La Casa – Evil Dead: note di produzione e motion poster in italiano

Un cottage isolato nei boschi diventa una casa degli orrori che gronda sangue, quando un gruppo di amici ventenni risveglia, senza volerlo, un antico demone in La Casa, l’attesissimo reboot del cult horror di Sam Raimi del 1981.

Da noi già recensito, con tanto di 30 curiosità e 19 cose da sapere sul film originale, torniamo a parlarvi de La Casa – Evil Dead grazie ad una ricca pagina legata alle note di produzione, da affiancare a clip, spot e un motion poster in italiano. Prodotto da Sam Raimi, diretto da Fede Alvarez, in odore di sequel dopo il boom al box office Usa ed interpretato da Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas ed Elizabeth Blackmore, Evil Dead uscirà questo giovedì nei cinema d’Italia.

Protagonisti della pellicola cinque amici ventenni che rimangono intrappolati in una casa isolata nei boschi. Quando scoprono un Libro dei Morti, evocano senza volerlo dei demoni dormienti che abitano i boschi circostanti; questi si impossessano dei ragazzi uno dopo l’altro, fino a quando ne rimane solo uno a lottare per restare in vita. Quell’uno si chiama Mia (Jane Levy), una ragazza la cui vita è segnata dal lutto e dalla tossicodipendenza. Mentre le sue crisi di astinenza peggiorano, Mia inizia a capire quello che sta succedendo e cerca di fuggire, ma è riportata indietro da una visione terrificante. All’interno del cottage il suo comportamento diventa così violento che i suoi amici devono contenerla. Bloccati da una violenta tempesta, iniziano a rivoltarsi l’uno contro l’altro e, quando la brutalità dei loro attacchi aumenta, David è costretto a compiere una scelta inimmaginabile.

Promosso dalla critica Usa, La Casa – Evil Dead si prepara ora alla prova tricolore. Nell’attesa, ecco a voi tutto quello che c’è da sapere sulla sua tutt’altro che semplice produzione.

