Festival di Cannes 2013: Sorrentino sfida i giganti con la sua Roma immorale

Paolo Sorrentino parla della sua ultima opera La grande bellezza, in concorso a Cannes, in gara con registi del calibro di Polanski e Soderbergh.

Paolo Sorrentino arriva a Cannes da veterano: nonostante il regista napoletano abbia soltanto 42 anni è già alla sua quinta partecipazione al Festival e si presenta all’edizione 2013 con l’amico Toni Servillo, protagonista di La grande bellezza. Un sodalizio di lunga data che ha già dati grandi risultati, a partire da Le conseguenze dell’amore (2004) e Il Divo (2008), profondo e dirompente ritratto di Giulio Andreotti in uno spaccato inquietante dell’Italia contemporanea.

L’indagine ora si sposta dalla politica alla società di Roma Capitale del sindaco Alemanno, i salotti frequentati da un’umanità clientelare fatta di pescecani, nobilastri, palazzinari parvenu, intellettualoidi e truffatori d’ogni tipo. Un demi monde in cui il protagonista, Jep Gambardella (Toni Servillo), sguazza agilmente, tessendo trame, rapporti inconsistenti, false amicizie, in un crescendo di amoralità da “decandenza dell’Impero”.

Non più la casta quindi, ma i clientes del Palazzo, in una storia che si ripete da millenni, dalla Roma di Augusto passando dal verismo di Verga. Nel film, che uscirà contemporaneamente nelle sale italiane e francesi il 21 maggio, un cast eccezionale, che vede la presenza anche del più romano degli attori viventi, Carlo Verdone, per la prima volta assieme a Servillo:

“Sono due attori splendidi hanno stabilito un loro accordo e si sono dimostrati completamente dediti alla causa.”

La “causa”, termine con una valenza importante, scelto probabilmente non a casaccio dal regista in una recentissima intervista pubblicata da La Stampa. Un film che vuole far riflettere, dedicato a uno dei più rigorosi giornalisti italiani, Giuseppe D’Avanzo (scomparso nel 2011), che tanto raccontò di questa Italia perennemente in bilico tra sfascio e salvezza.

Sorrentino sarà in competizione con registi del calibro di Polanski, che dirigeva Chinatown quando Sorentino non andava nemmeno a scuola e Soderbergh, con Steven Spielberg Presidente della Giuria:

“Andare a un festival è come andare a una festa, non ci si va con un sentimento di paura, io ci vado allegro e felice, sapendo che gli altri invitati sono molto bravi e alcuni come i Coen e Soderbergh, che conosco, sono anche simpatici. Simpatici Giganti. Per me è un onore sapere che verrò giudicato da uno dei massimi viventi. D’altra parte i Presidenti di Giuria di Cannes sono sempre stati di questo livello, non ne ricordo di discutibili.”

Sorrentino merita un plauso, perlomeno per la serenità, almeno apparente, con cui va a confrontarsi con alcuni dei mostri sacri della cinematografia mondiale. Ma è proprio questo uno dei suoi grandi pregi, forse retaggio della tradizione partenopea, di vivere con sereno fatalismo e di condannare con leggerezza, castigando ridendo mores, senza esprimere giudizi ma raccontando una realtà tanto esplicita che non necessita sottotitoli.

Non si preoccupa di piacere, Sorrentino ha la consapevolezza propria dei forti, di chi non deve dimostrare nulla e quando gli viene chiesto cosa pensa sia piaciuto di questa sua ultima opera risponde:

“Non ne ho la più pallida idea, non provo nemmeno a fare ipotesi. Ogni testa ha un suo diverso approccio, ogni spettatore fa storia a se stante.”

Visti i risultati ottenuti fin d’ora, che continui così, senza pensare…

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