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Lincoln: note di produzione, prime clip in italiano e pioggia di curiosità sul film di Steven Spielberg

Finalmente, Lincoln di Steven Spielberg si racconta così

“Se lo schiavismo non è sbagliato, nulla è sbagliato”
Abraham Lincoln, in una lettera datata dicembre 1865

Ormai ci siamo. Ancora poche ore e Lincoln di Steven Spielberg uscirà nei cinema d’Italia. Costato 65 milioni di dollari, il film ne ha raccolti ben 160 solo negli States, tanto da prenotare una cariolata di Premi Oscar il prossimo 24 febbraio. 12 le nomination, ovvero così tante da farlo partire come obbligato favorito dell’Academy, anche se non soprattutto per il tema trattato. Politico, classico, repubblicano. L’epocale addio alla schiavitù firmato Spielberg, con un mostro sacro come Daniel Day-Lewis protagonista.

Ingredienti evidentemente di ‘peso’, per un titolo lungo, molto parlato, storicamente importante e smaccatamente americano. Da noi già recensito in anteprima, con tanto di colonna sonora presa in esame, Lincoln torna ora a farsi notare su Cineblog grazie ad una serie di curiosità legate alla lunga produzione della pellicola, incentrata sugli ultimi mesi di vita del Presidente, appena rieletto per un secondo mandato e desideroso di porre fine ad un’ormai secolare ingiustizia sociale.

Fatti e curiosità da scovare dopo il saltino, spaziando tra musica, fotografia, le prime due clip in italiano e prove recitative, prima di poter correre in sala, a partire da giovedì 24 gennaio.


Storia di Produzione
Negli ultimi quattro mesi di vita del Presidente Abraham Lincoln, il pieno spessore dell’uomo, con la passione e l’umanità che gli erano propri, maturò nella sua battaglia più decisiva: tracciare un nuovo percorso per una nazione devastata, a dispetto di circostanze quanto mai avverse e di pressioni estreme sia nella vita pubblica sia nella sfera privata.

LINCOLN di Steven Spielberg offre un’immersione intima nei momenti più critici e significativi nella vita del leader americano, in un’epoca in cui l’oscura ombra dello schiavismo inizia a dissiparsi e un paese dilaniato dalla guerra deve essere riconciliato. Un complesso dramma umano sconvolge l’America mentre Lincoln moltiplica gli sforzi per fermare la devastante guerra civile non solo ponendo termine al conflitto, ma lottando per far approvare il 13° Emendamento, che abolisce per sempre la schiavitù. Il gesto è una vera e propria sfida, e il Presidente deve attingere a tutte le sue capacità, al coraggio e alla forza d’animo che faranno di lui una leggenda. Lincoln deve vedersela con l’impatto delle sue azioni sul mondo e sui suoi cari. Ma la posta in gioco è ciò che per Lincoln è sempre stata la cosa più importante: costringere il popolo americano e i membri del suo governo di parere opposto a cambiare rotta e puntare più in alto, verso un bene superiore per il genere umano.

Il film, che scaturisce dall’articolata sceneggiatura scritta dal vincitore del premio Pulitzer Tony Kushner, dalla narrazione profondamente umana di Spielberg e dall’interpretazione di Daniel Day-Lewis alla guida di un cast prestigioso, assorbe gli spettatori e li trasporta direttamente al centro degli ultimi avvenimenti nella vita del Presidente americano. Il Lincoln che emerge è un uomo dai marcati paradossi: divertente e solenne, narratore giocoso e mediatore politico tenace, comandante scaltro e padre vulnerabile. E nell’ora più oscura per la nazione, quando gli eventi esigono il massimo dalle persone, Lincoln deve trovare dentro di sé il vigore e la forza che le circostanze richiedono. Spielberg torna a lavorare con il suo abituale e fidato team di collaboratori: il direttore della fotografia Janusz Kaminski, lo scenografo Rick Carter, l’ideatrice dei costumi Joanna Johnston, il montatore Michael Kahn e il compositore John Williams, i cui talenti si sono uniti per trasformare il mondo lacerato dalla guerra, che Lincoln ha cambiato irrevocabilmente nel 1865, in un’esperienza viscerale e contemporanea.


Trovare Lincoln

Abraham Lincoln è un personaggio che da sempre oscilla tra l’uomo e il mito.
Tuttavia, ora più che mai, egli occupa l’immaginario collettivo. Forse ciò si spiega con il fatto che la sua stessa fisionomia è divenuta un simbolo di speranza che il potere possa essere esercitato giudiziosamente. Forse dipende dal fatto che Lincoln è stato l’unico Presidente americano a paventare la possibilità concreta che il grandioso esperimento dell’Unione americana potesse fallire per sempre. O forse è solo la sua stessa vita a rivelare che alcuni esseri umani, con tutti i loro difetti e problemi, possono realizzare l’impensabile e ispirare perfino coloro che sono intrappolati nella guerra e in oscuri retaggi a cambiare direzione e trovare un punto d’unione.

L’idea di Lincoln, visto anche dal suo lato umano più accattivante ma raramente evidente, ha accompagnato Steven Spielberg fin da piccolo. Il regista ha letto di Lincoln, ha pensato a Lincoln ed è diventato sempre più certo che la vita piena e intensa di Lincoln fosse carica di storie che sono non solo intimamente cinematografiche, ma anche profondamente attuali. “Mi è sempre interessato narrare una storia su Lincoln. È una delle figure più avvincenti della storia e della mia vita”, dichiara Spielberg. “Ricordo che avevo quattro o cinque anni quando ho visto il Lincoln Memorial per la prima volta e mi sono spaventato per le dimensioni della statua ma poi, man mano che mi avvicinavo, sono rimasto affascinato dal suo volto. Non dimenticherò mai quel momento, che mi ha sempre lasciato un senso di curiosità per quell’uomo seduto là in alto davanti a me”.

Più cose Spielberg imparava su Lincoln, più cresceva il senso di meraviglia. Aggiunge il regista: “Lincoln ha guidato il nostro paese attraverso i momenti più difficili e ha fatto sopravvivere gli ideali della democrazia americana, ponendo termine allo schiavismo. Ma nel mio film volevo mostrare qualcosa in più. Lincoln era uno statista e un leader militare, ma anche un padre, un marito e un uomo fortemente incline all’introspezione. Volevo raccontare una storia su Lincoln evitando d’incappare nel cinismo e nell’esaltazione eroica, restando fedele allo spessore dell’uomo, agli aspetti più intimi della sua vita e ai tratti più bonari della sua natura”.

A Spielberg e allo sceneggiatore Tony Kushner, che in passato hanno lavorato insieme in “Munich”, sono occorsi dieci anni per individuare la giusta storia da raccontare e il modo giusto per raccontarla. E quando hanno deciso, sorprendentemente la storia ha puntato solo su alcuni intensi mesi nella vita di Lincoln, che però hanno messo in luce l’essenza dell’uomo: genio politico, padre e marito angosciato e, soprattutto, strenuo difensore degli Stati Uniti d’America. Come afferma Spielberg: “Ci siamo concentrati sugli ultimi quattro mesi della vita di Lincoln perché ciò che ha realizzato in quel breve periodo è stato grandioso. Tuttavia, volevamo mostrare che anche lui era un uomo. Abbiamo pensato che il miglior modo per rendere giustizia a quest’essere umano immensamente complicato fosse di descriverlo nel pieno della sua battaglia più difficile: l’approvazione del 13° Emendamento in discussione alla Camera dei Rappresentanti”.

Questo approccio più compatto e coinvolgente ha entusiasmato Spielberg, stimolando il suo istinto cinematografico ad un livello diverso rispetto a qualunque altro film della sua lunga ed eterogenea carriera. “I miei film sono di frequente narrati attraverso le immagini, non le parole. Ma, in questo caso, la fotografia è passata al secondo posto, lasciando ampio spazio alle straordinarie parole di Abraham Lincoln e alla sua presenza”, spiega Spielberg. “Con LINCOLN ero meno interessato a una profusione di immagini e ho preferito far evolvere i momenti più umani della sua storia davanti alla macchina da presa”. Nell’analizzare gli ultimi giorni di Lincoln e focalizzandosi sui passaggi più emozionanti ma anche più accesi del dibattito politico, sulle macchinazioni, sui legami familiari, sulle paure e speranze private, Spielberg e Kushner hanno fatto luce sull’evoluzione di una delle maggiori battaglie nella storia, con tutto il suo carico di coinvolgimento emotivo e di umanità. “Il film è caratterizzato da una certa dose di suspense”, osserva il regista, “e in alcuni momenti potrebbe essere visto come una specie di thriller politico”.

La socia di vecchia data di Spielberg, Kathleen Kennedy, concorda sul fatto che il film segni un’interessante svolta nella carriera del regista. “Steven ha sempre amato la storia e ha realizzato molti film in un’ambientazione storica, quali ‘L’impero del sole’ (Empire of the Sun), ‘Schindler’s List’ e ‘Salvate il soldato Ryan’ (Saving Private Ryan), e si rende conto del fatto che alcuni dei personaggi più interessanti hanno un’origine storica”, ella osserva. “Ma sapeva che con Lincoln non poteva creare una biografia convenzionale. Lui e Tony hanno cercato uno spunto narrativo più intimo per mostrare l’entità dei traguardi raggiunti, esplorando la fine dello schiavismo e altri eventi chiave che hanno avuto luogo durante la sua presidenza”.


Un team di rivali

Fin dall’inizio Spielberg è stato consapevole dell’esistenza di una varietà pressoché infinita di libri che analizzano Lincoln da prospettive diverse. Tuttavia, il regista ambiva a un approccio più fresco e umano, e lo ha trovato in Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin che, dopo la pubblicazione nel 2005, è diventato un mega-bestseller, dimostrandosi uno di quei libri avvincenti che non si riesce a smettere di leggere fino alla fine. Spielberg ha iniziato a parlare con la Goodwin riguardo al suo libro diversi anni prima che lei lo terminasse. I due si erano conosciuti in occasione della celebrazione del Millennio a Washington; in quella circostanza, il regista le aveva chiesto su cosa stesse lavorando in quel momento, mostrando un profondo interesse per il tema, benché il libro non fosse ancora ultimato. “Spielberg era impegnato su altri film e ogni tanto mi chiamava dal set chiedendo: ‘Che cosa ha fatto oggi Lincoln?’. Poi, un giorno ha opzionato i diritti del libro”, ricorda l’autrice.