LA PRODUZIONE

Nel 1981 La Casa è arrivato nei cinema e nei drive-in di tutto il mondo, terrorizzando gli spettatori, spaccando in due l’opinione pubblica e lanciando la carriera del regista Sam Raimi, del produttore Rob Tapert e dell’attore Bruce Campbell. Il successo del film, che racconta la storia di cinque giovani amici che si recano in una baita isolata tra i boschi per una festa e inavvertitamente evocano le forze del male, sorprese anche i suoi ideatori e La Casa è diventato presto un cult e un rito di passaggio verso l’horror-movie per milioni di fan.
Gli appassionati di La Casa sono aumentati sempre più nel corso di trent’anni e quello che i tre esordienti avevano realizzato con un budget molto limitato è ancora considerato uno dei film più terrorizzanti di tutti i tempi. Raimi, Tapert e Campbell hanno discusso di un remake molto a lungo. “Quando stavamo girando La Casa, non sapevamo nemmeno come arrivare al’indomani”, dice Tapert. “Non pensavamo davvero che avrebbe dato il via a una serie di successo, con altri due episodi”.
Il nuovo film, La Casa, è una rivisitazione di uno dei film horror più originali e di maggior successo della storia del cinema. Prodotto da Raimi, Tapert e Campbell, La Casa promette di terrorizzare una nuova generazione di spettatori, unendo la tecnologia del XXI secolo e gli elementi classici dell’horror.
Raimi è stato il primo ad avere l’idea di un quarto film. “Ero convinto che fosse venuto il momento di raccontare ancora questa bella storia di fantasmi, usando però la qualità della visione e del sonoro che la tecnologia permette oggi”, dice. “Il primo film l’abbiamo dovuto girare in 16 mm XE “sixteen millimeter” ., il suono era mono, perché non potevamo permetterci lo stereo XE “stereo” , figuriamoci un sistema 5.1, e mi pare che ne vennero stampate solo sei copie, quindi uscì in pochissime sale, perché non aveva il visto della censura. Quasi tutti lo hanno visto solo in cassetta o in DVD. E quando è arrivato al cinema l’immagine e il sonoro erano compromessi”.
Campbell invece era contrario a rivisitare il film. “Gli appassionati hanno visto Freddy e Jason e tutti gli altri protagonisti dei loro amati horror girare un film dopo l’altro”, dice Campbell. “Ci chiedevano di fare un altro film, ma per quanti anni devo andare in giro con la sega elettrica a torso nudo? C’è un limite a tutto”.
Raimi sentiva anche che per un reboot dell’originale sarebbe stato perfetto un giovane filmmaker. “E’ come una storia di fantasmi raccontata davanti al fuoco che viene tramandata di generazione in generazione e migliora con l’età”.
Chi racconta in questo caso è il regista Fede XE “Alvarez, Fede” Alvarez XE “Alvarez, Fede” . “E’ un grande regista”, dice Raimi. “Ho voluto che fosse lui a raccontare la mia storia di fantasmi a una nuova generazione, con un suono e una visualità all’avanguardia, sul grande schermo, così come avrebbe dovuto essere la prima volta”.
Alvarez ha esordito nella regia nel 2010 con il corto Panic Attack, un thriller assolutamente originale di cinque minuti, che racconta l’attacco di robot giganti a Montevideo, la capitale uruguaiana. Panic Attack ha raggiunto oltre 7 milioni di contatti su YouTube, attirando immediatamente l’attenzione dell’industria del cinema.
Raimi e Tapert erano tra i tanti fan del corto di Alvarez e hanno rapidamente raggiunto un accordo con lui per svilupparlo in un film con Ghost House Pictures, una joint venture con Nathan Kahane e Joe Drake, specializzata nel genere horror-thriller.
“Ma come succede spesso, quel progetto non è andato in porto”, dice Tapert. “Sam era diventato un grande sostenitore di Fede e ha proposto di coinvolgerlo in La Casa. Fede lo ha voluto scrivere con il suo partner, Rodo Sayagues, e ci ha dimostrato che non era necessario riproporre il personaggio di Bruce che, in questo modo è riuscito a vedere il film come un progetto tutto nuovo”.
Alvarez e Sayagues hanno presentato una sorprendente nuova versione di La Casa, che restava fedele nella sostanza all’originale, ma inseriva nuovi personaggi e qualche piccola modifica all’intreccio. “Bruce, Rob e Sam hanno apprezzato il loro lavoro”, dice il produttore esecutivo J. R. Young. “Fede e Rodo avevano colto l’essenza di ciò che significa realizzare un film di quel tipo e sono stati capaci di farlo proprio”.
