Fuga dal call center: la recensione

Fuga dal call center (Italia, 2008) di Federico Rizzo; con Angelo Pisani, Natalino Balasso, Emanuele Caputo, Matteo Gianoli, Martin Giantullio, Giovanni Maestroni, Laura Magni, Luis Molteni, Diego Pagotto, Disma Pestalozza, Paolo Pierobon. Iniziato con il riuscito ed acclamato Tutta la vita davanti di Virzì, il filone della commedia sul precariato festeggia la sua consacrazione definitiva

Fuga dal call center: la recensioneFuga dal call center (Italia, 2008) di Federico Rizzo; con Angelo Pisani, Natalino Balasso, Emanuele Caputo, Matteo Gianoli, Martin Giantullio, Giovanni Maestroni, Laura Magni, Luis Molteni, Diego Pagotto, Disma Pestalozza, Paolo Pierobon.

Iniziato con il riuscito ed acclamato Tutta la vita davanti di Virzì, il filone della commedia sul precariato festeggia la sua consacrazione definitiva con due titoli attualmente nelle sale italiane, ovvero Generazione 1000 euro e questo piccolo, indipendente e chiacchierato Fuga dal call center.

La storia è quella di Gianfranco (Angelo Pisani dei Pali e dispari di Zelig), laureato con 110 e lode in vulcanologia, giustamente in cerca di occupazione. Guai però a trovare lavoro nell’Italia di oggi – soprattutto se nel nostro stato ci sono tre vulcani messi in croce… -, e quindi, dopo un terribile colloquio, il ragazzo si ritrova a lavorare in un call center.

Può il precariato economico avere anche delle conseguenze sulla condizione personale e privata? La riposta è certa, anche perché la stessa ragazza di Gianfranco, ovvero Marzia, è una precaria che, mentre sogna di diventare una giornalista di successo, si ritrova a lavorare in una linea erotica. La situazione tra i due non va per il meglio, anche perché gli stipendi dei due non coprono le spese minime: e allora via di secondi lavoretti per arrotondare il tutto, in attesa che la fine del mese passi…

Costato 400mila euro: in questo sta il piccolo miracolo di Fuga dal call center, da qualcuno considerato un istant movie già cult. Per la sua storia produttiva e per come racconta la peggior situazione che si possa immaginare (ovvero la realtà) con una vena grottesca che ormai spesso manca nella produzione italiana per narrare del nostro bel paese.

E’ anche vero che non è tutto oro quel che luccica. Da una parte abbiamo una realizzazione dignitosissima, sapendo anche la produzione che il film del 33enne Federico Rizzo ha alle spalle, con una lavorata e al solito curatissima fotografia di Luca Bigazzi, capace di rendere molto interessante anche una normalissima fotografia in digitale. Eppure non tutto funziona a livello di sceneggiatura, e questo non è un problema di budget.

La chiave grottesca serve a Rizzo per uscire dalla monotonia e dall’imbarazzante staticità (di idee, di sentimenti, di scrittura e di emozioni) di molti film italiani che scelgono, per descriverci / mostrarci / narrarci la realtà, la via della drammaticità, con esiti spesso seriamente infelici, e non ci piove. Serve poi al regista anche per descrivere l’ambiente del call-center con macchiette (le guardie, i colleghi di lavoro, i datori), perché nei call-center è davvero così (parole del regista).

La scelta è azzeccata, e spesso alcune intuizioni funzionano bene. Eppure il meccanismo tende ad incepparsi: colpa di dialoghi non ben limati e ridefiniti, nei quali inciampano gli interpreti (ma quelli di Pisani e Isabella Tabarini sono volti interessanti). E colpa anche di una struttura che non sempre presta un’attenzione doverosa al puro meccanismo del comico, che ha i suoi tempi e il suo giusto ritmo da cronometrare sempre e comunque, pena la non-risata del pubblico.

Accanto ai colori del film e alle allucinazioni del protagonista, che sfinito dall’abisso in cui sta sprofondando vede addirittura una parodia di super-eroe tutto verde e giallo (“lo vedono solo i dipendenti migliori”, assicura un collega), compare una ricca colonna sonora italiana, che in qualche occasione compare e scompare o troppo presto, o troppo tardi, o forse senza un vero perché.

In tutto questo, che fa parte del mondo della fiction che sceglie il suo proprio registro, ci sono vari inserti documentaristici. Sono delle brevi dichiarazioni di alcuni operatori di call center: ripresi con camera fissa e con fotografia in bianco e nero, gli operatori giungono a puntino con le loro dichiarazioni nei momenti di svolta della pellicola. Il regista, tra l’altro, ha inserito solo una piccolissima parte di interviste raccolte dappertutto; per ora ce ne sono più di 1000, che saranno tenute nell’archivio della CGIL.

Federico Rizzo è un cinefilo, ha un occhio attento sulla porzione di mondo di cui vuole narrare e lo fa con occhio attento, mescolando la parte documentarista con quella di finzione. Cita Olmi con Il posto e sa che il precariato economico dà origine al precariato dei sentimenti: per fortuna il discorso non lo fa pesare molto. Una promozione finale, un misto di approvazione con alcune belle riserve e incoraggiamento: si attende una seconda prova, intanto l’esordio di certo è curioso.

Voto Gabriele: 7

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