Quando è stato pubblicato, l’accoglienza calorosa ricevuta dal libro ha rivelato che la gente desiderava conoscere quel particolare aspetto della vita di Lincoln che la Goodwin aveva trattato: il modo in cui era riuscito a realizzare alcuni enormi cambiamenti per il bene della nazione in un’epoca caratterizzata da acerrime divisioni. Il “team di rivali” nel titolo del libro si riferisce ai tre oppositori sui quali Lincoln ebbe la meglio durante le elezioni presidenziali del 1860, salvo poi invitarli a far parte del suo Gabinetto. La coraggiosa iniziativa incarnava le maggiori qualità di Lincoln: il saper andare d’accordo con i rivali, il genio politico e la bussola stabilmente puntata verso le verità universali della giustizia e dei diritti civili e verso una migliore unione.

L’iniziativa era anche il cuore di quello che forse è il suo traguardo più singolare: portare la nazione a sostenere “la nuova nascita della libertà” e porre fine alla pratica immorale della schiavitù al termine della Guerra civile, non solo simbolicamente, ma attraverso un emendamento costituzionale che avrebbe reso l’abolizione dello schiavismo un fondamento permanente della legge nazionale. Come ci riuscì? La Goodwin afferma che Lincoln aveva un’idea molto chiara delle conseguenze inimmaginabili di un eventuale fallimento. “Per Lincoln era indispensabile ottenere l’approvazione del 13° Emendamento perché, se fosse divenuto parte della Costituzione degli Stati Uniti, di cui lui aveva un profondo rispetto, allora lo schiavismo sarebbe stato abolito per sempre. Quindi, egli si avvalse di tutta la sua capacità politica, fece ricorso alle sue relazioni più strette e anche alle conoscenze più superficiali, e attinse alla sua abilità di persuasione per far approvare il 13° Emendamento. Soltanto allora sarebbe stato certo che lo schiavismo era definitivamente finito”.

E aggiunge l’autrice: “Credo che il nocciolo della questione fosse ciò che aveva sempre pensato di questo paese: che poteva essere, come amava ripetere, un faro di speranza per tutto il mondo”. Spielberg è rimasto affascinato dal libro della Goodwin. “Quasi ogni pagina poteva essere una perfetta storia cinematografica”, medita il regista. “Ma la cosa più importante è stata lo spirito dell’uomo che lei ha catturato. Qualunque film avessimo girato, era indispensabile attenerci a questa verità”. All’inizio, la Goodwin ha invitato Spielberg e Kushner a una tavola rotonda di esperti su Lincoln per dare loro un senso del difficile territorio in cui avrebbero viaggiato, ed è rimasta sorpresa dalla loro capacità di calarsi nel contesto.“È stata una giornata incredibile”, ricorda l’autrice. “In seguito, tutti gli storici presenti mi hanno scritto per dirmi quanto fossero stati colpiti da Steven e dalla sua conoscenza di Lincoln: la Guerra civile, l’abolizionismo, Mary, tutto. Subito dopo, Tony e io abbiamo iniziato a scambiarci delle mail riguardo a diversi aspetti della vita di Lincoln, e mi sono convinta che nessuno avrebbe potuto fare un lavoro migliore del loro”.



Una sceneggiatura di 500 pagine e un’idea geniale

Spielberg ha sempre pensato che Tony Kushner — che nel 1993 ha vinto il premio Pulitzer con la commedia Angels in America e ha trasformato alcuni eventi contemporanei in una sceneggiatura candidata all’Oscar® con “Munich” — avesse quel tipo di mente intricata e quell’amore profondo per la storia americana necessari per trasformare il libro della Goodwin in una sceneggiatura.

Analogamente a Spielberg, anche Kushner è stato catturato dal libro, ma era certo che nessun film sarebbe riuscito a racchiudere l’intero colosso di 800 pagine. “La narrazione è straordinaria ed emozionante”, egli afferma. “È evidente che il libro non può essere trasformato in un film di due ore. È talmente pieno di eventi e di personaggi meravigliosi che non è possibile trovare un percorso narrativo lungo tutta la storia”. Individuare un approccio diverso per LINCOLN è diventata una vera e propria sfida. Kushner ha abbandonato un tentativo iniziale di esplorare la vita di Lincoln dal 1863 fino alla sua morte due anni più tardi, perché la storia risultava ancora troppo estesa. Colto da ispirazione, lo sceneggiatore ha scritto una bozza da cui è scaturita una sceneggiatura di 500 pagine, un manoscritto consistente che ha fatto avere a Spielberg. Il regista ricorda: “Era una delle cose più brillanti che avessi mai letto, ma era enorme, epica e semplicemente inattuabile come film. Mentre la leggevo, però, pensavo che la parte più avvincente scritta da Tony fosse quella di una settantina di pagine sulla lotta per l’approvazione del 13° Emendamento”.

Kushner si è nuovamente immerso nella scrittura per altri due anni, cercando di ritagliare dalla bozza iniziale una versione più snella. Poi, inaspettatamente, è arrivata una telefonata da Spielberg. “Ero in macchina, stavo andando nel Connecticut, quando mi ha chiamato sul cellulare”, ricorda Kushner. “Mi ha detto: ‘Vorrei darti un suggerimento, che potresti trovare pazzesco, ma che ne diresti se ci concentrassimo soltanto sul mese di gennaio e sull’approvazione del 13° Emendamento?’. Ricordo che ho dovuto accostare con l’auto perché mi erano venute le vertigini. Steven ha continuato: ‘Trovo questa parte della storia infinitamente emozionante e commovente’. E più lui parlava, più io pensavo che la decisione era davvero coraggiosa e avrebbe sicuramente sorpreso il pubblico. Questa sarebbe stata una parte della storia di Lincoln che la maggioranza delle persone conosce appena”. E aggiunge: “Abbiamo entrambi pensato che fosse un’idea quanto mai puntuale, perché al giorno d’oggi troppa gente ha perso la fiducia nell’autorità del governo, mentre la nostra storia mostra che si possono raggiungere traguardi incredibili e miracolosi attraverso un sistema democratico. Quell’ultimo mese rappresentava anche una lente attraverso cui osservare Lincoln con grande chiarezza. C’erano tutti gli ingredienti che lo caratterizzavano: la famiglia, la vita emotiva e il genio politico. E c’era la suspense di una crisi vera. Lincoln doveva affrontare un dilemma fondamentale: sarebbe riuscito a porre termine allo schiavismo e, al tempo stesso, a tenere insieme gli Stati dell’Unione? E sarebbe riuscito a farlo prima della resa dell’esercito confederato?“.

Restringere il campo ha permesso a Kushner di attingere a piene mani delle sue ricerche approfondite e di mostrare Lincoln come aveva sempre voluto, cioè come un uomo alle prese ogni giorno, ogni istante, con il fango della vita politica, ma guidato da una visione più ampia della nazione e del futuro per i suoi figli. La nuova bozza di sceneggiatura ha anche permesso a Kushner di focalizzarsi su alcune controversie riguardanti i metodi e le convinzioni di Lincoln. Ad esempio, Kushner non ha trascurato l’occasionale evidente appoggio dato allo schiavismo, finalizzato a preservare l’Unione, ma ha messo in luce il fatto che Lincoln dovesse agire ‘dando un colpo al cerchio e uno alla botte’. “Egli faceva il possibile per mantenere un equilibrio, promuovendo da un lato l’idea che la guerra civile dovesse finire con l’abolizione dello schiavismo e, dall’altro, cercando di convincere i Nordisti che i loro figli non stavano morendo per porre fine allo schiavismo. La comprensione e accettazione della necessità di trovare un mezzo per raggiungere uno scopo, credo, è parte di ciò che lo ha reso un grande Presidente”.

Kushner, inoltre, non ha voluto occultare il fatto che Lincoln pretese poteri eccezionali durante la guerra, i più draconiani mai attribuiti a un Presidente degli Stati Uniti, inclusa la sospensione dell’habeas corpus e il potere assoluto di censura sui mezzi di comunicazione. “Indubbiamente, il modo in cui Lincoln alterò l’equilibrio tra poteri fu senza precedenti, ma necessario perché gli permise di continuare la guerra e mantenere insieme l’Unione. Ogni tanto penso che Lincoln abbia consapevolmente superato i limiti, e da qui nascono altre domande riguardanti i mezzi utilizzati e i fini da raggiungere, che sono il cuore del film che abbiamo realizzato”, spiega lo sceneggiatore.

Queste domande si trasformano in qualcosa di umano e vivo nella sceneggiatura di Kushner, attraverso un realismo concreto e un’immersione dinamica nell’atmosfera della Washington, D.C. di Lincoln. Intrecciati fluidamente alle vicende del Presidente, troviamo oltre 140 personaggi, molti dei quali sono celebri personalità e figure affascinanti. “Il processo narrativo è stato complicato”, ammette lo sceneggiatore. “Ma a me è piaciuto perché mettere insieme tutti i pezzi è come risolvere un puzzle mentale. Sono certo che gli spettatori apprezzeranno la storia, anche perché la sceneggiatura era nelle mani di uno dei maggiori esperti di narrativa cinematografica della storia”.

