Die Hard – Un buon giorno per Morire: note di produzione, featurette e clip in italiano

Quinta volta in sala per John McClane con Die Hard – Un buon giorno per Morire

Se la critica americana l’ha stroncato (14% di recensioni positive su Rotten), il nostro Antonio l’ha promosso con sufficienza piena nell’immancabile ed esaustiva recensione in anteprima firmata Cineblog. Da oggi in oltre 400 copie, Die Hard – Un buon giorno per Morire prepara non solo lo sbarco italiano ma anche americano, puntando così a sbancare da subito i box office di mezzo mondo.

Nell’attesa, al grido “Yippie-Kai-Yay, Motherfucker!“, ‘lanciamo’ l’uscita del titolone Fox grazie alle prime due clip in italiano della pellicola e ad una ricca featurette sottotitolata, da ammirare ovviamene dopo il saltino insieme ad una ricca pagina legata alle note di produzione (sempre made in Fox). Quinto capitolo dell’infinita saga legata a John McClane, l’ennesimo Die Hard non sarà l’ultimo, perché il sesto è stato praticamente già annunciato.

Finché a Bruce Willis reggerà il fisico, in conclusione, nessuno potrà portarlo via da esplosioni e distruzione. 25 anni dopo il cult Trappola di cristallo.

NOTE DI PRODUZIONE

Bruce Willis riprende il leggendario ruolo del detective della polizia John McClane in Un buon giorno per morire, un film che vede il protagonista fronteggiare corruzione mortale e vendette politiche in Russia. McClane arriva a Mosca per rintracciare il figlio che non vede da tempo, Jack (Jai Courtney), ma rimane stupito quando scopre che lui lavora sotto copertura per proteggere un informatore del governo, Komarov. Con la loro vita appesa a un filo, i McClane sono costretti a superare ogni contrasto per portare al sicuro Komarov e impedire un crimine disastroso nel luogo più desolato sulla faccia della Terra, Chernobyl.
Quando McClane scopre la verità sulla professione del figlio, lo definisce “lo 007 di Plainfield, New Jersey”. Ma da Plainfield a Mosca la strada è lunga, così John e il figlio Jack stanno per vivere una riunione di famiglia che non dimenticheranno mai.
Sono passati 25 anni da quando Die Hard è diventato un fenomeno nelle sale, lanciando un nuovo eroe cinematografico e cambiando il panorama del cinema d’azione. McClane è un personaggio con cui potersi identificare, un uomo normale costretto dalle circostanze a portare a termine una missione straordinaria. E’ questo che lo differenzia dagli eroi fumettistici di tanti film d’azione e che ha reso McClane uno dei personaggi più popolari della storia del cinema.
Vicino all’entrata del Parco di Piazza della Libertà di Budapest, accanto all’ambasciata americana, lo spirito di due icone americane – una reale, l’altra cinematografica, ma entrambe leggendarie – si stagliano all’ombra di un monumento di guerra sovietico. Una statua di bronzo di Ronald Reagan osserva un memoriale di cemento di 5 metri, sovrastato dalla stella dell’Unione Sovietica. A pochi passi, all’interno di un enorme edificio che un tempo ospitava la stazione televisiva dell’Ungheria comunista, il leggendario Bruce Willis passeggia per un set che rappresenta la stazione di polizia di Brooklyn.
Lo spettro dell’ex Unione Sovietica è presente in tutto il Parco, così come nella statua di Reagan e nella vicenda raccontata da Un buon giorno per morire. Durante gli ultimi anni della Cortina di ferro, gli antagonisti russi del film, Komarov e Chagarin, hanno elaborato un piano per rubare del plutonio (che ha un valore di decine di milioni di dollari) dalla centrale nucleare di Chernobyl. 27 anni dopo, il finale di questa sinfonia criminale verrà eseguito a Mosca, con un crescendo che si potrà ascoltare nei corridoi dei tribunali russi, mettendo a repentaglio le fortune di potenti oligarchi e le vite di due americani inattesi: John McClane e il figlio Jack.
La scena nella stazione di polizia di Brooklyn, in cui McClane scopre che il figlio ribelle si trova in prigione a Mosca, rappresenta la prima apparizione del personaggio nel film, così come il primo giorno di riprese per Bruce Willis. E’ una mattina grigia di inizio maggio a Budapest, ma la pioggia intermittente non ha smorzato l’entusiasmo della troupe o quello di Willis, che sembra contento di essere tornato nei panni del personaggio che ha creato 25 anni fa.
Willis è McClane ed è entusiasta di riprendere l’amato personaggio, che ha l’abitudine di trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto. Sono i guai che vanno in cerca di John McClane o è lui che se li va a cercare? “Beh, McClane è sicuramente attirato dai guai”, sostiene l’attore, “ma anche i guai sembrano avere un debole per lui”.
