Venezia 65: Il papà di Giovanna – Vinyan

Venezia 65Il papà di Giovanna, di Pupi Avati Le speranze riposte in un leone tutto italiano si sono riaccese. Pupi Avati ci ha regalato davvero un bellissimo film! Realizzato con grande attenzione al particolare e girato con colori morbidi e seppiati come le fotografie dell’epoca, per evocare al meglio il contesto storico all’interno del quale

di simona

Vinyan

Venezia 65

Il papà di Giovanna, di Pupi Avati
Le speranze riposte in un leone tutto italiano si sono riaccese. Pupi Avati ci ha regalato davvero un bellissimo film! Realizzato con grande attenzione al particolare e girato con colori morbidi e seppiati come le fotografie dell’epoca, per evocare al meglio il contesto storico all’interno del quale l’azione si svolge (la seconda guerra mondiale), il film di Avati si discosta quanto più possibile da gran parte di quella che è la recente produzione cinematografica italiana, troppo vicina alle fiction televisive, e torna ad essere grande cinema d’autore.

Oltre ad una solidissima sceneggiatura, parte del merito va senz’altro riconosciuto alle straordinarie interpretazioni di Silvio Orlando e della strepitosa Alba Rohrwacher, entrambi in odore di Coppa Volpi, vere colonne portanti dell’intera pellicola. Accanto a loro Francesca Neri ed un’inedito Ezio Greggio che stupisce e dimostra di poter essere un valido interprete drammatico, se diretto da un buon regista. Ieri, durante la conferenza stampa, Greggio ha raccontato: “ho cercato, con grande umiltà, di abbandonare gli abiti del comico e di sintonizzarmi sulle onde del resto del cast per eseguire al meglio la melodia composta da un grande direttore d’orchestra com’è Pupi. A prescindere da quale tipo di storie scriverà in futuro, se Pupi mi vorrà, io ci sarò sempre.”

Belli i dialoghi, spesso sussurrati, lontani dagli stereotipi e dalle banalità. Bellissimi tutti i personaggi. Ben delineati, ben approfonditi, con caratteri sfaccettati e dinamiche complesse. Il film sarà nelle sale italiane a partire dal prossimo 12 settembre, distribuito in 250 copie. Io consiglio caldamente di andarlo a vedere, tanto per ricordarsi che il cinema italiano ha ancora molto da dire, ha solo bisogno che gli venga data fiducia.

Fuori concorso

Vinyan, di Fabrice du Welz
Vinyan in thailandese significa anima errante, spirito di una persona morta di morte violenta, bloccato fra i vivi finchè non avrà trovato la pace. Il film, opera seconda di Fabrice du Welz, racconta di una coppia di genitori straziati dal dolore per la perdita del proprio bambino, travolto dallo Tsunami e mai più ritrovato. A sei mesi di distanza dalla disgrazia, il padre (Rufus Sewell) sta cominciando ad accettare l’idea che ragazzo sia morto, mentre la madre (Emmanuelle Beart) è convinta che il suo piccolo sia ancora vivo ed è decisa a tentare l’impossibile pur di ritrovarlo. I due partono quindi per la Birmania, fra villaggi costieri distrutti dalla catastrofe naturale e luoghi dimenticati da Dio.

Descritto come un ghost-movie, questo Vinyan lascia per la verità alquanto freddini e – salvo una scena vagamente splatter nel finale – con il genere horror c’entra ben poco. Buona la recitazione degli interpreti, ma deboluccia la sceneggiatura ed abbastanza piatti tutti i caratteri. Lo si potrebbe descrivere come un viaggio onirico ed introspettivo nella spirale della follia. Nello specifico, la follia che scaturisce dal dolore di una madre che non si rassegna di fronte alla perdita di un figlio; la follia in cui la donna sprofonda sempre di più e che finisce per coinvolgere e colpire chi le sta accanto.

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