Olivier Assayas che ha avuto un bel successo a Venezia e che ora è arrivato nella sale. In originale si intitola Aprés mai, “Dopo il maggio”, quello del ’68 per essere chiari. Nella edizione italiana lo hanno chiamato Qualcosa è nell’aria, e così hanno ucciso un bel film che finalmente racconta il Maggio delle rivoluzioni a Parigi nell’anno fatidico senza l’enfasi, la retorica, la nostalgia piagnona, la logorroica con cui tutti i temi del ’68 sono stati sciupati in un modo speciale dal cinema italiano in modo particolare.

Non è la prima volta, anzi, che in Italia massacrano un film traducendo dall’originale in parole, eloquio da idioti. Il massacrato fu in realtà un grande regista, Francois Truffaut, che nel 1970 fece un film buono ma non dei suoi migliori, Domicile coniugal.

I distributori-traduttori cambiarono il titolo volutamente dimesso in Non drammatizziamo…è solo questione di corna”. Che spiega soprattutto una cosa, questa: in Italia è sempre questione di corna, in amore, in politica, nel calcio e nella finanza. Ecco la parte cospicua che informa sulla fronte inutilmente spaziosa il costume nazionale. Assayas non ha protestato, mazzi suoi. Da Venezia, avevo dato giudizi positivi sul film “Après mai”; questo che si chiama “Qualcosa è nell’aria” non so cosa sia. O meglio lo so.

Col titolo originale, la pellicola di Assayas aveva analisi e rimpianto per il fatto che i giovani aderenti al clima del maggio si muovevano in una nebbia di lacrimogeni, violenza, scontri con la polizia, ostilità della Francia gollista; ma avevano in realtà assaporato a narici spalancate il profumo di una promessa di creatività, d’arte, di speranza. Assayas racconta tutto ciò benissimo e sul finale ci dice la verità assoluta sulla disillusione, sulla vergogna di chi urlava alla rivoluzione artistica e pretendeva di comandarla traducendola in politica. I ragazzi, imbevuti di speranza, si ritrovarono nello stagno delle promesse, nella caricatura dell’arte, della miseria creativa dei capi, delle istituzioni, dell’Europa degli inganni culturali, e non solo.

Siamo adesso nel 2013. Sono passati cinquantatre anni dal 1960, l’anno in cui Nagisa Oshima realizzò il suo secondo film “Notte e nebbia del Giappone”, in un paese che era stato alleato con i nazisti, bombardato da uno tsunami aereo senza pietà (migliaia di morti), battuto dagli Stati Uniti d’America.

Il Giappone, paese imperiale, di cui la letteratura e il cinema ci hanno mostrato in modo mirabile la crudeltà dei samurai e la dolcezza delle gheishe, l’arroganza dei nobili potenti e la disperazione della plebe venuta al mondo in un sudario di morte.

L’eco di queste tragedie Oshima ce le fa sentire, sonore, prepotenti, nella lotta interna alla sinistra che si scatenò ai tempi in cui il Paese del Sol Levante doveva accettare il trattato di integrazione militare nippo- americano. Una tragedia dopo l’altra, secondo i piani organizzati nella pace dei lutti dai vincitore; il prezzo pagato dai giapponesi e soprattutto dai giovani per la sfida dell’Imperatore costellata di kamikaze,e di suicidi morti ammazzati sui fronti di combattimento.

Oshima ci ha “fatto” sentire di tutte le tragedie quella che è la tragedia più atroce: oltre alla sconfitta e alla pena, l’”obbligo” di diventare in fretta un altro paese, sotto l’ala protettiva del dollaro.

Oshima, quello di “La cerimonia” (la morte sempre in agguato), “Ecco l’impero dei sensi” (la morte della virilità per mano dell’eros), “Furyo” (ancora i sensi, l’eros, l’omosessualità come amore che scavalca il fossato tra un prigioniero di guerra e il comandante del campo, due mentalità, due corpi, due volti, due colori). Capolavori.

Scompariranno? I drammi, le tragedie, gli amori sofferti, da un lato; i giovani che credono nei bagliori dell’arte e delle parole d’ordine, e cadono nel vuoto senza luce. Ma come si fa a intitolare “qualcosa è nell’aria”: pare uno slogan di un insetticida.

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