“Pensavo che dovessimo mantenere il livello qualitativo a cui ci ha abituato la serie e mi piace ritrovare McClane in diverse fasi della sua vita”, prosegue Willis. “In questa storia, è arrivato a un’età in cui gli uomini riflettono sul proprio passato. Per McClane, il nodo cruciale è il rapporto inesistente con il figlio. Non si parlano da un po’ di tempo e la prima cosa che scopre di lui, è che l’hanno arrestato a Mosca”.
La premessa della sceneggiatura (scritta da Skip Woods e Jason Keller) è nata grazie a un’idea di Willis, che voleva esplorare un rapporto padre-figlio in un ambiente pericoloso, che li avrebbe costretti a superare i loro conflitti per sopravvivere.
Le differenze tra loro sono notevoli e profonde. “Jack è molto preciso, mentre John raramente segue le regole e utilizza qualsiasi cosa abbia a disposizione per affrontare le situazioni che si presentano”, spiega Willis.
Il produttore Alex Young sostiene che “il punto era prendere questo elemento base, un rapporto tra padre e figlio, uomini che sono fatti della stessa pasta, ma con un passato complicato e grosse incomprensioni che li dividono, per poi metterli in una situazione in cui sono con le spalle al muro e devono cavarsela da soli”.
Mosca, con la sua ricchezza, la famigerata criminalità e il labirinto geografico rappresentato dalle sue strade, era perfetta. E’ una città enorme, ma che, come dimostra la sua storia, può essere isolata in breve tempo. Rimane un luogo ideale per un intrigo internazionale e ha una reputazione senza pari per i processi ai prigionieri politici, come quello che dà il via alla storia del film.
Il produttore Wyck Godfrey sostiene che la sfida era mostrare McClane che “utilizzava le sue capacità in una terra straniera, in cui è un pesce fuor d’acqua, un elemento intrigante del film. Non conosce la lingua, la cultura o il territorio, quindi è costretto a fare qualcosa di inedito per lui: affidarsi a un’altra persona”.
L’altra persona è suo figlio. Come avvenuto nei precedenti episodi di Die Hard, Un buon giorno per morire parla dei membri della famiglia in pericolo e della volontà di McClane di fare tutto pur di salvarli. Nei primi due film si trattava di sua moglie, mentre nel quarto era la figlia a essere in pericolo. Ora è suo figlio che si trova nei guai e McClane ha paura che possa essere troppo tardi per fermare la carriera criminale di Jack.
“John non può ignorare quello che avviene, perché coinvolge la sua famiglia – e come abbiamo imparato nei precedenti capitoli di Die Hard, è meglio lasciare in pace la famiglia di John McClane”, sostiene Moore.
Moore era entusiasta di lavorare a un nuovo capitolo di Die Hard assieme a Willis. “Bruce è molto attento quando si tratta di quello che bisogna fare per John McClane e per Die Hard”, sostiene il regista. “Nessuno conosce il personaggio e la serie meglio di Bruce”.
John McClane viene accompagnato all’aeroporto dalla figlia Lucy (Mary Elizabeth Winstead, che riprende il ruolo che ricopriva in Die Hard – Vivere o morire). Da lì, arriva a Mosca e scopre che Jack, oltre a non essere un criminale, è un agente operativo della CIA, che da tre anni è sotto copertura per proteggere il ladro russo Komarov, che nel frattempo è diventato un informatore. Essendosi pentito delle sue azioni, Komarov vuole testimoniare contro il suo ex socio, Chagarin, una scelta che infliggerebbe un duro colpo alle sue ambizioni politiche.
“Si tratta di un cambiamento, visto che di solito McClane è l’ospite inatteso che rovina qualche elaborato piano di un criminale”, afferma Young. “In questo caso, lui mette a repentaglio l’impegnativa e pericolosa operazione di copertura del figlio”.
Il ruolo di Jack McClane è andato al giovane attore australiano Jai Courtney, che ha partecipato nel 2010 alla serie Spartacus: Sangue e sabbia, per poi diventare un pericoloso avversario di Tom Cruise in Jack Reacher – La prova decisiva.
“Ho fatto due provini per il ruolo di Jack McClane, ma non mi aspettavo di ottenere la parte”, ricorda Courtney, “perché sapevo che stavano svolgendo una ricerca molto estesa. Avevo appena terminato di lavorare a Jack Reacher a Pittsburgh ed ero diretto a Sydney. Stavo facendo scalo all’aeroporto, quando il mio agente mi ha chiamato per dirmi di non partire, perché volevano farmi recitare con Bruce. Ho fatto un provino una settimana più tardi e poco dopo è arrivata la bella notizia. E’ stata un’esperienza fantastica. Io sono cresciuto con i film di Bruce e la serie di Die Hard è leggendaria”.
Willis aggiunge che “Jai è entrato nel personaggio e sembrava uno di famiglia, proprio come se fosse un McClane”. Moore fa notare come “Jai fornisca un’intelligenza e una gentilezza notevoli al personaggio, ma è anche una presenza più fisica rispetto a quanto avevamo pensato originariamente per Jack. Quando Jai ha fatto il provino, abbiamo voluto puntare su questo ragazzo robusto, perché era perfetto per il ruolo”.