Mentre Kushner ha trascorso dieci anni effettuando ricerche ed estrapolando dagli archivi storici molte frasi vere pronunciate dai personaggi, gran parte di ciò che ha scritto è un connubio di ricerca e immaginazione. “Una delle cose straordinarie di questo film è che sappiamo che gli eventi narrati sono accaduti realmente, ma non sappiamo esattamente quali parole sono state pronunciate, e questo mi ha permesso una discreta autonomia, cosa che ho apprezzato molto. Scrivere la sceneggiatura è stato, come solo era possibile che fosse, un atto d’interpretazione”, egli riassume.

“È parte della bellezza della sceneggiatura”, dichiara Spielberg. “Tony si è immerso nel linguaggio dell’epoca e poi lo ha riformulato a modo suo. Il risultato è un ibrido fra ricerca storica e capacità linguistica di Tony”, osserva il regista. Kushner è stato particolarmente attento a delineare le nette differenze fra gli schieramenti politici del 1865 rispetto al 2012. “Per noi può apparire fuorviante che i Democratici fossero allora il partito conservatore, quello costituito dai secessionisti del Sud, mentre i Repubblicani fossero i progressisti, favorevoli al governo e talvolta anche radicali”, spiega lo sceneggiatore. “È interessante il modo in cui si sono invertite le posizioni”. Durante tutta la fase di redazione della sceneggiatura, Kushner si è avvalso della Goodwin come fonte più attendibile. Anche lei era emozionata per la decisione di limitare il perimetro della storia a un piccolo scorcio, che rappresentava un microcosmo di Lincoln. “Questa storia dice su Lincoln tutto ciò che io ho voluto trasmettere nel mio libro”, ella osserva. “Si manifesta chiaramente la sua malinconia, il senso dell’umorismo e la profonda convinzione dell’importanza di quell’Emendamento. È chiara la sua determinazione a sostenere il peso della consapevolezza che la guerra sarebbe durata più a lungo perché non vi sarebbero stati compromessi sullo schiavismo. È palese la sua lotta interiore. Appaiono chiaramente le persone che lo circondavano e lo appoggiavano. È evidente la sua grandezza politica e il ruolo primario che ha avuto in questa battaglia. Scegliendo di narrare gli eventi legati al 13° Emendamento, il film cattura in un colpo solo l’umanità, la visione politica e il peso che il Presidente volle assumersi”.

La sceneggiatura finale ha catturato tutti coloro che l’hanno letta. “Il modo di scrivere di Tony è affascinante”, dichiara Kathleen Kennedy. “La sceneggiatura è strutturata su più livelli che t’immergono in ogni più piccolo dettaglio del mondo di Lincoln”. Kushner era certo che Spielberg sarebbe riuscito a riportare in vita quel mondo, anche se ciò avrebbe richiesto un approccio insolito. “Steven si reinventa di continuo. Vi sono indubbiamente delle analogie fra tutti i suoi film, ma vi sono anche delle differenze stilistiche notevoli da uno all’altro. Lui riesce ad adattarsi alla storia che sta narrando”, dichiara lo sceneggiatore. “E tuttavia, quando alla fine ho visto il film, la sua crudezza mi ha colpito profondamente. La creazione di Steven appare molto artigianale, con una immersione concreta in ciò che Lincoln vedeva e provava. Lo spirito è molto lincolniano: modesto, tranquillo e concentrato — il che descrive anche l’interpretazione di Daniel Day-Lewis”. La Goodwin, che conosce il mondo di Lincoln meglio di chiunque altro, è d’accordo. Per lei, Spielberg è riuscito a ritagliare una storia viva, una realtà viscerale che avvicina le persone a un’icona più di quanto sia mai avvenuto finora. “Probabilmente, nessun altro avrebbe potuto dirigere LINCOLN e portarlo in vita con tutta la sua umanità, narrando una storia che piacerà a un vasto pubblico ma che non è una semplice biografia. Credo che Steven abbia provato questo senso di responsabilità lungo tutta la produzione”, osserva l’autrice. “Il film presenta Lincoln in un modo che sarà ricordato e spero che ispiri le persone a credere nuovamente nella possibilità di una vera leadership”.



L’interpretazione di Daniel Day-Lewis

L’uomo che il pubblico impara a conoscere in LINCOLN è un eroe complesso e contraddittorio, perfino imperfetto, nel senso più attuale del termine. La sua battaglia per l’approvazione del 13° Emendamento è stata da un lato un punto di svolta per la nazione e dall’altro un baratro per l’uomo. Mentre vinceva abilmente le guerre di potere al Campidoglio, sul fronte familiare Lincoln doveva affrontare la perdita di un figlio, i dissidi con una moglie problematica e la paura di perdere un altro figlio in una guerra che pesava quotidianamente sulla sua anima. Questo intreccio fra i due lati di Lincoln è rappresentato dal due volte vincitore dell’Academy Award® Daniel Day-Lewis. Come afferma Spielberg: “Penso che Daniel, come Tony Kushner, abbia capito Lincoln a un livello subatomico, ben oltre ciò che sarei mai riuscito ad articolare. Non ho mai chiesto a Daniel come facesse a penetrare nel personaggio in quel modo; come si suol dire, ‘a caval donato non si guarda in bocca’. Ne ho preso atto con immensa gratitudine. Con Daniel e Tony sentivo di trovarmi tra due giganti del panorama teatrale e interpretativo e mi ripetevo continuamente: ‘Non intralciarli, onora le parole, cattura l’interpretazione, cogli tutto nel modo migliore possibile. Che lascino il proprio segno’”.

Il ritratto di Lincoln di Day-Lewis ha preso il via dalla sceneggiatura di Kushner, che a sua volta ha preso spunto dal libro di Doris Kearns Goodwin. “La concezione di Lincoln del film è molto vicina all’idea che Doris ha di lui”, spiega Kushner. “Ho letto un gran numero di libri e articoli su Lincoln, ma ho sempre pensato che la prospettiva di Doris fosse un passo avanti. Lei ne ha compreso la mente politica pragmatica, capace di sacrificare l’amicizia per calcolo politico, quando necessario, ma anche il lato lirico e poetico, e quello scherzoso e incline all’umorismo. Citando Walt Whitman, egli conteneva moltitudini”. Come molte persone, Day-Lewis aveva inizialmente una conoscenza sommaria di Lincoln, associata ad esempio ai suoi discorsi, come quello di Gettysburg. “Ma, come essere umano, non sapevo quasi nulla di lui finché non ho imparato a conoscerlo”, dichiara l’attore. La lettura della sceneggiatura ha dato inizio al processo. “In un modo molto articolato, Tony suggeriva degli spunti sull’uomo legati alla sua intelligenza, all’umorismo e alla malinconia, sia fra le mura domestiche sia pubblicamente. Il contrasto tra i due aspetti è qualcosa che mi dà sempre da pensare. Nella sceneggiatura di Tony osserviamo l’uomo nella sua veste sia pubblica sia privata”.

In seguito, Day-Lewis si è dedicato anima e corpo a Team of Rivals, oltre che a molti altri scritti su e di Lincoln. Il libro gli ha offerto una prospettiva più organica. “Il libro di Doris è stato un ottimo inizio”, ha dichiarato l’attore. “Ma leggere i racconti di una vita ti porta solo fino a un certo punto e quello che per me è poi diventato perfino più importante è stato cercare di capire l’esperienza personale di Lincoln dal mio punto di vista. Per questo la testimonianza dei suoi scritti è stata fondamentale. Si ha una percezione dell’uomo attraverso non solo i suoi discorsi ma anche le storie che raccontava”. Un’altra chiave per il personaggio di Lincoln è quella che Day-Lewis chiama “il ritmo dell’uomo”. Egli spiega: “Faceva tutto seguendo i suoi ritmi e poteva fare tutto solo seguendo i suoi ritmi. Aveva bisogno di arrivare alle conclusioni seguendo un processo logico a cui si affidava. Quella che ad altri sembrava inazione o paralisi era solo l’impressione fisica che lui dava. Nella mente, lui viaggiava come aveva bisogno di fare, attraverso ogni passo del processo, dopo di che riusciva ad avere una visione chiara delle cose”.

I suoi ritmi erano anche evidenti nel piacere che provava a raccontare storie destinate a suscitare una varietà di reazioni: alleviare un momento difficile o commuovere le persone in modi totalmente imprevisti. “Ricordo una persona che mi era molto cara e che non è più fra noi, aveva la stessa capacità di narrare storie, e poi ho conosciuto altre persone con questo dono, mentre io non sono bravo”, dichiara Day-Lewis. “Una cosa che mi preoccupava un po’ era la capacità di trovare queste qualità. La mente di Lincoln era brillante e acuta, un tratto che mi è piaciuto molto di lui”. L’attenzione data all’umorismo di Lincoln ha gratificato la Goodwin che, nel corso delle sue ricerche, ha trovato quel suo lato particolarmente piacevole. “Era davvero importante che il senso dell’umorismo di Lincoln fosse sottolineato nel film”, ella afferma, “e in effetti lo si ritrova nella sceneggiatura e nell’interpretazione di Daniel. A volte Lincoln sedeva in una stanza e appariva triste, ma poi iniziava a raccontare una storia e immediatamente si rianimava e diventava divertente, mentre gli occhi ammiccavano e la voce cambiava a seconda della storia che stava narrando. È così che voglio pensare a lui: in movimento, intento a raccontare storie”.

Mentre di recente qualche storico ha ipotizzato che Lincoln manifestasse alcuni sintomi di depressione, Kushner crede che la gravità nei modi riflettesse invece gli eventi che stavano squassando la nazione. “Era un uomo con una profonda empatia e compassione”, afferma. “Riusciva ad esprimere le sofferenze della gente con grande umanità e comprensione. Oltre a ciò, è stato Presidente durante una guerra spaventosamente cruenta, che ha cambiato il rapporto dell’America con la morte. Aveva quindi un lato cupo, ma le circostanze lo giustificavano”. Kushner aggiunge: “Questa è una delle cose che Daniel è riuscito a catturare: il terribile onere della responsabilità di cui Lincoln si è fatto carico e il senso di solitudine che deriva dal capire il reale significato di quella responsabilità e di ciò che è necessario fare”.

