Psycho: la “doccia” che fa traboccare il vaso

Ecco perché verremo sempre risucchiati dentro il gorgo di un capolavoro


Sul capolavoro di Hitchcock si è ormai detto tutto. Anzi si è detto (e scritto) talmente tanto da rendere qualsiasi tentativo di analisi soggettiva un’operazione già superata. “Psycho” è stato sviscerato ed investigato praticamente sotto ogni aspetto sia tecnico che tematico, in una continua e quasi estenuante ricerca di significati, corrispondenze tra apparato scenico-visivo e contenuti, nonché nella sua intrinseca e innegabile valenza psicanalitica.

C’è anche chi ha passato al setaccio l’organizzazione delle sue architetture, immaginando di scorgervi addirittura un preciso progetto concettuale-visivo basato sulla contrapposizione tra verticalità e orizzontalità degli edifici (i grattacieli dell’incipit rispetto alla casa di Bates o al motel) che sembrerebbe evocare lo stesso gioco di sovrapposizioni fra linee dei (sublimi) titoli di testa di Saul Bass. Ma, a parte il fascino delle dietrologie più audaci, “Psycho” per il buon Alfred restava un film dalle intenzioni sostanzialmente palesi e innegabilmente “pure”. Un “pura lezione di paura”, di quelle che se generano tanta discussione intorno a loro lo debbono soprattutto alla loro indubbia perfezione tecnica e alla naturale abilità di perforare qualsiasi immaginario.

E forse nemmeno lui era consapevole di stare stilando, attraverso un’opera così rischiosa e complessa, quel fenomenale catalogo della tensione che avrebbe fatto scuola a tante generazioni di cineasti a venire. “Psycho”, nelle intenzioni di Hitchcock, non era in fondo che l’ennesimo balocco attraverso il quale manipolare il pubblico, un altro meticoloso e irrefrenabile “atto” di cinema che restituiva, amplificato, lo stesso gusto per la teatralità che il regista aveva nella vita.

Del resto inviare bambole nei tabuti a una bimbetta di nome Melanie (Griffith) sul set di “The Birds” solo perché mamma Tippi (Hedren) aveva rifiutato le sue avances, non è soltanto gesto da valutare sul piano clinico o patologico ma anche il sintomo di una smania incontenibile, quella di celebrare il proprio “io” e soprattutto di denunciare al mondo la propria esistenza e singolarità. Viene da chiedersi a questo punto cosa ne sarebbe stato del piccolo Alfred se non avesse abbracciato la via della celluloide, e se il felice sposalizio col cinema (il suo rapporto più riuscito) non gli avesse consentito di allevare amorevolmente il “mostro” dentro. Probabilmente non saremmo stati qui a disquisire su quanto “Psycho” sia stato (e continui ad essere) pietra angolare del nostro modo di percepire il cinema, uno di quei titoli che ne contrassegna l’evoluzione e ne misura nel tempo i mutamenti.

Un film “classico” che nasce già “moderno” insomma, proprio perché capace di essere manifestazione proteiforme dell’arte e dell’ingegno di chi lo ha creato. E se l’arte è tanto più vera e durevole quanto più è sincera manifestazione dell’io che l’ha generata, allora “Psycho” è cinema in senso puro e assoluto proprio perché espressione (nonché estensione) autentica e cristallina delle ossessioni del suo autore. E se è così possiamo infischiarcene dei complessi edipici irrisolti o del travestitismo di Bates, temi che freudianamente attraversano il film ma che, se presi come principali chiavi di lettura, finirebbero per rendere “Psycho” un bignami di psicanalisi quasi obsoleto.

L’intrinseco valore di questo capolavoro, al di là delle letture affascinanti che ne sono state fatte e delle stratificazioni tematiche in esso riscontrabili, risiede essenzialmente nella motivazione “cinematografica” del suo autore. Hitchcock, da consumato teatrante della vita e dell’arte qual è, usa il cinema come un palco e tira i fili della sua rappresentazione come un esperto marionettista, arrivando, con questo film in particolare, a manipolare gli stessi meccanismi narrativi della settima arte (per quasi un’ora ci prende in giro) e plasmando la tensione in nuove forme (perché “Psycho” non è solo Norman Bates che occulta il corpo del reato ma anche Janet Leigh in fuga col malloppo e noi che parteggiamo per entrambi).

La purezza del suo intento – fare paura- si declina in un gioco raffinatissimo e colto che riscrive il concetto del “perturbante”, ovvero dell’unheimliche, (come diceva Freud e amava ribadire Fritz Lang) che involge tutto, dalle persone (l’ambigua Marion Crane), agli oggetti (il giornale, la doccia, la macchina) fino ai paesaggi (la silhouette della casa di Bates). Questi sono gli impercettibili scricchiolii che il maestro innesta in un corpus filmico in apparenza tradizionale e questa è la sola verità accertabile di “Psycho” almeno a livello epidermico.

Verità la sua tanto più preziosa e unica quanto capace, senza troppe ipocrisie o ricercatezze autoriali, di squarciare il velo (un sipario strappato?) che separa il pubblico dai personaggi, rendendo tutti, contemporaneamente, complici e pedine del roseo e corpulento imbonitore. E nel far questo il teatrante si è anche denudato di fronte a noi rendendo palese quel suo macabro e tormentato subconscio dinanzi allo sguardo cosciente di chi assiste allo spettacolo (il pubblico). Ma in fondo era solo una trappola la sua: perchè con la scusa di distrarci in realtà il vecchio Alfie zitto zitto ci ha messo tutti nella sua piccola bara…