Il BOX claustrofobico di Fulvio Nebbia

Oggi è dedicato ai cortometraggi eh? Abbiamo l’opportunità di intervistare Fulvio Nebbia, autore di BOX, un corto horror presentato in vari festival italiani.

1. Ciao Fulvio, presentati ai lettori di CineBlog.

Mi chiamo Fulvio Nebbia, sono nato e vivo a Torino, ho quasi 27 anni, una laurea in Sociologia e una smisurata passione per la narrazione e in particolare il cinema. In questi anni ho realizzato una manciata di documentari e cortometraggi digitali di generi diversi insieme a un gruppo di amici e professionisti che condividono con me questa stessa passione. Potrei definirmi un videomaker, ho lavorato per diversi anni come cameraman e montatore e attualmente lavoro come editor video presso i Lumiq Studios di Torino. Un’esperienza decisamente interessante e istruttiva. Parallelamente continuo comunque a portare avanti i miei progetti, anche se conciliarli con il lavoro vero e proprio diventa sempre più difficile.





2. Di cosa parla BOX?


“Box” è un cortometraggio di 11 minuti che ho realizzato nel 2002, ambientato in un garage condominiale sotterraneo, che racconta le disavventure di due personaggi, una ragazza e un uomo, alle prese con una voce disperata che chiede loro aiuto da dentro un box chiuso a chiave dall’esterno. E’ una storia claustrofobica, il cui principale intento, da buon horror, è semplicemente quello di far paura o almeno suscitare un po’ d’inquietudine.




3. Come sei riusciuto a trovare i fondi economici?


Penso che “Box” sia costato più o meno 5 euro… il costo della cassetta DV su cui ho registrato il girato. All’epoca avevo da poco comprato la telecamera per cominciare a lavorare in modo indipendente e volevo imparare a usarla bene e vedere cosa poteva fare. Quale metodo migliore, quindi, di girare un cortometraggio? La location è il garage del mio condominio, abbiamo girato da mezzanotte circa alle quattro del mattino, in pieno luglio. Gli attori sono amici che hanno partecipato con entusiasmo al progetto e spero vivamente che si siano divertiti, perché quello è stato il loro unico compenso… le luci sono quasi tutte del garage stesso, il carrello è una vecchia ma molto funzionale carrozzina che avevo trovato qualche giorno prima nell’immondizia sotto casa. La post-produzione è stata fatta sui nostri PC casalinghi, con software che già possedevamo e usavamo abitualmente e che permettono di lavorare in modo assolutamente professionale. E’ il bello della cosiddetta rivoluzione digitale, no?


4. E’ stato il tuo primo lavoro, quindi?


No, avevo già realizzato altri corti, più brevi, e avevo fatto un po’ di esperienza nel montaggio. E’ però ancora il corto che ho fatto a cui sono più affezionato.


5. Come ti è venuta l’idea?


Come ho già detto, volevo fare un corto per testare la camera, quindi ho raggruppato i miei amici e colleghi e abbiamo deciso di fare un horror, genere che amiamo particolarmente, e di ambientarlo nei garage di casa mia, dove andavamo spesso a giocare da piccoli, perché ci facevano una gran paura. Così, una sera, ho buttato giù la storia insieme a mia sorella e Alessio Steffenino. E’ una storia molto semplice e non abbiamo scritto una vera e propria sceneggiatura, ma un canovaccio. Il giorno dopo, abbiamo chiamato gli attori, abbiamo raccontato loro la parte che dovevano fare, siamo scesi in garage e abbiamo girato. In effetti, da un punto di vista tecnico, si vede che il corto è stato un po’ improvvisato, ma secondo me nell’insieme funziona e alla fine ha avuto un buon riscontro.




6. Dove hai trovato gli attori?


Sono amici. Alessandro Zangrossi, il fonico e compositore delle musiche - nate anch’esse in un pomeriggio eppure molto efficaci - ha lavorato per anni nel doppiaggio e quindi conosce molti attori di grande talento e passione come Cristiano Falcomer, che interpreta sia l’uomo sia la voce chiusa dentro il box. Roberta Ravicchio è un’amica che all’epoca studiava ancora recitazione e ha accettato subito la parte della protagonista. Penso che sia molto adatta a quella parte perché ha il classico aspetto della bionda in pericolo alla Hitchcock.

