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Les miserables e il musical in Italia: sarà (finalmente) gloria?

L’omaggio grafico di Cineblog a Les Mis di Tom Hooper.


C’è un copione che si ripete puntualmente tutte le volte che nei cinema italiani esce (vivaddio!) un film tratto da qualche celebrato musical inglese. Un “teatrino” tutto italiano da parte del solito pubblico generalista: “ Ma è un musical?” “No, non ci vado perché cantano tutto il tempo”, “No, i musical non mi sono mai piaciuti!” e così via.

Ovviamente è pacifico che il musical possa non piacere a tanti e del resto è proprio la natura particolare del genere, ove si realizza una contaminazione sofisticata fra registro cinematografico e teatrale, a renderlo già forma espressiva più elitaria (un paradosso tuttavia, visto che lo stesso si propone come intrattenimento “popolare”).

La reazione italiana, tuttavia, mi risulta ancora oggi piuttosto singolare e per molti versi incomprensibile dal momento che parliamo del paese che ha dato i natali all’opera e all’operetta (di cui il musical potrebbe considerarsi quasi un cugino moderno) e che, mai come in questi ultimi anni, affolla i botteghini per assistere a rappresentazioni – da “Notre Dame” a “I promessi sposi” passando per pletore di adattamenti da bibbie, cartoni animati e favole della buona notte- che di sicuro musical non sono (né lo saranno mai) per totale mancanza di struttura e linguaggio.

Mal gliene incoglie poi agli incalliti amanti del genere quando si arrischiano, come successo al sottoscritto, a dire quel che veramente pensano di certi italioti (e celebrati) adattamenti musicali, perché verrebbero tacciati di “bestemmia” (da parte però di chi non ha mai messo piede al cinema per “Moulin Rouge” o “Chicago” o non ha la minima idea di chi sia Sir Andrew Lloyd Webber, la stessa gente che lasciava marcire in sala “Il fantasma dell’Opera” e “Across the universe”).

Tuttavia tacere è anche impossibile perché se ami il cinema non puoi fare a meno di adorare Fred Astaire e Gene Kelly,”West Side Story” e “Jesus Christ Superstar”, né puoi piegare orecchie abituate a ben altre partiture musicali a struggersi per i tormenti di un Quasimodo rauco e cocciantesco (cui ha dato ben più alto spessore drammatico e musicale l’Alan Menken del “Gobbo” disneyano).

Eppure in Italia si stenta a riconoscere il vero musical là dove questo esiste davvero e, quelle rare volte in cui gli viene data l’opportunità di assistervi (benché in un cinema, per l’occasione, “camuffato”da teatro), il pubblico il più delle volte snobba, irride e, quando può, disprezza perfino.

Il motivo? Anche a costo di passare per fondamentalista non mi stancherei mai di ripeterlo: essenzialmente è culturale prima ancora che di gusto. Perché le masse accettano più volentieri la musica quando questa è veicolata da format modaioli (“X-Factor” ed altri epigoni) e la danza soltanto quando è predigerita, fra una chiacchiera e l’altra, in sciocchezzai pomeridiani (“Amici”, etc.). Al cinema poi l’attenzione dei giovani è rivolta solo verso le coreografie sintetiche da saga di Step Up! mentre si ignora quasi del tutto “Fame!” di Alan Parker. Nel frattempo il vero musical, quello che realizza l’autentica fusione fra i linguaggi della danza, della recitazione e del canto, stenta a vedersi riconosciuta una propria identità o dignità dal grande pubblico, specialmente da quello cinematografico.

Personalmente spero che a “Les Miserables” (già recensito analiticamente dalla ben più esperta collega Simona) tocchi un destino commerciale diverso in Italia, proprio come sta accadendo nel resto del mondo. Sono passati più di vent’anni da quando ebbi modo di ascoltare per la prima volta “Les Miz” (così lo chiamavano affettuosamente a Londra nel 1992 quando ne acquistai la musicassetta originale), ma il tempo non sembra aver scalfito di un grammo la sua melodiosa classicità o la sua struggente poesia rivoluzionaria.

Musical “verista” quello portato in scena su celluloide da Tom Hopper che qui si riscatta dagli accademismi di regia del “Discorso del Re” per realizzare un’opera finalmente “sporca” a partire dalle voci dei protagonisti (tutti rigorosamente “live”), prospetticamente “mobile” per i tanti punti di vista adottati ( le inquadrature dall’alto sembrano evocare uno sguardo pietoso e “superiore”) e sostenuta da un’intensità tanto ricercata quanto emotivamente autentica.

Scelta dolorosa e al tempo stesso meravigliosa quella di sacrificare la brillantezza delle esecuzioni e il fasto delle orchestrazioni in favore di un cantato che di fatto è “recitato”, coi protagonisti che sudano, piangono e quindi “vivono” la loro performance sulla stessa pelle, quasi fosse un saggio di teatro sperimentale. Soli ed in balia dei propri timbri vocali ma anche in cerca di una diversa originalità interpretativa resa ancora più evidente da imperfezioni e dissonanze.

Hugh Jackman eroe lirico e tormentato, Russel Crowe astiosa ed impettita ragion di stato (ma anche fragile soldatino di vetro), e poi l’anima “miserable” di tutta l’opera, quella Anne Hathaway-Fantine sul cui corpo è marchiato a fuoco il purgatorio dell’umanità più muta e derelitta. L’angelo dei Miserables è lei, quella creatura celestiale che conduce le anime pie verso la grazia di Dio e che trasfigura poi schiere di rivoluzionari morti nel concetto stesso di libertà. Determina il cuore pulsante del film fin dalla sua apparizione e la sua assenza-presenza sembra segnarne anche il successivo svolgimento. In mezzo c’è tutto il noto campionario rivoluzionar-sentimentale dell’opera di Hugo, dal contestatore Marius (Eddie Redmayne, una sorpresa) al piccolo Gavroche, dall’angelicata Cosette all’infelice e appassionata Eponine ( Samantha Barks che perderà in amore ma vince ampiamente il confronto musicale con la Seyfried), fino all’innesto vagamente burtoniano dei coniugi-canaglia Thénardier.

Così tra fango e denti gialli, dubbio e giustizia, il sudiciume delle anime e la potenza salvifica del martirio, “Les Miz” di oggi riprende vita e si riappropria di un nuovo palco diventando cinema in senso assoluto grazie proprio alla sua esibita teatralità priva di mistificazioni sceniche. Vorremmo di cuore che la “rivoluzione” del musical, e soprattutto la sua rivalutazione agli occhi di un pubblico italiano distratto o semplicemente svogliato, partisse proprio da quest’opera epica, melmosa e contrastata che, al pari di una tela del Delacroix, sembra nascondere la sua espressività più nel grigio che nel colore, e la sua intima bellezza nell’imperfezione, nei volti fuori quadro e nelle schiettezza delle sue “disarmoniche” armonie.

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