Quando aprirono quella porta…

Quando aprirono quella porta…

In fin dei conti bisogna ammetterlo: per una volta i titolisti italiani ci avevano azzeccato. Perché battezzare uno dei più disturbanti capolavori dell’horror degli anni ’70 Il massacro della motosega in Texas, per quanto fosse operazione filologicamente corretta e più in linea col tono vagamente snuff o documentaristico della vicenda, non avrebbe reso così bene quell'idea del “proibito” che pervade questa pellicola dal fascino maledetto.

Non aprite quella porta (curiosità sul film di Tobe Hooper) era invece l’invito giusto, la condizione necessaria e sufficiente per “adescare” i giovani spettatori dell’epoca in cerca di emozioni forti. E non potendo rispondere a un tale appello nell'anno della sua uscita cinematografica (nel 1974 avevo due anni), il sottoscritto lo fece puntualmente più di una decina di anni dopo, grazie a una logora vhs presa –quasi di nascosto dai miei- presso un videonoleggio.

E capii finalmente che cosa voleva dire varcare le soglie del proibito e dell’orrore. Significava innanzitutto sentire il puzzo del sudore e l’intensità del caldo texano. Percepire l’odore della carne marcia e del sangue rappreso sulla maglietta. Sentire il ronzio delle mosche che si appiccicano addosso e il rumore del silenzio che assorda luoghi inesplorati e fatiscenti.

Finchè il suono di una motosega non squarcia la fetida quiete, riempiendo l’aria coi suoi strepiti folli e brutali e facendo calare, dopo la furia parossistica, un nuovo intollerabile silenzio. Il gelo della morte. Il tanfo della decomposizione. Questo il mio primo impatto con il capolavoro di Tobe Hooper.

Perché la prima, sconcertante apparizione di Faccia di cuoio è una di quelle sequenze che ghiaccia il sangue, sconvolge l’equilibrio e segna, inesorabilmente, un immaginario. “The Texas Chainsaw Massacre” è, senza dubbio alcuno, il capolavoro malato degli anni ’70 almeno quanto “The Wicker Man” è capostipite del cinema del disagio e “L’esorcista” l’archetipo dell’horror psicologico.

In comune questi tre capi d’opera hanno la loro disturbante capacità di sconvolgere le coscienze, disintegrando in modo radicale tutte quelle istituzioni poste a fondamento della società: si va dalla famiglia alla fede, dallo Stato alla religione, via via demolendo qualsiasi certezza individuale e sociale e lasciando al singolo soltanto una (residua) capacità di comprendere l’horror vacui intorno a lui.

Buon vecchio cinema horror degli anni ’70! Tu resterai sempre il più politico fra tutti! Perché del resto quale altra decade può vantare una simile concentrazione di autori “seminali” per il genere, da Craven a Carpenter, da Cronenberg a Romero fino al nostro Hooper? Gente che, mentre istituiva silenziosamente le basi, anche estetiche, del proprio cinema, al tempo stesso schiaffava in faccia alla società la metà guasta del proprio perbenismo?

“Non aprite quella porta” di questa corrente critica dell’horror rappresenta senz’altro un tassello fondamentale, uno di quei titoli che riesce a trarre la propria forza non soltanto dalla ferocia del suo potente assunto narrativo (i massacri presunti-veri ispirati a EdGein e tutta la mitologia della famiglia disturbata che è sorta intorno), ma anche dalle modalità con cui fa mostra degli orrori della provincia, autentica dimora di tutto il rimosso politico e sociale, vera e propria risacca che restituisce ai figli ingrati del Vietnam tutto quel che hanno meritato.

E il bello è che la ribellione (estetica in primis) del film di Hooper non ha nulla di moralistico o censorio, né il regista ha bisogno di rendere esplicita la sua metafora per arrivare al nocciolo (come invece accade con il prequel del 2006, prosaicamente ambientato nel periodo del Vietnam).

A lui bastano pochi spiccioli (dai proventi di Gola Profonda!), un pugno di sconosciuti, l’assordante minimalismo sonoro al posto di uno score ingombrante, una motosega (naturalmente), un’autonomia pressochè totale sul progetto e la follia è servita.

Ma è la follia di chi fa cinema letteralmente sulla pelle propria e su pezzi di pelle altrui (a questo punto potremmo dire che Leatherface è una magnifica allegoria del cinema indipendente, no?). Del resto la stessa atmosfera esaltata che accompagnava le riprese del film, con attori e maestranze coinvolti perfino in ferimenti vari, suggeriva già il carattere estremo di un’opera che si collocava agli antipodi del cinema horror fin lì conosciuto; si racconta che perfino Gunnar Hunsen (il primo, mitico Leatherface) sul set obbedisse agli incitamenti violenti del regista e si fiondasse ad aggredire l’indifesa Marilyn Burns come mosso dalla stessa, primordiale demenza della sua incarnazione cinematografica.

Ecco, solo il grande cinema underground degli anni ’70 era capace di arrivare a tanto. Ed ecco perché, quando davanti agli occhi di un appassionato scorrono le immagini dei patinati rifacimenti del 2003, 2006 o di quest’ultima revisione in salsa stereoscopica, la memoria e l’affetto non possono che tornare al film originale, col suo sozzume e la sua purezza iconoclasta.

Perché oggi Faccia di cuoio farà pure calare la sua temibile motosega fra popcorn giganti e risatine degli adolescenti, ma quello vero sta ancora su quella strada provinciale a brandire il suo strumento di morte e starnazzando tutta la sua anarchia contro il cielo…

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