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Il cinema unchained di Tarantino

Un omaggio a Quentin e al suo cinema “scatenato”.


Senza catene, o, per meglio dire, “scatenato” il cinema di Tarantino lo è da sempre. Perché se c’è un’emozione, fra tutte, che domina lo spettatore al termine di ogni suo film questa può essere identificata come una salutare, incontrollata “perdita di freni” (nel senso positivo del termine però). Ma andiamo con ordine e iniziamo dalla fine.

Bastardi senza gloria ci aveva lasciato con l’impagabile, benché effimera, sensazione di aver fatto collettivamente la festa al bastardo n.1 e alla sua accolita di nazisti. Che poi ad annunciargli la fine (guarda caso da uno schermo) ci fosse una meravigliosa e luciferina Melanie Laurent rendeva l’esperienza ancora più esaltante e meta-cinematografica: la sala bruciava nella finzione mentre il pubblico in sala “bruciava” di eccitazione. Da applausi.

Prima ancora era stata la volta di “A prova di morte”, sottovalutata metà del dittico “Grindhouse”: alzi la mano chi all’epoca non scalpitava quando quella carogna di Kurt Russel riceveva il (meritato) benservito da tre graziose e unchained fanciulle, capitanate dall’incredibile Zoe Bell e sulle note di una comica e liberatoria “Chick Habit”. Euforia e risate del pubblico mentre piombavano i calci delle giustiziere sull’aguzzino, il tutto senza troppo vergognarsi di ridere nel sangue.

Già perché, paradossalmente, quella violenza di cui qualche giornalista (ancora?) chiede il conto a Tarantino, risulta parte di un rito quasi “necessario” all’interno del suo cinema ed è tutto fuorchè una rappresentazione immorale o disturbante. Per lui che ama sciogliere le catene del lessico cinematografico, la violenza esprime solo il gradiente, sia estetico che ideologico, di un più ampio discorso decostruttivo sui generi stessi; è il significante ma non il significato del suo cinema.

Pensiamo alle mattanze o ai furiosi corpo a corpo che si susseguono in quel poema-pop sulla vengeance che è “Kill Bill”: lasciano ammirati per maestria registica e abilità inventiva, ma non esaltano quanto la dolcezza del finale riconciliatorio della Sposa con la figlia, o della felpata ed elegante chiusura in macchina sulle note di “Midnight Moon”.

In quell’occasione Tarantino è riuscito a lasciarci una volta di più entusiasti non (solo) perché ha “blandito” la nostra sete cinefila con abbondanti sorsate di flashback violenti, lussuosamente incorniciati come anime giapponesi o kung-fu movie anni ’70, quanto perché, dopo averci saturato di violenza e iperrealismo, ha “scatenato” in noi la più imprevedibile delle reazioni: la commozione.

Proprio come accadeva con “Jackie Brown”. Qui addirittura non gli servono né le katane di “Kill Bill”, né le sputapiombo di “Pulp Fiction” per far esplodere i corpi e i generi,; basta già l’eleganza felina di Pam Grier, da lui inquadrata con occhio insolitamente pudico e romantico, a rendere il film qualcosa di più che semplice blaxploitation alla moda.

Tarantino punta dritto al cuore e la sua telecamera, piuttosto che tagliare un orecchio, fa letteralmente a fettine il nostro cuore; una volta ancora ci emoziona, ci esalta e, naturalmente, scatena l’entusiasmo di fronte a un nuovo capolavoro.

Oggi il suo Django “rivisitato” (anche se sarebbe meglio dire reloaded) non è da meno. Scatenato il film, consueta messa in scena tarantiniana costruita sull’alternanza fra dialogo, delirio action e filosofia pulp più vera del vero, ma ancor più scatenato il suo regista che, finalmente alle prese con un opera totalmente western, libera ancora una volta la sua creazione dalle catene stesse dei generi.

Così Django non è (totalmente) un western almeno quanto i film precedenti lo erano già (seppure in maniera seminale). Archiviata l’operazione sulla storicizzazione del falso attuata in “Bastardi senza gloria”, il nostro oggi si cimenta con la storia vera (lo schiavismo) ed innesta dentro il sanguinoso olocausto “nero”, la riscossa dello schiavo Django (con la “d” muta, please), nemesi black dell’odiato padrone bianco, pronta riprendersi a cazzotti e pistole il maltolto.

Non mi soffermerò su ciò che mi ha più o meno entusiasmato lungo le due ore quaranta di visione, (sebbene la prima parte riservi innegabilmente più sorprese), quanto sullo straordinario equilibrio che il regista è riuscito a mantenere fra aderenza filologica al genere, personalizzazione della messa in scena e valorizzazione del sottotesto di denuncia.

Ancora una volta, come già per Inglorius Basterds, non si ride del dramma ma si ride nel dramma, attraverso un intelligente operazione di assimilazione del fatto storico dentro lo stesso, delirante tessuto filmico. E ancora una volta la riscossa dell’eroe diviene, metaforicamente, quella del pubblico, elettrizzata e partecipe “mano armata” del protagonista contro le nefandezze dell’uomo bianco.

Recise ancora una volta le catene fra spettatori e personaggi, il buon Quentin può così galvanizzare i primi con un nuovo (l’ennesimo!) eccitante spettacolo, mentre già consegna i secondi alla granitica consistenza del mito (Christolph Waltz su tutti). E poco importa se “Django” non potrà mai essere un altro capolavoro come “Bastardi”; quel che conta è che il suo cinema continui, fra fiotti di sangue impossibili e ammiccanti zoommate, ad avanzare libero e privo di legacci. Sempre, orgogliosamente unchained.

(Per vedere il disegno in alta risoluzione, cliccateci sopra).

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