Nei panni del figlio del detective della polizia più famoso di New York, il Jack che vediamo sullo schermo dimostra che buon sangue non mente. Lui possiede il senso del dovere, il coraggio e il desiderio di mettersi nei guai per proteggere gli altri tipici di suo padre.
“Jack ha vissuto come un russo, parlando la lingua e infiltrandosi in diversi gruppi criminali, in modo da controllare Chagarin e assicurarsi che non possa fare del male a Komarov in prigione”, sostiene Courtney. “Così, rimane scioccato quando suo padre arriva in un momento cruciale e rivela la sua vera identità. Non vuole il suo aiuto, anzi non vuole proprio nulla da lui. Jack è determinato a dimostrare che può farcela da solo e che è autonomo”.
Mentre la data del processo di Komarov si avvicina, Jack si fa arrestare per tenere sott’occhio il russo. Quando i due uomini vengono portati insieme in tribunale, Jack ritiene di avere tutto sotto controllo. Ma si sbaglia.
Chagarin ha inviato il suo braccio destro Alik (Rasha Bukvic) e una squadra paramilitare per tirar fuori Komarov dal tribunale. All’improvviso, una fragorosa esplosione scaglia spettatori e giudici contro le pareti.
“I cattivi irrompono per prendere Komarov e ci ritroviamo in un dramma brechtiano”, ironizza il regista John Moore. “Far esplodere un palazzo non è la maniera tradizionale di prendere qualcuno, perché il rischio di ferire il bersaglio è altissimo. Ma visto che Jack e Komarov sono rinchiusi in una gabbia a prova di proiettile, è piuttosto ingegnoso”.
Jack e Komarov riescono a sfuggire alla distruzione che li circonda, mentre un sorpreso John McClane li rincorre. Jack e Komarov prendono il controllo di un camion, mentre Alik è alle loro calcagna e John si ritrova a seguirli con il suo veicolo “preso in prestito”. Il risultato è una delle sequenze di inseguimento più spettacolari mai viste al cinema.
“Abbiamo passato 82 giorni a girare questa scena – sulle autostrade, in vicoli stretti e sui ponti – distruggendo decine di macchine di prestigio”, rivela Moore. “E’ stato qualcosa di epico”.
Quando la copertura di Jack va in fumo, assieme al padre cerca di portare Komarov al sicuro fuori da Mosca e a Chernobyl, dove lui potrà recuperare i documenti che incriminano Chagarin. Il russo si ritrova in mezzo ai due McClane che litigano, una situazione più pericolosa di quanto possa essere la prigione, mentre John sembra molto carico e deciso. I tre uomini sono intenzionati a uscire dalla città con ogni mezzo necessario e formano una strana alleanza.
Come rivela Sebastian Koch: “Komarov è diffidente verso i McClane e cerca di trovare un modo di riprendere il controllo. Lui ha collaborato con la CIA per tentare di inchiodare Chagarin, ma ha delle idee personali su come mettere alle strette il suo nemico e delle ambizioni dopo la fine della sua prigionia. Komarov ha un rapporto difficile con sua figlia (Yulia Snigir), quindi capisce ed è solidale con John McClane, che a sua volta si trova in difficoltà con il figlio”.
“Komarov è una figura misteriosa”, prosegue Koch. “Non sempre è simpatico e non sappiamo le ragioni dietro alle sue scelte. Mi è stato consentito di esplorare completamente il personaggio, affidandomi spesso a piccoli movimenti, sguardi ed espressioni. John in questo senso era molto aperto ed è stata una gran soddisfazione poter incarnare una persona intelligente e complessa nel bel mezzo di questo caos”.
Per l’attore, non era la prima volta in un film d’azione, così l’interazione sullo schermo di Koch con Willis e Courtney fornisce a Un buon giorno per morire degli elementi da road movie e da thriller con i protagonisti in fuga. I personaggi si imbarcano in un viaggio pericoloso ed emotivo, mentre affrontano delle situazioni pericolose. Questo terzetto alla fine si ritrova bloccato in una sala da ballo di un vecchio albergo e minacciato da un gruppo di assassini russi.
Evitando di vestire con lo stereotipo delle tute e delle scarpe da corsa, Alik e la sua banda sembrano quasi essere i proprietari della banca, non i ladri. Rasha Bukvik fa notare come “Alik sia un gentiluomo sofisticato, che si veste in maniera impeccabile e vede la capacità di uccidere come una delle sue tante doti. E’ arrabbiato, perché questi due cowboy americani hanno rovinato il suo progetto di portare a termine il lavoro in breve tempo, per poter andare al balletto. Per questo inconveniente, lui è intenzionato a farli soffrire, ma a un certo punto capisce che sfuggire a una morte sicura è una caratteristica dei McClane”.
Nonostante il fuoco nemico, i McClane riescono a fuggire e devono capire come poter salvare Komarov, che ora si trova nelle mani degli uomini di Alik. Jack McClane non sa più che pesci prendere e si deve affidare all’aiuto di John.