E poi c’era la fisicità sottile ma dai lineamenti marcati di Lincoln, insieme alla voce, che non era da baritono, come spesso s’immagina, ma più acuta, da tenore, e si accentuava quando il discorso lo appassionava. Day-Lewis ha incarnato entrambe le caratteristiche, conferendo al personaggio un’umanità lineare e senza fronzoli che lo rende realmente accessibile agli spettatori. “Daniel incarna la fisicità di Lincoln in modo straordinario”, afferma Kathleen Kennedy, “ma è andato ancora più a fondo, riuscendo a dare l’impressione di entrare in contatto con ciò che Lincoln era come uomo. E il rapporto che lui e Steven hanno sviluppato sul set non è stato secondo a nessun altro. Non ho mai visto Steven lavorare con qualcuno in modo così profondo e intimo”. 

Il rapporto tra i due si è basato sul rispetto condiviso per Lincoln, spiega Day-Lewis. “Mi è rimasto un senso d’incommensurabile piacere per come Steven e Tony mi hanno aiutato ad esplorare la vita di quest’uomo. Non c’è mai stato un essere umano che io abbia amato tanto e non credo ce ne sarà mai un altro”. Quanto al rapporto di lavoro con Spielberg, Day-Lewis dichiara: “È molto aperto. È la cosa migliore che possa accadere in un ambiente di lavoro creativo. Avere quell’apertura accanto al senso della struttura è un abbinamento potente. Spielberg è anche molto sicuro di sé. Ma la sua fiducia lascia spazio alle necessità e alle energie di tutti quelli che gli sono intorno”. Spielberg e Day-Lewis erano d’accordo sul fatto che il set dovesse essere una sorta di oasi in cui esisteva solo il mondo di Lincoln. Per mantenere integro questo mondo, Spielberg ha chiesto agli attori e al cast tecnico d’immergersi totalmente nella Washington del XIX secolo. “Per rappresentare lo stato d’animo della nazione all’epoca, dovevamo creare un senso di autenticità sul set”, spiega Spielberg, “dove l’unica intrusione dei nostri tempi erano la macchina da presa e i monitor, mentre tutto il resto apparteneva alla realtà di Lincoln”.

In effetti, lo scenografo Rick Carter ricorda la sensazione di essere tornato indietro nel tempo quando Day-Lewis è apparso sul set: “Non dimenticherò mai la prima volta che l’ho visto”, medita Carter. “Quello che vedevo davanti a me non era Daniel Day-Lewis, ma l’uomo che era Presidente degli Stati Uniti nel 1865. Ho visto Abraham Lincoln. Non c’era nessuna distinzione tra i due”.



La famiglia Lincoln

Dietro lo straordinario genio politico e la fede nella democrazia che portò Abraham Lincoln a far approvare il 13° Emendamento, vi era un lato più privato, altrettanto affascinante. Anche mentre affrontava i suoi nemici al Congresso e sul campo di battaglia, doveva misurarsi con i dilemmi della moglie dal temperamento forte ma tormentato e con le scelte del figlio, deciso ad arruolarsi nella guerra che il padre voleva far finire. Per dare vita al ruolo di primo piano che la first lady, Mary Todd Lincoln, ebbe nella vita politica e personale del marito, Spielberg ha scelto Sally Field, due volte vincitrice dell’Oscar® per gli indimenticabili ruoli in “Norma Rae” e “Le stagioni del cuore” (Places in the Heart). Qui la Field ritrae una donna che si dice avesse un carattere altrettanto complesso di quello del celebre marito. Nata in una famiglia ricca e politicamente influente del Kentucky, Mary aveva compreso il potenziale di Lincoln come futuro candidato presidenziale fin dal momento in cui l’aveva conosciuto e, dopo un movimentato corteggiamento, sposato a ventitre anni. (Una volta disse di Lincoln: “Un giorno diventerà Presidente degli Stati Uniti; se non lo pensassi, non lo avrei sposato, dato che, come vedete, non è bello”).

Il marito fu eletto Presidente ma, accanto al successo, la loro vita tumultuosa fu segnata da tragedie e disaccordi. Solo uno dei loro figli, tutti maschi, sopravvisse fino all’età adulta. Inoltre, essendo la sua famiglia originaria del Sud, il cuore di Mary fu spezzato in due dalle divisioni scatenate dalla Guerra Civile. Quando divenne first lady, fu criticata per i soldi sperperati per ristrutturare la Casa Bianca e fu messa alla gogna per le sue eccentricità. Le sofferenze di Mary toccarono l’apice quando il marito fu assassinato. Insieme alla morte del figlio minore Tad, questi eventi trascinarono la donna in un vortice di disperazione. Fu ricoverata per un breve periodo in un manicomio prima di passar a miglior vita, con un’immagine ormai sbiadita che oscurava una vita realmente straordinaria.

Il compito per la Field consisteva nel portare Mary fuori dal regno del mito e farla diventare una vera moglie e madre in un matrimonio decisamente complicato. “Sotto molti punti di vista, Sally ha avuto uno dei ruoli più difficili del film”, dichiara Kathleen Kennedy. “Molto è stato scritto sull’angoscia di Mary, non solo per la scomparsa dei figli, ma anche per l’indicibile tristezza della Guerra. Sally avrebbe potuto recitare in modo molto prevedibile, invece ha creato un brillante connubio tra la moderazione e la complessità del personaggio. È evidente che Mary si senta sopraffatta, ma si vede anche quanto si sia data da fare per cavarsela da sola, sostenere il marito ed essere la first lady della nazione”. La Field ha effettuato ricerche approfondite su Mary, sperando di andare al di là dei pettegolezzi e delle mezze verità. Ha letto numerosi libri, ha visitato le case in cui Mary ha vissuto e ha incontrato storici e collezionisti di cimeli. “Ovunque sia andata, ho cercato di trovare qualcosa di lei”, afferma l’attrice.

La Field si è fatta l’idea che, all’epoca, Mary sia stata criticata tanto aspramente in parte perché la gente amava moltissimo Lincoln. “In un certo senso, credo che le persone l’abbiano demonizzata per dare lustro al marito”, ella osserva. “Lincoln è stato un uomo nobile e totalmente dedito al suo paese in un momento segnato da una guerra orribile e sanguinosa; dire che fosse sposato con una donna bisbetica credo sia una frottola bella e buona. Alla gente piaceva pensare: ‘Pover’uomo, guarda quante ne deve passare’ e in questo c’era qualcosa di vero, ma neanche lui era una persona facile. Poteva essere distante e remoto. Ma Mary ha sempre creduto nella sua genialità e non ha mai dubitato della sua capacità di cambiare il mondo, come lui, di fatto, fece”. In quanto Sudisti, i familiari di Mary erano dalla parte della Confederazione e alcuni uomini politici misero perfino in dubbio la lealtà della first lady. Tuttavia, Mary rimase fermamente fedele all’Unione e votata alla vittoria del marito nella battaglia sul 13° Emendamento. “Penso, soprattutto, che Mary fosse lincolniana”, dichiara la Field. “Era una donna in gamba ma a quei tempi non c’era spazio per le donne a nessun tavolo, eccetto quello da pranzo, quindi lei lo sostenne da dietro le quinte. Politicamente era molto astuta ed era stata fin dall’inizio la sua confidente. Ma penso che quando si trovarono alla Casa Bianca, lei perse in parte il suo ruolo. Lui ora aveva Seward come consigliere e lei si sentì sminuita agli occhi del marito. Poi la morte di Willie fu un colpo tremendo, che la addolorò immensamente. Ma credo anche che lei continuò a sperare di poter rinnovare il legame con il marito, cosa che traspare nel film”.

La Field è stata particolarmente attratta dalla possibilità di ricreare sullo schermo l’essenza di un matrimonio lungo e intenso, con tutte le emozioni miste che lo hanno caratterizzato, insieme a Daniel Day-Lewis. I due hanno iniziato a interagire in un modo insolito: scambiandosi note e messaggi nei panni dei personaggi. “Lui mi mandava delle piccole poesie umoristiche e pian piano abbiamo iniziato a costruire un legame d’intimità”, ricorda la Field.

I due attori si sono incontrati solo una volta prima dell’inizio delle riprese, a Richmond, e invece di un giro in carrozza, come spesso faceva Mary con Abe, sono andati a passeggio, cercando di trovare quel legame ineffabile che esiste tra marito e moglie. Sebbene non abbiano mai provato formalmente, la Field afferma: “Per quanto mi riguarda, fin dal primo giorno sul set, lui era l’uomo col quale ero sposata da moltissimi anni e che mi stava letteralmente facendo impazzire”. Day-Lewis la pensa allo stesso modo: “Entrambi avevamo fiducia nell’impegno reciproco nel ricreare il loro rapporto. Non c’è stato un solo momento in cui Sally mi sia sembrata una persona diversa da quella che ha condiviso la vita con me durante quel periodo”. La Field osserva che l’autenticità di ogni dettaglio nelle scenografie del film e nel modo in cui Spielberg ha isolato il set come una capsula, senza intrusioni dal XXI secolo, ha contribuito a favorire il processo. “Non ho mai girato un film con una produzione così dettagliata”, commenta. “Aveva senso rimanere in quel mondo ed è stato un modo sublime di lavorare”.

La collaborazione con Spielberg è stata piacevolissima. “Ho avuto la fortuna di lavorare con diversi grandi registi e Steven è il meglio che potessi avere”, afferma l’attrice. “È instancabile nella sua visione, ma è anche aperto al cambiamento, se trova di meglio. È sempre disponibile a osservare, pensare e sperimentare modi differenti di effettuare le riprese e a presentare una varietà di idee agli attori”. Sebbene il film abbia trasportato la Field nel lontano passato americano, l’attrice non ha smesso di pensare a quanto la storia fosse contemporanea. “Appare incredibilmente attuale”, osserva l’attrice. “Ha una risonanza non solo negli Stati Uniti, dove le persone si sono trincerate dietro la propria fede politica individuale, ma anche nel resto del mondo. La complessa natura della democrazia —le sue complicazioni, il disordine e la difficoltà di farla funzionare — viene alla ribalta. Ci ricorda che questa nobile nozione di autogoverno delle persone è qualcosa che si deve volere più della vita”.

