Pelli di bronzo, cola la routine der cinema de noartri

Il cinema (e lo spettacolo) hanno bisogno di una riforma radicale che demolisca le vecchie strutture.

Commentando il mio recente post Ottimismo per il cinema italiano, con prudenza, uno dei tanti amici che scrivono a Cineblog ha accettato la misura con cui sottolineavo, scusate la ripetizione, la misura del libro di Franco Montini e Vito Zagarrio “Istantanee sul cinema italiano”, editore Rubbettino. La misura, e tre, era ed è dovuta alla mia difficoltà di sopportare le voci noiose sulla eterna crisi del nostro cinema, e del cinema in generale.

Non alzo la voce. Ma non sopporto le pelli (facce) di bronzo che nuotano nella crisi, e si lamentano. Pelli (facce) attraverso le quali, con l’ausilio delle parole, cola la routine der cinema de noartri, detto alla romana, visto che Roma non è la capitale di niente, ma è comunque la derelitta capitale del movie club superstiti.

L’amico che scriveva, proiettava la pellicola delle tante deficienze su uno schermo particolare e importantissimo: lo schermo delle difficoltà in cui si dibatte un giovane quando decide o si trova di fronte all’ingresso nel mondo del cinema, della progettazione, produzione e realizzazione. Vero, verissimo.

Rispondo così. Siamo in una situazione che nell’apparenza vorrebbe dirci che rispetto al passato i cambiamenti ci sono stati, gli aspiranti filmakers hanno a disposizione nuove possibilità con le tecniche di oggi; con i costi e le risorse del digitale nelle riprese e nel montaggio; con il numero crescente di scuole e di facoltà universitarie in cui si studia il cinema e la sua storia. Ma non basta.

Non voglio farla lunga, e disperata, però… Le università (dams o non dams) insegnano il cinema in un modo rimasto fermo nel tempo, alla storia fatta di carta (libri spesso penosi); alla storia fatta di poche proiezioni poiché non ci sono né aule né prof veramente capaci di spaziare (il neorealismo o il cinema d’autore esauriscono gli spazi disponibili); alla storia della critica che più obsoleta non potrebbe essere.

Le scuole di sceneggiatura e regia sono aumentate di numero ma non brillano. Gli studenti riferiscono di insegnamenti inadeguati. Magari ci sono pochi strumenti tecnici per le esercitazioni, ma soprattutto non ci sono docenti in grado di spezzare il pane del talento e di distribuirlo non come l’eucarestia ma come esperienza diretta, condivisa, arricchita da doni di gusto estetico, di consapevolezza drammaturgica (trame e sviluppo delle trame). Gli studenti riferiscono di una fastidiosa routine che aumenta. Uscendo dalle aule, cosa fa un giovane che vuole fare il cinema? Una ben nota cosa: cercare una raccomandazione.

Perché? Perché i produttori capaci di intuire un talento e farlo crescere non ci sono. Hanno troppo da fare. Il loro lavoro principale è fare la fila per avere un appuntamento con i capi delle fiction o dei settori cinema tv. Senza un appuntamento, previa segnalazione, non c’è sviluppo di un progetto. Quando trovano una commessa, infilano il primo schiavetto ubbidiente e lo mandano a scannarsi sul set. La segnalazione viene dai partiti che contano, di volta in volta, gli elenchi dei produttori fiduciari e fiduciosi sono pronti, ma conoscono cancellazioni e promozioni a seconda delle maggioranze di governo.

Potrei continuare. Ad esempio, affrontando la roulette delle sovvenzioni ministeriali. Per anni sono state una pacchia per i soliti (produttori e autori) che avevano corteggiato i responsabili via via del ministero. La abitudine di mettersi in coda per mungere si è aggiornata per i soldi che hanno cominciato a scarseggiare. Basta parlare con chi prova a partecipare alle selezioni.

Questa è la realtà. Una realtà calata dall’alto sul cinema che perde sale e spettatori. Una realtà inchiodata a vecchie istituzioni, spesso affidate a incapaci, in un giro di amicizie e convenienze. La si può modificare, se la conosce e la si documenta. Il tema è vasto. Le responsabilità politiche, e dei partiti in particolare, sono moltissime. I partiti hanno messo su e favorito finanziamenti a pioggia, uffici di teorici senza senno, registi affiliati in attesa di briciole.

Il cinema (e lo spettacolo) hanno bisogno di una riforma radicale che demolisca le vecchie strutture e ne costruisca, o cominci a costruirne delle nuove. Queste strutture sono più vecchie del cinema, sono intasate di polvere e di burocrazia. Ma non mi pare che ci sia qualcuno che abbia qualche idea in proposito. Il punto è proprio qui. Le idee. La difesa dello status quo pare l’unica strada che viene percorsa. Non si può accettare. E’ una battaglia che vale la pena di fare. Chi ama e vuole fare il cinema, la deve fare. Con realismo e continuità. Deve avere questo coraggio. Altrimenti arrivano altri pelli (di bronzo), mentre cola altra routine.

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