Secondo Jai Courtney, “Jack adotta un approccio metodico nel suo lavoro, probabilmente come reazione rispetto all’improvvisazione che contraddistingue il padre, che spera sempre che vada tutto bene. Tuttavia, ora si trova in una situazione in cui non sa che fare, non ha risposte e sta per crollare. L’istinto del padre è quello di non mollare mai, non importa cosa può succedere, e in questa situazione terribile Jack arriva finalmente a comprenderlo, forse per la prima volta. Questo permette a Jack di capire e rispettare maggiormente i valori di John. E’ un momento di svolta”.
Mentre cercano di uscire da Mosca e arrivare a Chernobyl, i McClane incontrano tutti gli elementi particolari, meravigliosi e letali della vita notturna di Mosca: macchine costose, donne bellissime e tante minacce da un avversario potentissimo. Hanno bisogno di aiutarsi a vicenda e di tutta la fortuna possibile.
“E’ una storia padre-figlio, in cui cercano di portare a termine una missione pericolosa, mentre intanto devono ricucire un rapporto in crisi”, sostiene Wyck Godfrey. “La prima reazione di Jack è ‘vattene da qui papà, non ho bisogno del tuo aiuto’. In realtà, quello che vuole sentirsi dire dal padre è ‘stai andando bene figliolo, sono orgoglioso di te’. E’ l’aspetto meraviglioso di questa storia. Stiamo raccontando un rapporto importante nel bel mezzo di un eccitante episodio di Die Hard”.
Come aggiunge il cosceneggiatore Jason Keller: “John e Jack si ritrovano senza un piano, in guai grossi e senza poter ricevere aiuto. Jack non sa cosa fare, così suo padre lo prende da parte e gli dice come agire. Il momento cruciale del film è quando Jack decide di mettere da parte l’orgoglio e accettare l’aiuto di John. Così, abbiamo due McClane che lavorano insieme, una situazione che i cattivi non sono in grado di affrontare”.

CURIOSITA’ PRODUTTIVE

“QUESTO va nel film”, urla felice il regista Moore dopo aver dato lo stop alle riprese. Fumo, polvere e detriti calano lentamente per terra, mentre gli attori escono dalla stanza e la troupe si ritrova con il poco invidiabile compito di ripulire tutto dopo la distruzione. Bruce Willis e Jai Courtney hanno appena distrutto il set di un rifugio.
Dopo alcune settimane in cui sono stati girati degli elementi narrativi, oggi la produzione è impegnata nell’azione emozionante che è la caratteristica fondamentale della serie per il pubblico. “Finalmente sembra che stiamo realizzando un film di Die Hard”, sostiene Willis.
E’ metà maggio quando il cast e la troupe si ritrovano in una delle strutture più antiche e interessanti di Budapest, il palazzo Express. Situato sulla via che conduce al Parco di Piazza della Libertà, l’edificio è stato costruito intorno al 1880. Una volta, era il quartier generale per le ispezioni doganali e la residenza degli ufficiali navali impegnati a lavorare nell’industria marittima che proliferava lungo il Danubio. L’esterno dell’edificio è decorato con delle sculture di navi e dei simboli nautici. Il suo piccolo cortile, le scale a chiocciola, i balconi di ferro e il labirinto di stanze e corridoi l’hanno reso una location molto popolare a Budapest. Qui, lo scenografo Daniel T. Dorrance e la sua squadra hanno creato un covo della CIA, dove la missione di Jack McClane viene diretta dal suo capo, l’agente Collins (Cole Hauser). La stanza è piena di computer, mappe sulle pareti, attrezzature di sorveglianza, scanner radio e le solite confezioni di cibo da fast food.
Dopo il disastro in tribunale, i McClane e Komarov si rifugiano in questa base, in cui Collins è sorpreso di trovare il padre di Jack. Si tratta di un momento intenso e potenzialmente pericoloso.
“Collins è furioso che Jack abbia violato il protocollo e portato il padre in una situazione che mette a repentaglio la sicurezza della missione”, afferma Hauser. “Ma lui non ha capito che il piano è già andato a pezzi”.
L’agente Collins deve confrontarsi con la realtà quando gli uomini di Alik irrompono nell’edificio e danno il via a una sparatoria. Nel corso di cinque giorni e grazie a 100 inquadrature, la produzione ha distrutto completamente il set”.
Le funi da alpinismo portano gli stuntmen a calarsi dalle finestre e a scendere per 25 metri nel cortile, ma questa è soltanto una delle sequenze ideate dal coordinatore degli stunt Steve Davison. Oltre 50 stuntmen (americani, ungheresi, cechi e slovacchi) hanno lavorato a queste scene, dalle cadute libere ai momenti legati all’imponente inseguimento in macchina e agli attacchi con l’elicottero.
“Avevamo a disposizione alcuni dei migliori stuntmen del mondo e tutta la squadra era di altissimo livello”, afferma Davison. “I film di Die Hard sono il Super Bowl delle pellicole d’azione e ogni stuntman in circolazione vuole farne parte”.