Il bello di fare dei corti indipendenti a costo bassissimo è anche che puoi sperimentare e nel contempo divertirti con gli amici.


7. Box è del 2002 e in quell’anno l’hai presentato al TorinoFilmFestival e al ToHorror. Quest’anno invece era al JoeDamatoHorrorFestival. Come è stata l’accoglienza?

L’accoglienza del pubblico è stata molto buona, anche se purtroppo non abbiamo ricevuto alcun premio. Ricordo che una ragazza mi disse di aver avuto un incubo simile al corto la notte dopo averlo visto e devo confessare che questo mi ha dato una certa soddisfazione…




8. Ti sei ispirato a qualche regista in particolare?


A molti, ma principalmente Lucio Fulci. Non ovviamente per gli aspetti gore dei suoi film (non avevamo i soldi per gli effetti, né la storia li prevedeva), ma per quell’atmosfera claustrofobica e opprimente di cui sono intrisi i suoi horror migliori come “L’aldilà” e “Quella villa accanto al cimitero”.


9. Che cosa guarda Fulvio Nebbia al cinema?


I buoni film. Quelli che mi stimolano e stupiscono per la storia e i personaggi che raccontano o per il linguaggio e le soluzioni narrative che adottano. E amo molto il cosiddetto cinema di genere, soprattutto quando le regole dei generi vengono usate o sovvertite per rappresentare qualcosa di diverso dalla semplice storia narrata. Per questo adoro particolarmente i film di registi anche molto diversi tra loro come Coppola, De Palma, Scorsese, Romero, Carpenter, Cronenberg, David Lynch, Tim Burton, i fratelli Cohen, Clint Eastwood, Dario Argento, Mario Bava, Sergio Leone, Visconti, Truffaut, i noir francesi, i polizieschi orientali…


L’ultimo film che ho visto - in televisione però, non al cinema… - è “Se mi lasci ti cancello”, di Michael Gondry, che ho trovato splendido ed emozionante, sia per come racconta le vite dei personaggi, sia da un punto di vista strettamente tecnico ed estetico.

Fondamentalmente, penso che il cinema di finzione debba emozionare lo spettatore e raccontargli qualcosa attraverso queste emozioni suscitate. E questo avviene se le storie sono ben congegnate, i personaggi sono credibili e umani - il che non significa che debbano per forza essere realistici - e se il linguaggio, dalle riprese al montaggio, è adeguato allo spirito del film. Una cosa che proprio non sopporto è invece quando vedo quei film che si sforzano di dire esplicitamente un sacco di cose con grandi ambizioni autoriali e intellettuali, e poi invece non comunicano niente se non l’impressione di assistere a una predica. Penso che il cinema sia un arte visiva e narrativa e non una scienza sociale o filosofica e che quindi non debba dire, ma raccontare quello che ha da dire sulla realtà che ci circonda. Per i documentari il discorso può essere leggermente diverso, ma anch’essi necessitano comunque di strutture narrative emozionanti.


10. Progetti per il futuro?


Per adesso sto lavorando come assistente al montaggio a un lungometraggio che uscirà il prossimo anno, quindi la priorità è finire questo film.

Per quel che riguarda i miei progetti personali, ci sono prima di tutto tre cortometraggi che vorrei assolutamente realizzare a breve: il primo è una satira sul terrorismo, il secondo è una commedia fantastica che ho scritto insieme ad Alberto Puliafito e l’ultimo è un horror surreale sulla crescita, il cambiamento e l’inesorabilità con cui gli eventi della vita possono colpirci senza che neanche ce ne rendiamo conto. Quest’ultimo è sicuramente quello a cui tengo di più, ma purtroppo è anche il più complesso e – questa volta – costoso e sta quindi incontrando una marea di avversità produttive, nonostante il successo riscosso da più parti dalla sceneggiatura. Vedremo.

Ho poi in cantiere anche un breve corto di animazione, alcuni progetti legati al web e un paio di soggetti noir che sto sviluppando con mia sorella per dei lungometraggi.

Spero di riuscire a portare a termine e realizzare almeno la metà di questi progetti!


Noi te lo auguriamo e speriamo di poter intervistare ancora… Grazie Fulvio.

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