11° Far East Film Festival - Quarta Giornata con "Departures"

departuresDepartures è arrivato, ha raso al suolo il teatro e gli occupanti ed è ripartito in tutta tranquillità. Dire che questo film era atteso è un simpatico eufemismo: i biglietti per la proiezione, in programma alle otto, sono stati esauriti sin dal primo pomeriggio e le code riservate agli accreditati hanno raggiunto lunghezze considerevoli. Introdotto dalla ritardataria presenza in sala del produttore della Robot Mase Yasuhiro e da un gradito filmato di saluto spedito dal regista Takita Yojiro, Departures ha spazzato via ogni cosa dando finalmente un senso a quell’abusata frase usata a casaccio da una moltitudine di cartellonisti nella storia del cinema: “una delle esperienze cinematografiche più intense degli ultimi anni”.

La pellicola, che come è noto è risultata vincitrice nella corsa all’Oscar come Miglior Film Straniero battendo il favorito israeliano Valzer con Bashir, narra le amare vicende di Daigo, violoncellista in un’orchestra di Tokyo che fallisce e viene smantellata. Daigo, privato del sogno che inseguiva sin da bambino nella città natale di Yamagata, decide di vendere l’amato (e dannatamente costoso) strumento e di tornare, con la giovane moglie, nella casa lasciatagli dalla madre, scomparsa due anni prima.

Una volta tornato al nord, il nostro cerca un nuovo lavoro. Uno scherzo del destino lo fa assumere nel piccolo ufficio del nokanshi locale, colui che prepara i cadaveri per la sepoltura. Disperato, e allettato dall’ottima paga, Daigo accetta il lavoro ma si troverà a dover fare i conti con un passato ritenuto ormai dimenticato e con i tabù di cui è intrisa la società nipponica e da cui viene influenzata l’altrimenti amorevole e presente moglie.


È veramente difficile riuscire a trovare delle parole adeguate per descrivere un film del genere, o meglio un’esperienza del genere. All’uscita dalla sala ci si ritrova annichiliti, cancellati dalla potenza di questo piccolo capolavoro, non esente da piccoli difetti formali e quindi lontano dalla perfezione, ma per questo forse ancora più apprezzabile. La regia poco invasiva segue la crescita di Daigo e di sua moglie, in vista della necessaria catarsi finale, e lo fa con una sensibilità, una levità rara e commovente. Con semplicità segue l’apprendistato del protagonista come nokanshi, mestiere tanto poetico e delicato quanto avverso e disprezzato dalla gente della strada perchè considerato impuro. Silenziosamente, senza enfasi, la macchina da presa cattura il rituale, quasi magico, della pulitura, della vestizione e del trucco del dipartito. Il tutto sotto gli occhi commossi e in lutto di famigliari e amici, dapprima diffidenti nei confronti del nonkanshi, quindi grati e pieni di nuova consapevolezza.

Con perfetto equilibrio e con grande naturalità Takita e il suo sceneggiatore Koyama Kundo alternano toni enfatici (supportati magistralmente dall’eccezionale colonna sonora di Hisaishi Joe) a scene costruite per sottrazione, momenti commoventi a fantastici siparietti brillanti. Vita e morte che si alternano e che diventano una cosa unica.

Takita Yojiro, regista di vecchio corso (attivo dal 1985) mette in piedi un progetto il cui soggetto scritto dall’attore protagonista Motoki Masahiro è rimasto in sospeso per anni. Evidentemente è valsa la pena attendere: Departures ha vinto in tutto il mondo nell’ultimo anno solare qualcosa come 78 premi ed è stato, a sorpresa, campione di incassi in patria. Il film è uscito in Giappone nel settembre dello scorso anno; nel resto del mondo, a partire da Israele, le date di distribuzione sono già state fissate. Secondo Imdb, purtroppo, in Italia non esiste ancora una data d’uscita per la pellicola. Speriamo in bene.

La proiezione di Departures è stata, peraltro, la ciliegina sulla torta di una giornata che ha visto succedersi un serie di ottimi film, in escalation continua. Due, soprattutto, meritano una menzione. Si tratta di My Dear Enemy del coreano Lee Yoo-ki, semplice ma tesa commedia girata in maniera impeccabile, e l’ultimo lavoro di Ann Hui, regista honkonghese protagonista del tributo annuale del FEFF, The Way We Are, titolo decisamente azzeccato per un film che racconta con toni ovattati le vicende giornaliere di una madre e un figlio adolescente nella città satellite di Hong Kong Tin Shui Wai. Ma, sembra utile dirlo, dalla nostra prospettiva tutte le stelle brillano meno del Sole.

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