Nelle vesti di allenatore e arbitro di questa nuova finale del “Super Bowl”, John Moore era impegnato a portare la saga a un nuovo livello. Il suo stile visivo unico e l’esperienza in film d’azione come Behind Enemy Lines – Dietro le linee nemiche e Max Payne hanno convinto i dirigenti della Fox e i produttori che avrebbe potuto portare la sua squadra alla vittoria.
Young sostiene che “John aveva una visione perfetta di come far evolvere la serie, in linea con quello che è avvenuto per i film di Bourne e di James Bond, lasciando comunque la sua impronta. Ha fornito un nuovo stile visivo alla saga e ha dato vita a delle fantastiche sequenze d’azione. Inoltre, ha capito bene il cuore di questo rapporto tra padre e figlio. In un lavoro del genere, ci sono aspettative e pressioni enormi, ma lui non le ha mai evitate, neanche per un attimo”.
Il compito era estenuante, ma mai noioso. “Poteva capitare tranquillamente di passare 12 ore di lavoro per girare un’inquadratura che sullo schermo sarebbe durata tre secondi, ma non c’era nessun altro modo”, spiega Moore. “E’ cinema analogico, noi cerchiamo di fare tutto in maniera concreta e utilizzare gli effetti visivi soltanto per migliorare gli sfondi”.
Divertente, esuberante e molto attivo sul set, Moore era felicissimo quando un’inquadratura andava bene e festeggiava sempre in maniera evidente. Nel dar vita allo stile visivo del film, Moore voleva che quasi tutto fosse ripreso con macchina a mano, utilizzando tre cineprese e delle lenti lunghe per catturare dei primi piani stretti. I frenetici movimenti di macchina portano il pubblico dentro l’azione, come se gli spettatori facessero parte della storia, piuttosto che essere degli osservatori distaccati che osservano tutto da una certa distanza.
Wyck Godfrey, che ha prodotto altri due film con Moore, sostiene che “alcuni dei momenti migliori che ho vissuto durante le riprese di un film, sono avvenuti quando John ha realizzato qualcosa di estremamente difficile o quando ha improvvisato sul set. Il suo entusiasmo è contagioso”.
Moore rivela che “McClane si ritrova in una terra straniera, senza avere il controllo sull’ambiente che lo circonda. Non riesce a prevedere le cose, come è abituato a fare normalmente. Lui viene colto alla sprovvista e noi desideravamo che la cinepresa riuscisse a esprimere questo senso di sorpresa e confusione”.
Dorrance, assieme ai reparti artistici e di costruzione che supervisionava (in totale erano 350 le persone coinvolte), hanno creato 58 set per il film. Di questi, 30 set erano di medie dimensioni e dieci enormi. A un certo punto, secondo quanto rivela Dorrance, si lavorava contemporaneamente a circa 45.000 metri quadrati di costruzioni. Tre dei set più grandi sono stati costruiti sui teatri di posa degli studios Raleigh, compreso il tribunale da cui Jack e Komatov scappano all’inizio. Dopo la sua demolizione, il set è stato ricostruito nell’ampia sala da ballo dell’Hotel Ucraina.
Gli interni coprono buona parte del teatro di posa 6 dei Raleigh e sono ideati, come rivela Dorrance, secondo i dettami “della sgargiante architettura barocca”. L’ampia sala da ballo, di 45 metri per 25, è coperta da falsi marmi, con ogni strato dipinto a mano di vari colori leggeri per ottenere l’effetto del marmo. 20 pittori, 80 carpentieri e dieci operai specializzati nel metallo hanno passato otto settimane a costruire questo set, costato 450.000 dollari, lavorando a stretto contatto con i reparti degli effetti visivi e degli stunt.
La stanza è stata decorata con candelabri, sedie e un pianoforte, mentre le pareti e le colonne erano state preparate con dei fori provocati dalle pallottole e riempiti con dei petardi. I McClane riescono a evitare gli spari saltando sopra il bancone di un bar, che aveva degli spazi per inserire dei vetri rotti. Le finestre erano fatte di vetro leggero, ideato per rompersi in piccoli pezzi, mentre il soffitto composto di pannelli era realizzato con del vetro di zucchero. Tutto questo cade sopra i McClane, provocando una doccia esplosiva, un riferimento al primo film, quando il vetro frantumato aveva ferito i piedi scalzi di John.
Questa sala da ballo, che ha richiesto diversi mesi per essere costruita, è stata sistematicamente distrutta durante una settimana di riprese. Nel corso di uno scontro con Alik, i McClane devono evitare i colpi sparati da un elicottero che volteggia sopra la sala. Si tratta di una distruzione epica, anche per un film di Die Hard.
Grazie a un timing perfetto e una grande collaborazione da parte del governo ungherese, la produzione ha potuto utilizzare uno degli elicotteri dell’esercito per la sequenza. Il Mi:24, di fabbricazione russa, uno dei più affidabili tra quelli in dotazione all’aviazione dell’ex Unione Sovietica, non è stato più ordinato dall’aviazione ungherese ed è stato gradualmente sostituito da mezzi della NATO. La produzione ha trovato uno di questi esemplari poche settimane prima che venisse ritirato dalla produzione e ha potuto sorvolare Budapest con dei permessi speciali per quanto riguarda le altitudini massime e minime.
