Quando Robert non era ancora Iron Man

Robert Downey Jr. e l’irresistibile ascesa (con qualche caduta) di una simpatica canaglia


La prima volta che notai Robert Downey Jr. fu in quel piccolo gioiello di comicità scatologico- giovanilistica che è Weird Science di John Hughes. Chi non è stato adolescente negli anni ’80, o non ha mai avuto la curiosità di recuperare alcuni suoi fondamentali “reperti”, non potrà capire. Tutti gli altri però non fingano di non sapere. La donna esplosiva (questo il titolo originale) è un cult assoluto del cinema anni ’80 e precede di parecchie decadi le gag e gli sbrodolamenti sentimentali dei vari American Pie. Certo nel film le vicende dei due sfigati protagonisti passavano in secondo piano ogni volta che in scena entrava la “signora in Rosso” Kelly LeBrock, donna esplosiva che toglieva il fiato e fermava il traffico all’ora di punta. Tuttavia, se avrete occhio e pazienza, noterete anche il nostro Rob nel ruolo marginale di un odioso bulletto, una macchietta comica con occhi scuri, piglio già sfottente e un (inimmaginabile all’epoca) avventuroso trentennio cinematografico ancora di là da venire. Di tutto il mazzo (LeBrock compresa) è rimasto lui il più famoso, quella spalla appena intravista all’epoca e capace oggi di farsi staccare un assegno di 50 milioni di dollari per interpretare Iron Man 3.

Un 48enne fascinoso (in barba ai giovanissimi plastificati di Hollywood) capace di conquistare ancora oggi e con la medesima ironia, sia donne mature che orde di adolescenti odoranti di coca-cola e pop-corn. Quel crossover “assassino” che risponde al titolo di “The Avengers” deve non poco del suo successo al fatto di essere stato “benedetto” proprio dalla presenza di Robert Downey Jr.-Tony Stark, più che da quella dei vari Thor, Hulk e di altra fauna da comics diversamente sparsa. E se la (ri) nascita di un attore ormai mitico si intreccia con la rivisitazione recente di un altro mito di successo (“Sherlock Holmes” cui ha imprestato la medesima fisicità ed ironia), è anche vero che il pubblico da multisala, prima del 2008 -anno domini del primo Iron Man- il nostro Rob non se lo è filato granchè.

Eppure percorrendo a ritroso la sua carriera degli ultimi anni non troviamo robetta ma ruoli di prestigio come il cinico giornalista del bellissimo “Zodiac” di David Fincher, il dolente Dito di “Guida per riconoscere i tuoi santi” o il killer nel sottovalutato ed affascinante “In Dreams” di Neil Jordan. Personaggi talvolta estremi, spesso negativi e quasi sempre sfrontati, incarnazioni piazzate lì quasi a ribadire le tante anime di Robert Downey Jr., uno che quanto a parabole negative ne sa più che qualcosa visto il suo recente passato diviso tra condanne, carceri e centri di recupero per tossicodipendenti (benché, quanto a iniziazioni alla droga, stavolta più che Hollywood, potè il papà che ebbe il “merito” di iniziarlo ancora piccolo agli stupefacenti). Eppure il cinema, durante questo itinerario accidentato attraverso un personale inferno, il nostro Rob, nonostante tutto, non l’ha mai abbandonato.

La sua carriera, negli stessi anni in cui la sua fedina penale si infarciva di denunce, è sempre stata proseguita con determinata ostinazione, anche se col passo lento ma costante di chi cade solo per cercare di risorgere, sempre in cerca del film (e permessi dei giudici permettendo) che ne potesse consacrare nuovamente la rinascita. Così, nonostante gli svariati capitomboli, cessati solo con la sua definitiva disintossicazione dichiarata ufficialmente in un’intervista del 2003, lui è riuscito comunque a collezionare ruoli importanti e soprattutto a non perdere mai la fiducia di registi di peso come Oliver Stone (“Assassini nati”) e Robert Altman (“Conflitto d’interessi”), infilando ora incursioni di lusso in prodotti eccellenti come “Riccardo III” di Richard Locraine o concedendosi terapeutiche e toccanti fughe nell’umanità dentro commedie familiste (ma non familiari) come “A casa per le vacanze” di Jodie Foster e “Wonder Boys” di Curtis Hanson.

Ecco, se volete cercare il vero Robert Downey Jr. non accontentatevi soltanto dell’avenger mascalzone, ironico e macina-incassi o dell’intuitivo e muscolare investigatore che gioca a flirtare con donne, omicidi e Watson, ma andate a recuperare anche alcuni dei capitoli fondamentali della sua parabola cinematografico- esistenziale. Potrete scoprire così che la scintilla da cui è scaturito l’inizio di questa irresistibile avventura professionale fu quella volta in cui Robert ebbe a impersonare un mito un po’ meno conosciuto dai ragazzini che lo adorano oggi, un personaggio assolutamente agli antipodi dell’amatissimo e logorroico Tony Stark; quello del muto e lunare Charlot