Il matrimonio dei Lincoln subì un nuovo scossone quando il figlio maggiore, Robert, manifestò l’intenzione di entrare nell’esercito dell’Unione per dare il suo contributo allo sforzo bellico. All’età di 21 anni e con un promettente futuro come studente a Harvard, Robert Lincoln non doveva andare in guerra come tanti altri giovani, ma sentiva l’esigenza di partecipare a quel momento storico. I suoi genitori erano di parere contrario. Conoscendo il pauroso tasso di mortalità della guerra ed essendo ancora sconvolti per la morte del figlio Willie, entrambi cercarono di dissuaderlo dall’arruolarsi. Il ritratto del figlio maggiore del Presidente (e unico a sopravvivere e a raggiungere l’età adulta) è delineato da Joseph Gordon-Levitt, noto per i ruoli in “(500) giorni insieme” [(500) Days of Summer], “Inception”, “50 e 50” (50/50), “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” (The Dark Knight Rises) e “Looper – In fuga dal passato”. L’attore ha cercato d’immedesimarsi nel dilemma del giovane Lincoln. “Poiché è un privilegiato, Bob sa di essere fortunato: dopotutto, chi vuole combattere in una guerra dove sono così tanti a morire?”, dichiara Gordon-Levitt. “Date le circostanze, Bob è al sicuro da ciò che sta accadendo nel paese. Questo è difficile da accettare per lui che crede fermamente nella causa della guerra e nei diritti degli esseri umani, ed è la ragione per cui vuole andare a combattere”.

Come la Field, Gordon-Levitt ha inizialmente comunicato con Daniel Day-Lewis per iscritto. “Era abbastanza strano scrivere a qualcuno che ha sempre rappresentato per me un idolo”, medita l’attore. “Ma è stato un piacere. È un uomo gentile e generoso con le parole. Per me ha significato molto quando ha detto: ‘Sei il mio attore preferito per questo ruolo’”. Il primo giorno sul set Day-Lewis ha fatto avere a Gordon-Levitt una nota scritta con una calligrafia simile a quella di Lincoln. “Poi l’ho visto nei panni del Presidente appena prima che le macchine da presa venissero accese, e mi è piaciuto che il nostro incontro sia avvenuto così”, dichiara l’attore. “In questo modo, il mondo che stavamo creando è rimasto intatto”. Gordon-Levitt afferma che una delle maggiori gratificazioni è stata di far emergere il lato più imperfetto del personaggio di Lincoln, quello che molti non hanno mai visto. “Apprezzo che il film non trasformi Lincoln in un santo”, spiega l’attore. “Ciò che Lincoln ha fatto abolendo lo schiavismo è una cosa realmente grandiosa, ma il film mostra anche i compromessi che ha dovuto accettare, le azioni discutibili ma necessarie per raggiungere il suo scopo. Bob è un buon esempio di ciò perché non è mai riuscito ad avere un vero e proprio rapporto con il padre. Questo esemplifica la complessità della vita di Lincoln e i sacrifici che ha dovuto compiere. La storia è fatta dagli esseri umani e il film mostra Lincoln come un essere umano, con le sue imperfezioni e le ipocrisie, oltre ai suoi punti di forza e alle virtù”.

Gordon-Levitt ha provato dei sentimenti analoghi nei confronti di Sally Field. “Siamo stati realistici l’uno verso l’altra, chiamandoci ‘mamma’ e ‘figliolo’ e cose del genere. So che questo può apparire strano, ma quando si recita in modo così reale, tutto diventa più genuino”, riassume l’attore. Il figlio più piccolo dei Lincoln, Tad, un bambino fragile e solitario per il quale si dice che il Presidente provasse un affetto profondo e giocoso, è interpretato dall’attore originario dell’Australia Gulliver McGrath, che di recente abbiamo visto in “Dark Shadows” con Johnny Depp. Gulliver è stato colpito dall’umorismo e dalle emozioni che caratterizzano il ruolo. “Tad è presente in alcune scene divertenti e in altre molto profonde insieme al padre”, afferma. “Fa emergere il meglio dal padre: la premura e la gentilezza”.

Gulliver ha lavorato a stretto contatto con Spielberg per immergersi nel mondo di Tad, un mondo insolito, dato che al piccolo era permesso di scorrazzare liberamente per la Casa Bianca, spesso irrompendo nelle sale riunioni dove il padre si trovava con i personaggi più illustri e potenti della nazione. Spielberg ha messo in evidenza lo spirito libero di Tad e il rapporto giocoso che aveva con il padre. “Mi avevano detto che Steven è proprio bravo con i bambini e io sono d’accordo. Con me è stato fantastico”. Gulliver ha inoltre instaurato un rapporto con Day-Lewis per rendere vivo il legame padre-figlio. “Anche quando non dovevamo girare, mi trattava come un padre, dandomi pacche sulle spalle e arruffandomi i capelli”, afferma il giovane attore. “Sia con Daniel sia con Sally ho provato la sensazione di viaggiare indietro nel tempo di 150 anni e di trovarmi nella stessa stanza con i Lincoln. Con loro recitare è stato qualcosa di molto reale e profondo”. La famiglia Lincoln comprendeva un altro membro, che non aveva legami di sangue ma era una parte importante del tessuto familiare: Elizabeth Keckley, la ex schiava che, in un percorso sorprendente, arrivò a diventare sarta alla Casa Bianca, confidente e modista di Mary Lincoln e anche attivista a favore di donne, bambini e schiavi liberati. Questo ruolo è stato affidato a Gloria Reuben, l’attrice e cantante canadese conosciuta per il ruolo stabile nella serie televisiva “ER – Medici in prima linea”.

La Reuben definisce la Keckley “una donna straordinaria”. Come spiega: “Era nata schiava e a trentanove anni si è comprata la propria libertà per .200. Era molto brava a realizzare vestiti, cosa che aveva imparato dalla madre, e finì con il crearsi una propria clientela di donne dell’alta società e mogli di uomini politici, prima di trasferirsi a Washington, dove conobbe Mary Todd Lincoln che la assunse come sarta personale”. Mentre effettuava ricerche sull’incredibile vita della Keckley, la Reuben ha scoperto che la donna era importante per la famiglia Lincoln e aveva uno stretto legame con Mary, nonostante le differenze abissali delle loro storie. “Anche Elizabeth aveva perso il figlio, arruolato nell’esercito dell’Unione, e credo che lei e Mary fossero emotivamente vicine nel loro dolore”, osserva la Reuben. “Elizabeth diventa una sorta di forza emotiva calmante nella Casa Bianca abitata dai Lincoln”. L’opportunità di lavorare a stretto contatto con Sally Field è stata particolarmente piacevole per la Reuben. “Siamo state buone amiche fin dall’inizio”, dichiara l’attrice. “Tra noi si è subito creato un legame e penso che il ruolo sia perfetto per Sally che, proprio come Mary, è estremamente in gamba, divertente, appassionata e consapevole di tutto ciò che ha intorno. Ha la stessa intensità che caratterizzava Mary”.

Una delle scene più commoventi per la Reuben è stata quella dell’approvazione del 13° Emendamento, che la Keckley osserva dall’interno della Camera del Congresso. “È stato particolarmente significativo effettuare le riprese dell’approvazione del 13° Emendamento nella capitale della Virginia, a Richmond. È stato molto emozianante nel senso migliore del termine”, ella conclude.



William H. Seward e il team di Lincoln

Fra le molte relazioni politiche di Abraham Lincoln, forse la più interessante fu quella con il suo Segretario di Stato, William Henry Seward, che era stato un suo avversario politico. Seward aveva perso la battaglia per la candidatura alle elezioni presidenziali del 1860 contro Lincoln, e per un periodo era stato suo acerrimo nemico. Ma, una volta entrato a far parte del Gabinetto del Presidente, Seward e Lincoln divennero necessariamente alleati nella battaglia per salvare l’Unione. Le loro menti brillanti a volte si scontravano, ma i due svilupparono un indubbio rispetto reciproco. Come spiega Doris Kearns Goodwin: “Seward sulle prime appare come un temibile rivale, poiché pensava che sarebbe stato lui il Presidente e Lincoln il suo vice. Ma nel 1865 era ormai un estimatore di Lincoln e anzi era il suo più stretto consigliere e suo grande amico”. Per rappresentare Seward con tutta la complessità di un uomo che credeva di avere la stoffa per essere egli stesso Presidente, i realizzatori hanno scelto David Strathairn, uno dei più poliedrici attori americani, candidato all’Oscar® per un altro ruolo di icona storica, quello del giornalista Edward R. Murrow in “Good Night, and Good Luck”.

Strathairn è rimasto colpito dal punto di vista illustrato nel film. “Avere una finestra aperta sull’anima di Lincoln in quell’epoca storica è stato straordinario”, egli afferma. “Penso che Steven e Tony abbiano messo in rilievo il sangue freddo e il carattere di Lincoln, così come appare evidente il conflitto tra una forte personalità e un grande obiettivo. Osserviamo anche quanto la situazione sia costata a Lincoln, la notte oscura che ha dovuto affrontare, domandandosi se il fine giustificasse i mezzi”. Nelle sue ricerche Strathairn ha scoperto che l’idea di Seward su Lincoln si è evoluta nel tempo: è iniziata con lo sgomento ed è finita con un affetto al di là delle parole. “Seward fu spiazzato dal fatto che un uomo come Lincoln, che secondo lui era privo di capacità sociali, fosse diventato Presidente. In seguito, imparò a rispettarlo”, afferma Strathairn. “Una volta scrisse in una lettera alla moglie: ‘È il migliore di noi’. Poi, alla fine, dimostrò la massima considerazione per l’animo di Lincoln”.