Il supervisore alla produzione Gabor Varadi aveva il compito di mantenere i rapporti con l’aviazione ungherese e rende loro merito per aver fatto degli strappi alle regole senza precedenti. Come rivela Varadi, “abbiamo potuto far volare l’elicottero a circa 50 metri sopra il terreno, mentre il minimo legale è circa 250 metri. John Moore voleva che le porte dell’elicottero fossero aperte, con il cast assicurato a delle imbracature. Normalmente, queste richieste non verrebbero soddisfatte. Ma si trattava di un film di Die Hard e Bruce Willis è probabilmente l’attore più popolare in Ungheria, così ci hanno aperto molte porte, oltre a quelle dell’elicottero”.
Il pericolo e la paura delle altezze erano al centro dei pensieri dell’attrice Yulia Snigir, quando le è stato detto che sarebbe dovuta stare in un elicottero con le porte aperte, in volo sopra Budapest. La sua prima reazione è stata: assolutamente no.
“Ho paura delle altezze, una fobia notevole, tanto da non riuscire neanche a guardare giù da un balcone”, ammette la Snigir. “Ero paralizzata, ma quando sono andata nel mio camerino e sono entrata nella parte, ero pronta a tutto. Il mio personaggio, Irina, è molto più coraggiosa e forte di me. Yulia non avrebbe mai potuto farcela, ma nei panni di Irina non avevo paura. Alla fine, si è rivelata un’esperienza fantastica. Io potevo vedere l’intero panorama di Budapest da un centinaio di metri di altezza”.
Assieme al Mi:24, il film comprende l’elicottero di fabbricazione russa Mi:26 “Halo” , che è il più grande del mondo, dal peso di 25 tonnellate e in grado di sollevarne altri 25. Si dice che l’unica cosa in grado di sollevare in aria un Mi:26 sia un altro Mi:26. E’ lungo 38 metri, mentre le sue pale si estendono per 60 metri. I suoi motori da 30.000 cavalli mettono in moto 8 rotori, ognuno lungo 14 metri. La velocità massima è di 250 nodi.
John Moore è un appassionato di velivoli aerei (come dimostrano delle edizioni conservate accuratamente del mensile dell’aviazione americana) e rivela che “questa è la prima volta che un Mi:26 viene utilizzato per un film occidentale. E’ fantastico avere a disposizione questo mostro e realizzare delle cose che non erano mai state provate prima d’ora”.
Se gli elicotteri erano la ciliegina, la torta vera e propria era il già menzionato inseguimento in macchina, che ha richiesto quasi due mesi e mezzo di riprese e centinaia di veicoli. La Mercedes Benz ha donato diversi milioni di dollari di macchine e camion alla produzione, tra cui tre dei protagonisti dell’inseguimento: un SUV serie GL, un Van Sprinter e un Unimog, un veicolo militare solido e dall’aspetto tipicamente europeo.
Questa impresa notevole ha richiesto un’estate di riprese. 12 strade diverse erano coinvolte, ognuna di esse con degli stunt differenti. In effetti, un’unità di 190 persone è stata creata per girare gli elementi d’azione dell’inseguimento, diretta dal regista della seconda unità Jonathan Taylor e dall’assistente alla regia Sean Guest. I primi piani e le scene di dialogo sono state realizzate dall’unità principale. Così, la squadra degli stunt è diventata una presenza fissa nelle strade di Budapest, mentre era impegnata a ribaltare dei camion, far scontrare le vetture e veder correre dei veicoli enormi nei vicoli stretti.
Taylor ha ripreso l’inseguimento con diverse camere per ogni inquadratura, inserendole non soltanto nei veicoli e nei camion coinvolti nell’inseguimento, ma anche nelle vetture che venivano colpite e in quelle che passavano, nelle motociclette, nelle finestre degli edifici e così via.
Come rivela Sean Guest: “Siamo arrivati al limite. E poi lo abbiamo superato”.
Una grande preoccupazione era suscitata dai veicoli degli “eroi”, quelli condotti da Jack e Komarov (un Van Sprinter) e John McClane (un Unimog e una G Station Wagon). Per questo, erano necessarie diverse versioni di questi veicoli, alcune con delle parti esterne particolari, per consentire agli autisti stunt di guidare e permettere alle cineprese di riprendere gli attori negli abitacoli.
Alik si trova all’inseguimento con il veicolo più spaventoso possibile sulla strada, un MRAP (ossia, una sorta di fuoristrada resistente alle mine e alle imboscate) modificato appositamente, un veicolo predisposto per le zone di guerra e in grado di annientare tutto quello che incontra sul suo cammino. I realizzatori hanno deciso fin dall’inizio di ideare e costruire i propri MRAP, piuttosto che acquistarne delle versioni già esistenti, in modo da poter fornire delle caratteristiche specifiche ai veicoli.