Lo scrittore-regista dice che il suo obiettivo principale è stato sempre quello di creare film il più terrificanti possibile. “Il film che volevo era il film che ho visto per la prima volta a dodici anni ed era La Casa. Era diverso da tutti quelli che avevo visto fino ad allora ed era ambientato in un universo completamente folle. Era quello il tono che volevo ricreare ed è stata l’idea su cui siamo stati tutti d’accordo, da subito.
“Ci siamo impegnati su un elemento: assicurarci di mantenere tutto quello che era necessario e senza tempo dell’originale e aggiornare il resto”, dice Alvarez. “Abbiamo conservato l’idea del gruppo di amici, in quello che si crede un posto sicuro. Poi, una volta arrivati, cercano di uccidersi l’un l’altro. Per me è una situazione veramente paurosa, peggiore di quella in cui sono gli zombie a minacciarti. Sono i tuoi migliori amici che ti si rivoltano contro, uno a uno. Le pareti si chiudono. Questo aspetto è parte della magia dell’originale, l’ho sempre tenuto presente”. Decidere quali aspetti aggiornare è stata la parte più difficile del lavoro, dice. Intanto ha fatto diventare Mia, una ragazza che cerca di superare la sua dipendenza, il personaggio principale. “Lei combatte con l’astinenza e i suoi amici cercano di aiutarla”, spiega Alvarez. “Nell’originale, i ragazzi si trovavano insieme per fumare erba e bere, il che aveva senso perché erano un po’ più giovani. Noi avevamo bisogno di un altro motivo per farli riunire nel cottage. Credo che sia molto importante, non solo riferito alla droga, ma a qualsiasi cosa tu voglia lasciarti alle spalle. E’ questo il tema centrale del film, un conto è conoscere il sentiero, un altro è percorrerlo. Tutti i personaggi lottano con questo”.
Tapert è stato colpito da quanto fosse vicino il concetto base al film originale, senza ricreare pedissequamente il plot. “La storia è diversa, ma alla fine c’è qualcuno che apre il libro e cominciano ad accadere cose terribili.
“Fede ama molto il suo lavoro”, aggiunge Tapert. “Più lo abbiamo conosciuto, più siamo stati sicuri che era l’uomo giusto per il film. Sa cosa è importante e ha portato una ventata di aria nuova e fresca”.
La Casa segna l’esordio di Fede Alvarez nella regia cinematografica. “Ma eravamo sicuri che fosse la persona giusta per tutta una serie di motivi”, dice Young. “Il suo stile è quello di La Casa. E’ consapevole della responsabilità che abbiamo di offrire agli appassionati qualcosa di veramente speciale e poi Panic Attack dimostra che Fede può lavorare con risorse limitate e ottenere ugualmente un risultato straordinario. Se penso a cosa hanno fatto Sam, Rob e Bruce quando hanno girato il loro primo film, vedo che erano mossi dalla stessa molla di Fede: il desiderio di realizzare un film insolito e terrorizzante per il pubblico”.
Per il regista esordiente questa collaborazione è stata la realizzazione di un sogno. Ha avuto grande libertà nella creazione del suo progetto originale, ma ha avuto alle spalle l’esperienza di Raimi, Tapert e Campbell. “Mi hanno sempre sostenuto e mi hanno aiutato fornendomi il loro folle punto di vista”, dice Alvarez.
Il team originale sapeva che sarebbe dovuto restare un passo indietro da quel lavoro che era stato loro per oltre trent’anni, per permettere ad Alvarez di fare il film migliore che fosse capace di realizzare. “Abbiamo dato il nostro aiuto, un po’ come un genitore che vede uscire il figlioletto in bicicletta”, dice Tapert. “Anche se si danno un sacco di consigli, bisogna fare esperienza in prima persona”.
Raimi ha lavorato a stretto contatto con Alvarez allo sviluppo della sceneggiatura, pur lasciando al regista la libertà di girare il suo film. “Ad esempio, mi piacevano sia il trattamento che la sceneggiatura, ho aggiunto solo qualche annotazione a tutti e due. Non abbiamo mai insistito su qualcosa, perché sapevamo di avere un grande scrittore e un grande realizzatore. Abbiamo solo offerto i nostri suggerimenti. A volte li ha seguiti, a volte no, ma ogni volta che rivedeva la stesura la sceneggiatura migliorava sempre”.