Non appena ha iniziato a lavorare con Day-Lewis, ha pensato che il cast fosse in un certo senso predestinato. “Non erano possibili altre scelte”, afferma l’attore. “Daniel ha conferito una qualità magica e coinvolgente a Lincoln e al set, qualità che è diventata il diapason che ha permesso a tutti noi di trovare la giusta intonazione”. L’attore è rimasto altrettanto colpito dalla regia di Spielberg. “Steven è stato molto generoso, molto vitale e molto attento in ogni momento, e ha trasmesso a tutti la sensazione che stessimo creando insieme qualcosa di totalmente nuovo”, commenta Strathairn. “È stato rigoroso nell’onorare gli eventi legati al 13° Emendamento, ma al tempo stesso è sempre stato aperto a nuovi spunti, il che è stato emozionante”. Per interpretare Francis Preston Blair, il potente uomo politico repubblicano filo-sudista e riformatore, che è stato un consigliere stretto ma battagliero di Lincoln, Spielberg ha scelto un veterano, il candidato all’Academy Award® Hal Holbrook, che per primo ha interpretato Lincoln varie volte, inclusa una serie televisiva negli anni ‘70. Essendo un appassionato di storia (ha studiato l’epoca del XIX secolo da una varietà di punti di vista, incluso quello derivante dal ruolo teatrale di Mark Twain), Holbrook è stato immediatamente attratto dal progetto.

“Questa non è solo la storia degli ultimi giorni di Lincoln, è la storia di un conflitto politico e morale che si collega alla vita del nostro paese oggi”, dichiara Holbrook. “Il film è molto personale e credo che il pubblico s’immedesimerà nel cuore e nella testa di quest’uomo straordinario”. Holbrook sapeva che il settantatreenne Blair non era dalla parte dei “buoni” nella storia. Si opponeva alle iniziative di Lincoln per l’approvazione del 13° Emendamento, adoperandosi invece per siglare un immediato trattato di pace con i Confederati. In realtà, con il benestare di Lincoln, a gennaio del 1865 egli incontrò segretamente il Presidente dei Confederati, Jefferson Davis, per verificare la possibilità di concludere celermente la guerra. “Blair era un uomo potente, ricco e interessante che diventò consigliere di Lincoln durante la guerra”, spiega Holbrook. “Ma Blair subiva l’influenza dei Sudisti, quindi non era favorevole all’abolizione totale, quanto piuttosto a una soluzione intermedia. Quando fu il momento di affrontare la quarta primavera di massacri sui campi di battaglia, credo che la sua unica priorità fosse la pace. Egli vedeva che la guerra poteva terminare e quella era la cosa più importante, piuttosto che l’Emendamento”.

Avendo egli stesso interpretato Lincoln, Holbrook è rimasto affascinato dalla recitazione di Day-Lewis: “Guardarlo creare Lincoln aveva per me un significato personale”, dichiara Holbrook. “Mi è piaciuto osservarlo e studiarlo. È straordinariamente dotato per il ruolo, ma ha anche il cuore che serve per interpretare il personaggio”. Altre persone nel team di Lincoln hanno dato un contributo reale, per quanto poco visibile, all’approvazione del 13° Emendamento. Queste comprendono i sostenitori politici non ufficiali di Seward — un’incarnazione dell’epoca di quelle che oggi sono le lobby. Nel film sono rappresentati da un trio, interpretato con fascino comico da John Hawkes, James Spader e Tim Blake Nelson. Hawkes (“The Sessions”), che interpreta Robert W. Latham, spiega che il gruppo si occupava del lavoro dietro le quinte della politica, cosa che oggi appare estremamente consueta. “I tre prendevano di mira i Democratici più facilmente plagiabili e li persuadevano a votare per il 13° Emendamento”, spiega l’attore. “Mi è piaciuta la storia, ma ancor di più vedere Steven Spielberg così esultante nel narrarla”.

Spader, che interpreta l’avvocato di Nashville W.N. Bilbo, è stato attratto dalla sceneggiatura. “Tony Kushner è riuscito a condensare la lobby di Seward in un trio particolarmente divertente”, egli osserva. “Con Bilbo ha creato un personaggio interessante, che dà una magnifica energia cinetica alle scene”. Tim Blake Nelson, che ha lavorato con Spielberg in “Minority Report”, afferma di avere visto un regista diverso in questo film. “Credo che Steven adatti il modo di dirigere alla storia che sta narrando, e con LINCOLN ha messo in evidenza le interazioni organiche tra i personaggi. Per me è stato come lavorare con due diversi registi — solo Steven poteva rappresentarli entrambi”.



La Camera dei Rappresentanti

L’esito del voto per il 13° Emendamento alla Camera dei Rappresentanti rimase incerto fino all’ultimo, e scatenò uno dei dibattiti più accesi e nervosi, tra pressioni politiche e cambiamenti di fronte mai visti nelle Camere del governo americano. Durante il Congresso del 1865, Lincoln dipinse un ritratto vivido della politica americana in tutta la sua grandezza ed eccentricità, con il suo amore per l’arte della persuasione e la certezza caparbia di poter far lavorare insieme persone di opinioni diverse. Una delle voci principali che infiamma il dibattito è quella di Thaddeus Stevens, rappresentante della Pennsylvania e cosiddetto ‘Repubblicano Radicale’, favorevole non solo all’emancipazione degli schiavi, ma anche all’abolizione completa del sistema dello schiavismo su cui si fondava l’economia del Sud. Noto per la sua brillante intelligenza e il sarcasmo, egli era un altro personaggio fuori dalle righe fra i sostenitori di Lincoln — quindi è apparsa appropriata la scelta da parte dei realizzatori di Tommy Lee Jones, conosciuto per un vasto repertorio di personaggi indimenticabili, tra cui il ruolo con cui ha vinto l’Oscar®, quello del deputato Samuel Gerard ne “Il fuggitivo” (The Fugitive).

“Tommy Lee Jones era perfetto per interpretare Thaddeus Stevens”, dichiara Kathleen Kennedy. “Non avevamo dubbi. Continuavo a chiedere a Tony Kushner: ‘Stevens ha veramente detto questo?’. Penso che Tommy Lee Jones abbia capito subito chi fosse Stevens. Ne ha apprezzato l’intelligenza e la genuina umanità nella lotta per ciò che era giusto. Aveva capito che, quando si fosse trattato del 13° Emendamento, si sarebbe trovato a combattere una battaglia personale e avrebbe dovuto raggiungere un compromesso per ottenere il suo scopo”. Parlando di Tommy Lee Jones, Day-Lewis afferma: “Non credo che avrò mai un giorno più emozionante di quello in cui abbiamo lavorato insieme. E questo ha a che fare con la sua interpretazione e il suo temperamento”.

Sally Field ha recitato una scena particolarmente divertente con Jones quando Mary Lincoln si scontra con Stevens che, in qualità di responsabile della Commissione parlamentare finanziaria, tenta indegnamente di farla arrestare per le spese eccessive sostenute per la ristrutturazione della Casa Bianca. “Credo che Mary disprezzasse Thaddeus”, spiega l’attrice. “Per lei, lui era l’incarnazione del diavolo, non solo perché tentò di farla arrestare, ma anche perché era un radicale che spesso lavorava contro il marito, sebbene appartenessero allo stesso partito. Nel caso del 13° Emendamento, invece, Stevens contribuì al buon esito del voto. Che gran personaggio!”. Ma Stevens custodiva un segreto: la sua governante, Lydia Hamilton Smith, una vedova che lavorava per lui da venticinque anni e che in seguito, grazie ai contatti che si era creata, divenne una delle poche donne d’affari nere del XIX secolo. I due erano palesemente vicini e, probabilmente, soci di un’organizzazione che aiutava gli schiavi degli stati del Sud a raggiungere il Nord. Molti storici ritengono che Stevens e la Smith fossero anche amanti clandestini. Il ruolo della Smith è stato affidato alla vincitrice del Golden Globe® e dell’Emmy Award® S. Epatha Merkerson.

È stata la sceneggiatura di Tony Kushner a conquistarla. “Amo l’umanità di Tony, i dialoghi, il suo cuore e l’umorismo”, afferma l’attrice. “Quando mi ha chiamata per chiedermi se volevo interpretare Lydia, ho iniziato a interessarmi a questo personaggio che diventa una grandissima donna d’affari in un’epoca in cui a una donna di colore non sarebbe mai stato permesso — e questo aspetto mi ha affascinata”. La Merkerson ha apprezzato in particolare l’opportunità di leggere il 13° Emendamento a voce alta sullo schermo. “Steven continuava a dire che, quando Lydia leggeva, doveva manifestare lo sbalordimento del momento — e quella è stata un’indicazione perfetta. Ecco una donna nera che ha vissuto in un’epoca in cui il suo popolo non contava nulla, le donne erano stuprate, gli uomini assassinati e i figli strappati alle famiglie. Lei aveva visto tutto ciò quando lavorava per l’organizzazione che aiutava gli schiavi del Sud a scappare verso il Nord e questo momento doveva servire a rendere pubblico qualcosa d’incredibile”. Un’altra voce importante nella Camera è quella di un membro del Congresso, l’arrogante newyorkese Fernando Wood, che simpatizzava per la Confederazione. Wood è interpretato da Lee Pace, che vedremo prossimamente nell’adattamento di Peter Jackson di “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” (The Hobbit). Per Pace l’ispirazione per uno dei più noti antagonisti di Lincoln è venuta non solo da fonti storiche, ma anche dall’attualità. “La mia idea nell’interpretare il personaggio è che somigli molto ai politici dei giorni nostri. È interessato soltanto a mantenere viva la lotta perché, anche se negativamente, gli basta che la stampa continui a parlare di lui”.