Il telaio del principale MRAP proviene da un camion ZIL russo, equipaggiato con un motore Dodge Ram di un ottavo di litro e da 500 cavalli, un albero a canne realizzato appositamente, degli ammortizzatori da fuoristrada e delle gomme da corsa. E’ alto quasi tre metri, largo due metri e mezzo e pesa 3.500 chili. La sua fabbricazione è costata 200.000 dollari.
Come afferma John Moore: “le sue prestazioni sono incredibili, è tre volte più veloce della versione militare. E’ una bestia!”.
A un certo punto, McClane tenta di raggiungere i due veicoli principali distruggendo un guardrail e nuotando letteralmente sopra le altre vetture. Lo
stuntman Larry Ripenkroeger era responsabile per questa scena, che la produzione ha definito “la salita sull’ingorgo”.
Willis ha eseguito personalmente parte della guida per questa sequenza, tra cui il momento in cui ha fatto passare la G Station wagon attraverso delle enormi colonne di cemento e quando cercava di riprendere il controllo dopo un testacoda.
La scena è stata girata in una parte del circuito di Formula 1, l’Hungaroring. La produzione ha potuto utilizzare un’enorme zona del parcheggio, che ha fornito un ambiente sicuro per alcuni degli stunt più complessi da girare e troppo rischiosi per essere eseguiti su strade normali. 100 metri di strada sono stati ricoperti dal tarmac e sono stati aggiunti dei pannelli a un cavalcavia. A sua volta, dietro è stato inserito uno dei maggiori green screen mai utilizzati, lungo 220 metri e alto 135. “Si poteva vedere dallo spazio”, scherza Dan Dorrance.
L’enorme green screen ha consentito al reparto di effetti speciali di aggiungere le immagini degli edifici e del traffico di Mosca. Anche se Budapest si è rivelata una copia fantastica della città, alcuni aspetti della capitale russa non potevano essere ricreati.
Budapest non aveva le dimensioni enormi di Mosca, ma ha comunque compensato con la sua architettura meravigliosa e affascinante. La produzione ha girato in 32 location, utilizzando alcuni luoghi caratteristici e delle piazze della città, tra cui il pittoresco viale Andrassy (di ispirazione parigina), il ponte Elizabeth e un popolare sito turistico, la Piazza degli Eroi (“Hosok Ter”), piena di enormi statue delle figure storiche ungheresi.
La Piazza degli Eroi porta a un parco enorme ed è affiancata da due dei più celebri musei nazionali. Uno di essi, il Museo delle Belle Arti, ha rappresentato la facciata esterna del tribunale in cui Komarov e Jack McClane vengono portati per il loro processo. E’ una scena caotica, visto che centinaia di dimostranti sono arrivati per protestare contro Komarov e i suoi presunti crimini contro lo Stato. Dei veri poliziotti e militari ungheresi sono stati utilizzati come comparse in questa scena, assieme a decine di veicoli della polizia, furgoni, bandiere e cartelli di protesta.
La produzione ha avuto dei permessi speciali per girare all’aeroporto di Budapest Franz Liszt (che rappresentava il La Guardia di New York), per una scena che comprendeva Mary Elizabeth Winstead, che riprende il ruolo di figlia di John, Lucy McClane.
“Da una parte, sembra ieri che giravamo Die Hard – Vivere o morire, dall’altra mi pare un’eternità”, sostiene la Winstead. “Nel film precedente, si parlava del fratello di Lucy e ora sono eccitata di incontrarlo nella persona di Jai! Mi piace anche il dialogo un po’ criptico tra John e Lucy, perché rappresenta bene come sono fatte alcune famiglie, che hanno la tendenza a non affrontare in maniera esplicita le cose più emotive e dolorose”.
Anche se quasi tutte le location del film erano a Budapest, la produzione ha dovuto spostarsi, facendo quasi un’ora di viaggio, per trovare il set più grande ed emozionante di tutti: Chernobyl. Un’ex base militare sovietica che si trova nel villaggio di Kiskunlachaza e che è stata abbandonata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, forniva l’ambiente inquietante necessario per la pellicola.
La struttura (che si trova in pessime condizioni) è stata decorata dalla squadra di Dorrance con delle statue e dei murales dipinti sugli edifici di cemento. Dei carri armati militari, delle jeep e dei camion sono stati posizionati sul terreno. Oltre ad aggiungere un’ampia facciata a un edificio, il dipartimento artistico ha creato una grande piattaforma di cemento per consentire l’atterraggio di un elicottero Mi:26, che ha un ruolo fondamentale nell’ultima sequenza.
Il cast e la troupe erano sconvolti quando sono arrivati sul set di Chernobyl la sera del 23 giugno, la prima di otto notti (non consecutive) di riprese. “E’ incredibile, non avevo mai visto niente del genere”, sostiene Sebastian Koch. “Il set era così desolato e inquietante, che ti faceva pensare di stare veramente a Chernobyl”.
L’Mi:26 dovrebbe servire per la fuga di Alik e dei suoi complici, ma i McClane hanno altri piani. Guidare e far atterrare questo enorme elicottero richiede un equipaggio di sei persone e per comprendere bene il suono fragoroso che emana, bisogna posizionarsi a un centinaio di metri di distanza.
