Rotterdam 2013: The Deflowering of Eva van End – Recensione del film di Michiel ten Horn

The Deflowering of Eva van End, spigliata commedia olandese in salsa grottesca e malinconica. A voi la recensione di Cineblog

Quella dei van End è una famiglia normale, come tante altre. Come tante altre vive di equilibri altamente precari, certo, ma niente di così preoccupante. Fino a che, nell’ambito di un progetto di scambio culturale, non arriva presso i van End un giovane ragazzo dalla Germania: belloccio, biondo, e con un bagaglio di esperienze sconvolgente per i suoi diciassette anni. È l’inizio della fine.

L’impatto di questo improvviso ingresso è devastante. Veit comincia ad esercitare un’influenza tremenda su ognuno dei componenti, che nell’arco di appena due settimane assistono inermi al capovolgimento delle proprie esistenze. Come avrete già intuito, si tratta di un ritratto oltremodo esasperato, dai contorni nient’affatto allegri.

Eppure, nel suo ridurre a caricatura ognuno dei personaggi di questa giostra, The Deflowering of Eva van End elargisce un discreto carico di risate, alleggerendo un ambiente dai toni a dire il vero pesanti. Ecco allora che la deflorazione dell’incompresa Eva non rappresenta che la punta dell’iceberg, sarcasticamente scelto quale apice di un processo che è poi invero il reale oggetto di questo film.

Gioca in casa Michiel ten Horn, che per il suo debutto pesca a piene mani dai pittoreschi mondi di un Wes Anderson la cui influenza è piuttosto evidente. Dell’autore statunitense mancano certi profili al limite, fuori dall’ordinario, quando invece i protagonisti di The Deflowering of Eva van End di per sé non hanno nulla di particolarmente interessante da raccontare. Famiglia piuttosto canonica, composta da padre, madre e tre figli. Il più grande si sta mettendo la testa a posto, pronto alla convivenza e con un lavoro “sicuro” alle spalle; Manuel, il mezzano, è il ribelle della casa, in piena instabilità adolescienziale; e poi c’è lei, Eva, scambiata da molti per ritardata, dotata invece di una forte sensibilità. Che vi dicevamo? Tutto nella norma.

Eppure sono proprio tali presupposti a rendere funzionante il meccanismo che s’innesca con l’arrivo di Veit. Quest’ultimo, il ragazzo perfetto, amato da tutti, impegnato nel sociale, sempre col sorriso sulla bocca, che fa meditazione appena sveglio e di andarsi a coricare. L’aspetto più interessante sta proprio nel notare come ognuno dei componenti della famiglia van End reagisca a contatto con questa mina vagante. Chi più chi meno, tutti si trovano costretti a mettere in discussione le proprie certezze, quelle che li stavano rammollendo – come viene lasciato intendere dalla prime fasi del film.

In più di una circostanza è il grottesco a farla da padrone, accompagnato da brani che accentuano ancora di più tale propensione. Di fatto, è esattamente lì che il regista olandese intende andare a parare. Più che ai personaggi in sé, è alle dinamiche scaturite dal loro incontro/scontro ciò che più lo appassiona. Tra chi mette in dubbio il proprio adorato lavoro, chi la propria figura di madre e moglie, chi la propria sessualità, chi il proprio ruolo all’interno di una comunità. Insomma, uno tsunami che travolge tutto e tutti; questo è Veit.

Poco, invece, viene detto sulla provincia olandese che fa da sfondo a questa storia sopra le righe. Non avendo colto sostanziali differenze con qualunque altro contesto occidentale analogo, in primis quello americano, diamo per buono il vecchio adagio secondo cui tutto il mondo è paese. Ma siamo sempre lì, alla fine, non importa cosa accada, tutto ritorna in ogni caso ai van End. In fondo si può a ben diritto affermare che si tratti di cinque storie, montate una sopra l’altra, a formare una torre variopinta, dove ad ognuno dei componenti di questo nucleo viene assegnato un colore.

Ironia a gogò, certo, così come una sagace riluttanza verso il politicamente corretto (tedeschi inevitabilmente presi di mira); ma alla fine della fiera, dopo averci fatto ridere e sorridere con una serie di episodi bizzarri, The Deflowering of Eva van End chiude il cerchio con un atteggiamento tra il malinconico ed il rassegnato, come se avesse semplicemente preso atto di quanto accaduto nell’ora e mezza precedente, per poi voltare pagina con un’indifferenza disarmante. Ci sta. Ma se è di una commedia che stiamo parlando, è di quelle amare; poco conta quanti sorrisi ci abbia scucito dalla bocca. Tutto continuerà in ogni caso a girare, dunque, come l’inquadratura, che riprende la stessa tecnica all’inizio e alla fine. Come a dire: “è un ciclo. Passerà“.

Voto di Antonio: 6,5

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