“E’ successo lo stesso con il taglio del film”, continua Raimi. “C’erano delle cose cui ero contrario, a volte ci ha ascoltato, a volte no. Piano piano ho ceduto a lui il controllo artistico, perché rispettavo la sua visione”.
“Il nostro regalo più grande a Fede è stato quello di non cercare di controllarlo”, afferma Campbell. “Ci siamo concentrati sulle cose che volevamo restassero fedeli alla serie e il resto è tutto di Fede”.
Quando è stato annunciato il remake, è sorta una certa preoccupazione nella comunità degli appassionati e i realizzati sono stati estremamente attenti alle loro reazioni. “I fan sono davvero importantissimi”, sostiene Raimi. “Il film originale è sopravvissuto solo perché un gruppo di persone l’ha scoperto in cassetta e lo ha fatto conoscere agli amici. Loro ci hanno permesso di realizzare due sequel. E sempre loro ci hanno permesso di realizzare questo film, dopo oltre trent’anni. I fan sono tutto e credo che questo film darà loro tutto quello che amano”.
Ma, dice Tapert, il nuovo film non è un semplice remake, è una rivisitazione completa. “Cinque ragazzi si ritrovano in un cottage tra i boschi e uno di loro viene posseduto, ma ci sono tanti sviluppi imprevisti e svolte sorprendenti che lo rendono molto diverso dall’originale. Sono montagne russe completamente differenti”.
Da parte sua, Alvarez sembra indifferente alla pressione di confrontarsi con l’originale. “Per me la cosa più importante e cercare di realizzare il film migliore possibile”, dice. “Si, è il remake di un classico, ma non credo che questo abbia importanza quando fai un nuovo film. Il vecchio è sempre lì, non peggiora né migliora perché ora ne esiste uno nuovo. I tre precedenti della serie sono sempre a disposizione degli appassionati, questo è solo un nuovo capitolo. Non stiamo riscrivendo l’originale, lo stiamo solo guardando da un altro punto di vista”.
Alvarez aggiunge di sentirsi particolarmente attirati dai remake, perché alcuni dei film che amava di più da bambino, come La Cosa e La mosca, erano basati su pellicole precedenti. “Ma non avevo mai sentito parlare degli originali. Sono passati più di 30 anni dall’originale La Casa e penso che sia il momento giusto per reinventarlo per un nuovo pubblico. E non è stato annacquato niente. E’ horror allo stato puro”.
La Casa suscitò grandi controversie quando è uscito, il distributore scelse di mandarlo nei cinema senza rating, anticipando che la sua violenza grafica avrebbe comportato una censura, limitando così la proiezione nei cinema. Tapert nota che mentre l’originale oggi viene trasmesso senza tagli in televisione, nel 1981 il pubblico non aveva mai visto una cosa del genere.
“Realizzare un grande film horror è un’impresa enorme”, continua il produttore. “Come dice Sam, è come usare una rete per farfalle per catturare lo spirito umano. Devi voler spaventare a morte il pubblico. Devi essere così abile da sorprenderlo. Non è necessaria una storia di grande livello o le migliori attrezzature, ma devi voler manipolare e guidare gli spettatori, senza che ne siano minimamente coscienti, attraverso 90 minuti di terrore”.
E per fare un film horror davvero grandioso e innovativo, dice Tapert, bisogna trovare strade nuove. “Gli spettatori vogliono sentire e vedere qualcosa che non hanno mai provato o visto prima. Il genere è in continua evoluzione e quello che hai visto da bambino ora non ti spaventa più.
“Ricordo ancora un titolo del Christian Science Monitor: Esattamente il tipo di film di cui non abbiamo bisogno”, aggiunge, riferendosi all’originale. “Ci auguriamo che questo film colpisca il pubblico. Offre quello che mio figlio vuole vedere in un horror, e ha visto praticamente tutto. A quelli che vogliono vivere questa esperienza dico che non rimarranno delusi”.
“La Casa è terrore allo stato puro”, dice Young. “Il pubblico di oggi ha visto parecchio, ma noi ci siamo spinti oltre e abbiamo cercato di fare del nostro meglio per offrire qualcosa che potesse funzionare. L’originale è un’altra cosa, è nato in un periodo speciale, con alcuni creatori davvero innovativi. Noi abbiamo voluto rendergli omaggio e realizzare qualcosa che fosse un’assoluta novità per il pubblico”.
Raimi promette che ci saranno tante sorprese nel nuovo film: “La storia è nuova”, dice. “La situazione è simile, ma il modo in cui i ragazzi sono posseduti e le loro interazioni sono diversi, le immagini sono straordinarie e la paura garantita”.
Campbell definisce il nuovo film con una sola parola: “Implacabile. Fede ha fatto tutto ciò che poteva per risucchiarti in un vortice da cui non riesci a fuggire, ti afferra e non ti lascia più fino alla fine”.
“Questo non è un piccolo, divertente horror movie”, avverte. “E’ un vero horror, ti trascina, diventa sempre più violento, emozionante al massimo. E ragazzi, se trovate un libro in un cottage isolato nei boschi, salite in macchina e andatevene”.
“E’ un’esperienza unica, vi consiglio di andarlo a vedere”, aggiunge Raimi.