Tra coloro il cui voto cambia all’ultimo momento, troviamo il membro del Congresso dell’Ohio Clay Hawkins, interpretato da Walton Goggins, noto per il ruolo in “The Shield” e “Justified”. Hawkins era un Democratico che non sosteneva lo schiavismo, ma riteneva fosse politicamente pericoloso votare il 13° Emendamento. Del suo dilemma Goggins dice: “Per alcuni era una questione di moralità, ma il mio personaggio rischiava la morte se avesse dato il suo voto. Ha preso in considerazione tutto quello che stava accadendo nel paese, forse anche la possibilità di un’offerta di pace da parte dei Confederati, ma sempre pensando alla propria sicurezza personale, poi alla fine ha fatto ciò che il suo cuore gli diceva fosse giusto”.

Il mondo di Lincoln

LINCOLN ha trasportato Steven Spielberg non solo in uno dei momenti più affascinanti della storia americana, ma anche in un territorio visivo nuovo, dove ha utilizzato uno stile al tempo stesso vivido e naturale, forte e minimalista. Ha compiuto questa scelta insieme alla famiglia di celebri artisti cinematografici con cui collabora da decenni, che comprende il direttore della fotografia Janusz Kaminski, il montatore Michael Kahn, lo scenografo Rick Carter, l’ideatrice dei costumi Joanna Johnston e il compositore John Williams. Sebbene ognuno di loro abbia ormai un proprio linguaggio collaudato con Spielberg, era chiaro che con LINCOLN tutto sarebbe stato decisamente diverso. “Questa era una produzione molto intima e tranquilla, perché Steven l’ha focalizzata sulle parole e sulle interpretazioni”, osserva Kathleen Kennedy. “È stata un’esperienza più personale”. Janusz Kaminski, che ha vinto l’Oscar® con “Salvate il soldato Ryan” (Saving Private Ryan) e “Schindler’s List”, ha individuato un linguaggio figurato potente ma onesto per una storia che spesso si focalizza sulla pura forza delle parole. “È una storia che chiede al pubblico di ascoltare veramente”, egli osserva. “Quindi, quando ho letto la sceneggiatura, ho subito iniziato ad avere delle idee su come catturare visivamente tutte le parole. Era chiaro sia a Steven sia a me che la fotografia avrebbe dovuto dare una sensazione di ritegno: dovevamo semplicemente fotografare il susseguirsi degli eventi nel modo migliore e più elegante, lasciando che il linguaggio e le interpretazioni fossero il cuore della narrazione”.

E aggiunge: “Ci interessava fare in modo che il pubblico scoprisse il Lincoln che non conosce. Il film mostra un Lincoln incerto, vulnerabile. Penso che l’allestimento scenico scelto da Steven, insieme alla semplicità del lavoro della macchina da presa, riflettano il lato più umano del Presidente”. Kaminski voleva mostrare una sensibilità spoglia, ma voleva anche una texture e una palette che trasportassero gli spettatori in un mondo dall’aspetto non prettamente storico, più vicino alla realtà attuale. Come osserva Kathleen Kennedy: “Steven e Janusz hanno discusso a lungo riguardo all’uso del colore e della luce. Steven non voleva realizzare un film in bianco e nero né con l’effetto seppia; i due hanno invece optato per la saturazione del colore che offre alcune qualità del bianco e nero. Ci sono poi più di 145 ruoli parlati nel film, quindi era importante inquadrare ogni scena in modo che fossero i personaggi ad accompagnare il pubblico da un’inquadratura all’altra e non necessariamente la macchina da presa. Questo è stato qualcosa di abbastanza diverso per Steven”.

Sebbene Kaminski e Spielberg abbiano studiato attentamente una pletora di fotografie e dipinti storici, una volta sul set hanno preferito un approccio più istintivo. Si trattava di dare un senso di energia e forza ai momenti più calmi: ad esempio, quando Lincoln e Grant parlano in veranda mentre gruppi di soldati spettrali galoppano verso un destino ignoto; oppure, Lincoln fermo nella luce velata della finestra quando realizza che l’approvazione del 13° Emendamento ha posto fine alla schiavitù in America. “Steven non ha paura di un linguaggio figurato forte”, commenta Kaminski. “È disposto a usarlo nella sua narrazione”. Alcune delle scene preferite di Kaminski si svolgono nella caotica Camera dei Rappresentanti. “Queste scene sono tutte incentrate sulle interpretazioni e sul confronto fra idee diverse. Vi sono alcune interessanti riprese con la dolly che caratterizzano la sensibilità visiva di Steven, ma tutto appare piuttosto sobrio e pacato”, egli spiega. Queste scene hanno elettrizzato Kathleen Kennedy. “La macchina da presa non si muove mai in queste scene, a meno che non sia al servizio della narrazione. Steven si proponeva di mostrare le umane complessità e i meandri di un governo democratico, e, per dare agli spettatori il senso di come le discussioni andavano avanti, non poteva limitarsi a passare da un primo piano su un personaggio a un altro”, ella afferma. “Più di tutto, Steven voleva catturare l’evanescenza di ciò che accadeva nella battaglia politica”.

In tutte le riprese, Kaminski si è avvalso per l’illuminazione di un naturalismo tipico dell’epoca. “È il 1860 e il mondo di Lincoln è illuminato dal gas e dalle lampade a olio”, spiega il direttore della fotografia. “Abbiamo utilizzato molte fonti d’illuminazione disponibili, come la luce proveniente dalle finestre o le lampade, ma abbiamo anche creato fonti d’illuminazione per servire meglio la narrazione. Abbiamo poi usato il fumo, sia per dare al film una sfumatura malinconica sia perché gli ambienti in cui si trovava Lincoln ne erano solitamente pieni. C’erano persone che fumavano la pipa e il sigaro, e non vi erano sistemi di ventilazione, quindi le stanze avevano tutte un’atmosfera fumosa”. Per Kaminski, LINCOLN rivela non solo un altro lato del Presidente americano, ma anche un lato nuovo del regista con il quale ha collaborato così tante volte. “Questo non è stato soltanto un altro film”, dichiara. “Nessuno dei film che ho girato con Steven è ‘soltanto un altro film’, ma LINCOLN ha qualcosa di particolarmente significativo. È un film interessante ma anche una storia di grande spessore”. La fotografia di Kaminski si è mescolata fluidamente con il lavoro dello scenografo Rick Carter che, per simboleggiare una nazione che torna al suo punto di partenza, ha utilizzato la ex città confederata di Richmond, in Virginia, per ricreare la Washington D.C. del 1865 nel film.

Carter è stato profondamente commosso dal ritratto di Lincoln della sceneggiatura e ha capito da subito che avrebbe dovuto mantenere un difficile equilibrio nel suo lavoro scenografico. “L’opportunità e la sfida riguardavano il fatto che la storia è al tempo stesso grandiosa e intima”, egli commenta. “È incentrata prevalentemente sul mondo di Lincoln, il suo ufficio, il suo appartamento, le strade in cui camminava. La ricchezza di quel mondo doveva essere rappresentata in dettaglio e gli arredatori e io ci siamo dati molto da fare per rendere ogni momento il più reale possibile, ma con una connotazione espressionista”. Come per la fotografia, il nucleo della sua idea è stato un’elegante semplicità. “Il film è disegnato con cura, ciò che si vede a Washington D.C. o sui campi di combattimento non allontana mai l’attenzione da ciò su cui si focalizza realmente: Lincoln, i suoi amici, la famiglia e i rivali politici”, dichiara Carter.

Inizialmente, Carter ha cercato una location rispondente alle diverse necessità del film. Ha viaggiato attraverso il Tennessee e la Virginia, compiendo un tour storico nei luoghi della Guerra Civile tuttora esistenti, per assorbire fin dentro le ossa la sensazione che ispiravano. Di tutte le possibili location, è stata Richmond, in Virginia, a catturarlo. Oltre a ciò, Carter era certo che gli edifici ben conservati della città sarebbero stati adatti per testimoniare la realtà del XIX secolo. “A Richmond la storia è viva come in nessun altro luogo nel paese”, spiega lo scenografo. “La città esercita un forte richiamo, poiché rappresenta la versione aristocratica dell’America alla metà dell’800. Era il cuore dello scontro culturale che sfociò nella Guerra Civile e, in un certo senso, è un luogo che per Lincoln ha un forte significato. Springfield, in Illinois, è dove Lincoln è nato, ma Richmond è dove ha cambiato la nazione e l’ha unificata”.

Spielberg è stato felice della scelta fatta. “La città di Richmond ci ha spalancato le porte e aiutati a narrare la nostra storia”, dichiara. “C’è stato qualcosa di terapeutico nel poter raccontare la vicenda nel cuore dell’ex Confederazione”. Doris Kearns Goodwin crede che Lincoln avrebbe apprezzato di vedere Washington, D.C. rappresentata nel centro del potere confederato. “Lincoln non sarebbe potuto essere più felice all’idea che un film su di lui ricevesse un’accoglienza tanto calorosa dalla città di Richmond”, ella spiega. “La città è perfetta, ha un aspetto da vecchia America. Il Parlamento di Richmond riesce a dare quella sensazione di atmosfera raccolta necessaria per un dibattito del Congresso”. “Era più che ragionevole girare il film qui”, aggiunge Carter. “Ci sono i campi di battaglia, c’è la State House, che da alcune angolazioni richiama in modo sorprendente la Casa Bianca, vi sono residenze d’epoca a Petersburg ancora molto simili a com’erano, e abbiamo avuto carta bianca per girare ovunque, inclusa la residenza del Governatore”.

Individuare le location è stato piuttosto facile, ma era indispensabile riuscire a ricreare gli interni con le irregolarità e la vitalità che avrebbero dato al pubblico il senso tangibile dei tempi. In questo senso, uno dei set preferiti di Carter è stato quello dell’ufficio di Lincoln, in un’altra area rispetto alla zona in cui la famiglia viveva alla Casa Bianca. Lo hanno costruito lui e il suo team in modo artigianale, un pezzo alla volta. “Ho sempre pensato che l’ufficio di Lincoln dovesse essere il più simile possibile a come sappiamo che era”, egli afferma, “con colori e texture reali. Volevamo un livello di dettaglio tale — che si trattasse delle mappe delle battaglie, delle lettere sulla scrivania, dei quadri alle pareti o della carta da parati stessa — da ricreare esattamente l’originale. Ovviamente, le scenografie sono al servizio della narrazione, ma hanno anche la funzione di concretizzare il linguaggio figurato per far capire alla gente com’era trovarsi nella Casa Bianca di Lincoln”.