Questo elicottero “Halo” è stato prestato dalla Bielorussia. Anche il semplice trasporto di questo velivolo attraverso i confini tra Bielorussia, Ucraina e Ungheria, che comprendeva una gran quantità di permessi richiesti e mezzi necessari, è stata un’avventura. In sintesi: sei mesi di pianificazione, una settimana di trasporto lento sulle autostrade scortati dalla polizia, in modo da coprire 1.300 chilometri, e il pericolo di sfiorare dei ponti bassi.
Evitando le attività che hanno luogo nelle vicinanze del M1:26, i McClane si fanno strada nella banca e scompaiono per una scala che conduce al piano superiore. Quando Bruce e Jai appaiono sul tetto della banca, vengono trasportati istantaneamente, grazie alla magia del cinema, su un set completamente diverso che si trova a 80 chilometri di distanza, nei Raleigh Studios. In effetti, la sequenza di Chernobyl comprendeva tre elementi di grandi dimensioni, che dovevano essere uniti in maniera impercettibile: la base militare di Kiskunlachaza, gli esterni del tetto della banca agli studi Raleigh e gli interni della banca, costruiti sul teatro di posa 4. Per quest’ultimo, è stato modificato il set del tribunale, aggiungendo ulteriori elementi architettonici e di design.
L’interno della banca è il set più interessante e vasto tra quelli interni utilizzati per il film, lungo quasi 100 metri e alto 20. Grazie a due teatri di posa messi insieme, comprendeva una facciata esterna, un atrio buio, una porta di acciaio circolare, una sala per i depositi e una porta nascosta, che conduce a una camera blindata segreta, con degli scaffali e dei cassetti in metallo. L’interno in metallo pesante e arrugginito della camera blindata fornisce un aspetto inquietante e fantascientifico alla scena.
“Molta architettura sovietica ricorda delle popolari immagini di fantascienza, con il suo design semplice e preciso, l’estetica funzionale e le dimensioni ampie”, rivela Dorrance. “Questo luogo dovrebbe apparire immutato anche dopo 30 anni, come un promemoria inquietante della contaminazione radioattiva”.
Dorrance e il responsabile delle decorazioni sul set Jille Azis hanno lavorato sull’atrio, largo 25 metri per 25, aggiungendo delle vecchie macchine da scrivere, degli armadietti in metallo, delle classiche sedie da scrivania e delle lampade anni settanta. Azis ha trovato questi oggetti sovietici nel Regno Unito, in Austria e in Ungheria, in particolare recandosi nei mercatini di Budapest, in cui si possono ancora reperire delle reliquie sovietiche. Inoltre, ha anche scovato delle cassette di sicurezza di metallo anni ottanta in Oklahoma, dove una persona stava radendo al suolo una vecchia banca e vendendo i suoi oggetti su eBay.
Come rivela il produttore Wyck Godfrey, “Dan e John hanno collaborato magnificamente per realizzare tutti questi set, facendo trasparire le emozioni delle sequenze attraverso le scenografie. Gli interni della banca, per esempio, esprimono una sensazione di paura indicibile – cosa potremmo trovare dentro? – fornendo a tutta la scena l’atmosfera di un film horror. Il set del tetto, costruito appena fuori dal teatro di posa, sembra invece poter crollare in qualsiasi momento”.
Il tetto della banca era la location principale per la settimana finale di riprese, tutte eseguite in notturna, dove la storia arriva a un climax con una tempesta di fuoco composta da attacchi in elicottero, esplosioni, sparatorie e il classico eroismo dei McClane.
Mentre la fase di postproduzione di questo imponente progetto si avviava a conclusione, i realizzatori avevano il tempo di riflettere sull’impatto personale e storico del primo film di Die Hard. I produttori Alex Young e Wyck Godfrey avevano un ricordo indelebile di quando hanno visto il film in un cinema buio, mentre erano ammirati da quello che veniva proiettato.
“Stavo con due amici a Johnson City, in Tennessee, e non avevamo mai visto nulla del genere”, ricorda Godfrey. “Siamo subito tornati in fila e lo abbiamo visto nuovamente”.
Young ha vissuto un’esperienza simile. Aveva appena terminato il liceo e nell’estate del 1988 stava lavorando a Tulsa. “La pubblicità diceva che il film era stato girato in 70mm, una cosa rara. Ho preso la mia vecchia macchina scassata e sono arrivato al centro commerciale, dove ho visto il film, che mi ha totalmente catturato”. Come capitato a Godfrey, anche Young è tornato subito in fila per rivederlo.
“E’ uno dei più bei film americani mai realizzati. Lo vedo ogni volta che viene trasmesso. Per me è stato fondamentale, volevo essere John McClane ed è ancora così”.
John Moore conclude dicendo che “Bruce 25 anni fa ha creato un punto di riferimento con Die Hard, saltando dagli edifici, camminando sui vetri e facendo tutto in maniera concreta. Noi volevamo rispettare questa tradizione, per cui abbiamo girato realisticamente, oltre ad aver conservato un’azione epica e divertente”.

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