Capricci, bisticci, impicci… pasticci: la gloriosa primavera del cinema italiano

C’è ostinazione a continuare così come si è continuato da troppi anni, dunque meglio non stendere schermi e scene pietosi

Questa volta so con chi prendermela. Quindi me la prendo con tutti. Non per amore anarchico-radicale. Ma per un furore anti-notizie. Nel piccolo mondo moderno che non si rassegna ad abbandonare l’antico e ghigna sul presente. Oh, dico. Non passa giorno che non si registri un colpo al cerchio, alla botte del cinema italiano, nel gran tino dello spettacolo chez Italy, fatto di avanzi (non di galera per ora) e di briciole. A difenderlo è rimasto su Dagospia il solo Marco Giusti che sguazza nel trash non se di lusso, o extra, perché così lo si distingue meglio nella deprimente cena della critica ormai arrivata al dopo frutta. Ma la logica vuole che lui stesso, e lo scarso manipolo dei nuovisti (?) obsoleti, hanno ben poco da fare e fra i denti restano fastidiose schegge di pellicole e di indigesti nastri. Quando dico, come ho fatto sopra, avanzi (non di galera) non intendo mettere il piatto ormai magro dello spettacolo nel calderone della corruzione mentale, oltre che nel portafoglio, dei responsabili del guasto generale.

Stendiamo veli pietosi sui ministri dei beni culturali, con annessi piatti dello spettacolo; o su tecnici dei ministeri e delle innumerevoli società a perdere che sono l’ossatura in decomposizione di tutto lo scheletro; o sui tanti luoghi, associazioni, commission, ricettacoli, sottoscala, dove le mani bucate non ci sono più perché non ci sono più le mani (i soldi sono come un contagocce, una flebo che macina e fluidifica veleni); o sugli opinionisti che tacciono a lungo, in attesa di cambiare cavalli (registi) o operatori (amici nelle istituzioni e nelle tv), visto che quelli che erano in scuderia sono sotto i ponti freddi anche in primavera della incertezza rispettivamente dei finanza e delle nomine a raffica, o a capocchia.

Vediamo le notizie. I circuiti delle sale in pugno di Benetton e Berlusconi stanno cambiando padrone, hanno deluso, se le beccherà qualcuno che farà, come accaduto fin adesso, gli affari suoi. Per il Festival di Cannes, si parla di una partecipazione italiana a carico di Paolo Sorrentino col suo nuovo film “La grande bellezza” con Sabrina Ferilli e il grande Toni Servillo (un ennesimo tentativo di fare il verso alla Dolce Vita? Speriamo di no): le notizie hanno piedi di piombo.

Gli incassi sono una intera dentiera che continua a scuotere, e a far cadere, le sue foglie anche se non è più inverno. Potrei continuare. Ma si può amare fino all’eutanasia? Io non me la sento. Aspetto paziente. Il quarto millennio è vicino. Oh, il teatro. All’Argentina recite al buio per la protesta del direttore dello Stabile, proteste del presidente, proteste del personale, proteste del sindacato; e il pubblico?

Il pubblico, non solo all’Argentina, dove qualcosa viene racimolato, è sfibrato ma va a teatro in poltrona alla ricerca di un sonno liberatore o devastatore, a seconda dei testi, del regista; gli attori sono la minoranza silenziosa, ci sono e però non hanno voce in capitolo, quelli che resistono si contano sulle dire dei loro piedi che scalpitano dalla voglia di lavorare in cose sensate, magari per riprendere un ruolo di protagonisti che si è perduto nelle invasioni barbariche delle televisioni fiction o dello show bluff.

Un capitolo fondamentale sarebbe quello dei cda, gli amministratori di quel po’ di industria culturale che avanza (nel senso degli avanzi). Pochi o nessuno ne parla. I nomi dei prescelti vengono pubblicati come necrologi, solo una o due associazione abbozzano timide critiche tanto per dimostrare di non essere finita in bambola. Eppure, la caccia ai pedigree si rivela ogni volta fantastica. Fino a due anni fa il parcheggio o ricettalo erano le università ove pescare comodi parassiti o convitati di pietra; poi, è stato il turno di quadri del cinema, gente di area o di partito, in genere rottami dopo “mani pulite” in cerca di nuova occupazione; quindi, la ridda di ex direttori di festival, riviste, rivistine, ex uffici culturali del super party di moda, ex registi, ex attori, ex degli ex: una corte senza miracoli.

In fine, sono arrivati i tecnici in una estensione così equivoca da farli sembrare i fantasmi dei fantasmi del recente governo: amici degli amici, salottieri, ennesimi trombati, rimpatriate, ragionieri o geometri (senza gettare loro la croce addosso). Risultati: mistero sui progetti, mancanti piani di ripianamento o di rilancio, convegni, conferenze stampa mute, neanche un dato, neanche un numero. Una corazzata imperforabile. E’ primavera, il governo tarda, tarda l’appuntamento coi tempi che passano, tardano le idee, tardano gli spiragli di creatività. Il ritardo è un film a episodi. Ce n’era uno che si intitolava: I nuovi mostri; ma non basta a descrivere tutti i volti butterati, divorati dall’insaziabilità e dal decesso che non arriva.

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