Rotterdam 2013: Nihon no Higeki (Japan's Tragedy) - Recensione del film di Masahiro Kobayashi

Tocca al Giappone, largamente rappresentato in questa edizione del Festival di Rotterdam. Japan's Tragedy di Masahiro Kobayashi si sofferma su quella che è senz'altro la pagina più triste degli ultimi anni in Giappone (da spartire con l'incidente nucleare di Fukushima), ossia lo tsunami che nel Marzo del 2010 falciò circa ventimila vite. Tuttavia non furono queste le uniche vittime: più di trentamila, infatti, si suicidarono a seguito di quella sciagura.

Un dato agghiacciante, specchio di un Giappone che non seppe riprendersi, devastato da quella disgrazia che insieme ai corpi dei morti si portò via lo spirito dei vivi. Il regista asiatico, quindi, opta per un quadro quanto più completo possibile: in Nihon no Higeki troviamo sia i sopravvissuti che coloro che non ce l'hanno fatta.

Un film straziante, eppure efficace, che si distende attraverso una narrazione visiva ridotta all'osso, dal minimalismo estremo. Nessuno sfondo musicale, nessun movimento di macchina. Il lavoro di Kobayashi si risolve in un prodotto statico, ma dal piglio arguto e gravido di concetti, che emergono a più riprese, rincorrendosi mentre la macchina da presa rimane incollata così per com'è.

Tokyo's Tragedy è dichiaratamente dedicato ai suicidi che non riuscirono a sopportare la catastrofe dello tsunami. Per buona parte della storia non assistiamo ad altro che alla strenua lotta tra padre e figlio, ingabbiati in quella dimora che è fonte di ricordi talmente piacevoli da rendere ancora più intollerabile il presente. A tal proposito Kobayashi adotta una misura piuttosto riuscita: salvo una scena, il film è girato interamente in bianco e nero. Bianco e nero che, non serve essere pittori, mischiati generano il grigio. Esatto, trattasi del colore che meglio descrive Nihon no Higeki: talmente lugubre da rischiare durante la prima fase di asfissiarci.

Un dramma in tre atti, attraverso i quali gli ottimi protagonisti ci conducono nel bel mezzo di una spirale di amarezza e disperazione. Il tutto finalizzato ad un apprendimento quanto più concreto di ciò che significa essere uomini, oppure non esserlo. Sostanzialmente tutto ruota attorno a questo fulcro, che è l'agitata ricerca di umanità. Quanta ne resta in chi è rimasto intrappolato nel passato?

Domande che si possono appena sfiorare, le cui risposte Kobayashi preferisce affidare al puro ricordo. Il film, dal secondo atto in avanti, si sostanzia in una continua, lancinante evocazione di ricordi. Quelli scelti dal regista appartengono presumibilmente ad un periodo cronologicamente molto vicino alla tragedia, quasi a voler contrapporre in maniera drastica il prima e il dopo l'accaduto.

Scalciano, si dimenano, ma coloro che sono sopravvissuti ai propri cari sembrano essere in balia di una forza che li sovrasta, e di molto. Ora li aspetta la sfida più ardua: sopravvivere anche a sé stessi. Seguendo uno stile che rifugge qualsivoglia fronzolo estetico, Kobayashi si conferma amante di quel cinema francese al quale si sente legato più che a quello del proprio Paese. Lunghi e a tratti estenuanti piano-sequenza, in cui l'azione viene sistematicamente congelata in uno scambio di battute tra due o più personaggi, oppure alla semplice presenza di uno solo di essi. Dialoghi, è bene dirlo, mai banali, per quanto talvolta volutamente ordinari.

Non è così agevole entrare in sintonia con questa pellicola, bisogna ammetterlo. Eppure con noi la molla è scattata e lasciarsi trascinare è stata un'esperienza davvero piacevole, per quanto ostica. Perché se si riesce ad andare oltre la coltre di pesantezza che aleggia su Japan's Tragedy, non si potrà fare a meno di riconoscere che la fatica sarà valsa indiscutibilmente la pena.

Voto di Antonio: 7

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