C’era qualcos’altro, oltre allo spirito dell’epoca, che Carter voleva trasmettere. “Le stanze in cui Lincoln è passato hanno un’atmosfera un po’ mesta e tormentata, quindi nel nostro lavoro c’è stata anche una sorta d’influenza impressionista”, egli osserva. Il Capitol Building di Richmond, costruito nel 1788 e progettato in stile classico dal padre fondatore Thomas Jefferson, aveva la giusta atmosfera per rappresentare gli interni della Camera dei Rappresentanti. Sebbene gli spazi siano più contenuti rispetto a quelli della vera Camera a Washington, D.C., sono risultati particolarmente adatti. “Mi piace il modo in cui la Camera appare sovraffollata, dato che le interazioni tra i membri del Congresso sono molto intense”, spiega Carter. “Si ha una percezione reale degli attriti e del dibattito”. Era indispensabile che il senso di realtà fosse evidente nel lavoro dell’ideatrice dei costumi Joanna Johnston, che ha riprodotto i vestiti ispirandosi a quelli veri dell’epoca. Per Sally Field il lavoro della Johnston è stato essenziale. “È un’artista incredibile, davvero”, dichiara la Field. “Quasi tutti i costumi di Mary sono repliche di capi di abbigliamento visibili nelle fotografie e nei dipinti, fino all’ultimo vestito indossato da Mary quando Lincoln sta morendo. Abbiamo lavorato a stretto contatto ed è stata una collaborazione straordinaria”.

Quanto a David Strathairn, ecco cosa dice riguardo al lavoro della Johnston: “Ci ha dato qualcosa di eccezionale, realizzando abiti uguali ai pezzi originali che sono giunti fino ai giorni nostri. Gli abiti ti fanno cambiare e, quando vedi che tutti intorno a te indossano lo stesso tipo di abbigliamento, vieni trasportato in un altro mondo, ti immergi realmente in quel passato”. Rick Carter e Joanna Johnston hanno sviluppato una vera e propria sintonia tra il lavoro che ciascuno di loro stava realizzando. Spiega Kathleen Kennedy: “Joanna e Rick collaborano come due veri artisti, perché capiscono l’importanza della palette dei colori. I magnifici costumi indossati da Mary o Elizabeth Keckley, con i loro toni marrone scuro e prugna, rispecchiano la semplicità degli arredamenti ideati da Rick che, a loro volta, riflettono l’illuminazione predisposta da Janusz”. Anche la truccatrice Lois Burwell ha effettuato alcune ricerche e si è immersa nei personaggi. Mentre lavorava con Daniel Day-Lewis, era cosciente del momento assai difficile che il Presidente Lincoln stava vivendo, e di quanto ciò dovesse trasparire dal suo volto. “È stato un momento veramente faticoso per Lincoln e, osservando le fotografie dell’epoca, è evidente il suo declino, come se stesse combattendo una battaglia in prima persona. Volevamo che quello stress trasparisse dal volto di Daniel, in modo da creare la visione che Steven aveva di Abraham Lincoln — la texture della pelle e l’espressione intensa — usando un trucco che non fosse d’intralcio alla recitazione”, riassume la truccatrice.

Day-Lewis si è poi fatto crescere i capelli, in modo da riprodurre la tipica acconciatura ondulata del Presidente, e la barba, anche se per questa è stato necessario ricorrere a una leggera tintura per adattarla al suo volto così da replicare al meglio quella che abbiamo visto nelle più celebri fotografie di Lincoln. Infine, la Burwell è riuscita a condensare un processo che avrebbe potuto richiedere fino a tre ore in un’efficiente ora e un quarto. La truccatrice afferma che ciò è stato possibile grazie a Day-Lewis, che era totalmente immerso nel ruolo. “Per quanto sia abile una truccatrice, il trucco sembrerà soltanto dipinto sul volto, se l’attore non se ne appropria”, ella afferma. “Daniel è stato di grande aiuto per il trucco e il nostro è stato un vero e proprio lavoro di squadra”. Nel frattempo, la Burwell ha ingaggiato diversi esperti in parrucche, che hanno avuto il loro da fare per stare al passo con ciocche di capelli, barbe, baffi, basette e favoriti. Forse la parrucca più importante di tutte è quella di Thaddeus Stevens, che lui portava essendo diventato calvo a causa di una malattia. Sebbene gli sia stata proposta una calotta calva, Tommy Lee Jones ha scelto di radersi la testa per avvicinarsi ulteriormente all’immagine del vero Stevens in un particolare momento rivelatore.

Tutta quest’attenzione per i dettagli ha cominciato a dare i suoi frutti quando Spielberg si è chiuso nella sala di montaggio insieme al socio di vecchia data, nonché vincitore dell’Oscar® e responsabile del montaggio, Michael Kahn. Per Kahn il compito più importante in LINCOLN era di trovare un ritmo organico, in linea con la tranquilla ma crescente forza emotiva del film. “Non volevamo nulla di affrettato, perché in questo film il pubblico deve ascoltare attentamente e capire”, egli dichiara. “Ci siamo focalizzati sui momenti che danno agli spettatori il tempo di osservare con attenzione i personaggi e assimilare ciò che dicono. E con il cast scelto per il film, è un vero piacere fare questo lavoro”. Intrecciare le sequenze in una narrazione fluida è stato uno dei compiti più intensi per i due collaboratori. “Steven era combattuto su cosa mantenere e cosa scartare. Abbiamo dovuto prendere alcune decisioni importanti, perché vi era un’infinità di implicazioni psicologiche e politiche e ci domandavamo costantemente: questa scena avrà un’eco più avanti? È stato un processo complesso”, commenta Kahn. Alla fine, Kahn crede che LINCOLN sia diverso dagli altri film di Spielberg. “Steven ammette di non avere mai realizzato un film con così tanto dialogo, in cui ogni frase conta. Sapevamo di dover essere perfetti con le emozioni”, spiega Khan. “Penso sia uno dei migliori film che abbia realizzato. Ha preso dei personaggi di cui abbiamo letto nei libri di storia e li ha fatti vivere. S’impara molto sull’America, sulla democrazia e su quello straordinario essere umano che è stato Lincoln”.

Questi elementi si riflettono anche nella colonna sonora di John Williams, una novità per il compositore americano che ha ricevuto un record di quarantasette candidature agli Oscar®, vincendone cinque, nel corso di una carriera all’insegna di musiche indimenticabili. “Per me questa è stata un’esperienza molto diversa dalle mie precedenti collaborazioni con Steven”, afferma Williams. “LINCOLN è più che altro un affresco musicale, poiché comprende molti temi distintivi che non si sovrappongono. Anche per quanto riguarda la struttura musicale e le orchestrazioni, è stata un’esperienza piuttosto diversa. La colonna sonora è tranquilla, con numerose variazioni, ma anche alcune sonorità più ampie e nobili”.

Williams ha iniziato con quello che era il brano più complesso di tutti: la musica che accompagna il discorso di Lincoln dopo la sua rielezione, letto da Daniel Day-Lewis. “La difficoltà era di trovare qualcosa di adatto per accompagnare quelle parole importanti”, spiega il musicista. “Ho iniziato con una sorta di inno e poi ho continuato a limarlo e rifinirlo per trovare la semplicità necessaria a sostenere le parole di Daniel, che di per sé sono un grande lavoro artistico”. L’intera colonna sonora è caratterizzata da una semplicità molto potente. In un’altra sequenza chiave, quando Lincoln cavalca attraverso City Point, in Virginia, in un campo gremito di cadaveri di giovani soldati, Williams ha optato per un assolo di pianoforte. “Non volevamo sottolineare la presenza dei corpi, ma solo suggerire un sentimento di rispetto e un momento di riflessione su una tragedia in corso, come anche le difficoltà nel cercare di mettere a posto le cose negli affari umani”, egli commenta. In altre parti del film, la musica cambia seguendo l’onda del momento. Quando la lobby di Seward si mette all’opera per cercare di procurarsi voti, Williams introduce un ritmo country eseguito da violini; quando i primi afro-americani entrano nella Camera dei Rappresentanti, la scena è sottolineata da un’orchestrazione dai toni più lirici.

Per marcare la diversità nelle musiche, Williams ha voluto avvalersi di un’orchestra con la quale desiderava collaborare da molti anni: la celebre Chicago Symphony Orchestra, di cui Williams è stato occasionalmente direttore d’orchestra. “È una delle maggiori orchestre americane e ho sempre detto a Steven che un giorno o l’altro avremmo dovuto fare qualcosa con loro. Quando abbiamo iniziato a lavorare su Lincoln, Steven mi ha detto: ‘Non sarebbe l’occasione giusta per chiamare la Chicago Symphony?’. Non solo l’Illinois è lo stato in cui Lincoln è nato, ma Chicago è il centro della nazione, e penso che a Steven sia piaciuta l’idea di trarre in qualche modo energia dal cuore della nazione e portarla nel nostro film”.

Spielberg riassume: “Ho sempre creduto che analizzare il passato aiuti a definire il presente e a capire verso dove vogliamo andare. In questo senso, penso che LINCOLN sia in questo momento più importante che mai. La sua presidenza rappresenta un nitido modello di leadership. Egli era favorevole a cose che per noi sono più importanti che mai, ora. Si è battuto per l’idea che la sopravvivenza della democrazia richieda equità, compassione, rispetto e tolleranza. E a volte un buon senso dell’umorismo. Questa è l’anima di Lincoln”.

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