RINASCITA

Bruce Campbell ha voluto dare solo un consiglio quando è arrivato il momento di scegliere il cast per La Casa. “Ho detto che questa volta avremmo dovuto avere attori migliori”, ricorda. “Quando abbiamo girato il primo film non avevamo alcuna esperienza. Ora definirei quel dialogo di scarso livello, ma allora non ci rendevamo conto della differenza. Dicevamo le nostre battute con grande serietà e determinazione e al pubblico è piaciuto”.
Mettere insieme un cast di bravi e giovani attori non è stato difficile, vista la reputazione che il film si è costruita negli anni. “Tanti attori si sono offerti di lavorare con noi”, dice Tapert. “In molti horror non sempre riesci ad avere il meglio, invece noi abbiamo potuto scegliere tra i migliori giovani attori di Hollywood”.
Ma il talento nella recitazione non è stato l’unico criterio guida durante il casting. La produzione sarebbe stata particolarmente impegnativa. “Oltre alla prostetica e al trucco, volevo spaventarli per davvero e far apparire la loro paura sullo schermo”, dice Alvarez. “E senza eccezioni, tutti i nostri attori l’hanno fatto , nessuno ha detto no, preferirei non fare questo o quello e sono molto grato a tutti loro per la disponibilità che hanno dimostrato”.
Nessuno lo sa meglio di Jane Levy, che interpreta Mia. “Tutti noi avevamo una idea di come dovesse essere Mia”, dice Tapert. “E Jane non le assomigliava affatto, ma la sua audizione ci ha colpito molto. Sam, Bruce ed io abbiamo pensato subito che era perfetta e lei si è dimostrata all’altezza della sfida. Il suo è un ruolo molto impegnativo, ma lei è piena di energia e vivacità, le piaceva davvero essere un mostro e questo è di grande aiuto in un horror come il nostro”.
“Jane è stata un dono del cielo”, afferma Young. “E’ un’attrice eccitante da guardare. Mia subisce punizioni orribili e Jane era sempre pronta, anche se la scena era terribilmente drammatica o violenta, non ha mai avuto esitazioni”.
Interpretare una drogata posseduta dal demonio è stato un bel cambiamento per Levy, che interpreta la sitcom di ABC “Suburgatory”. “E’ sempre stata disponibile e non si è mai tirata indietro”, dice Alvarez. “Anzi, qualsiasi cosa succedesse al personaggio, lei era sempre pronta a un’altra ripresa. E’ anche una ragazza dolcissima e questo è fondamentale per la storia, perché si vede la sua vulnerabilità e speri che ce la faccia. Ma quando diventa crudele e violenta è la persona più spaventosa del mondo”.
Passare da una sitcom a un horror hardcore era proprio quello che la giovane attrice voleva. “Con questo ruolo ho provato tante cose diverse”, dice. “Sono una drogata in crisi di astinenza e una indemoniata e questo mi ha dato l’opportunità di sperimentare. Inoltre i realizzatori sono persone di enorme talento e questo mi ha aiutato molto. E poi andare in Nuova Zelanda a lavorare suonava molto romantico…”

Il personaggio di Levy è il più giovane del gruppo. “E’ la sorella minore di David e anche Eric e Olivia la considerano un po’ una sorellina”, dice l’attrice. “Sono cresciuti insieme e Mia ha sempre avuto bisogno di cure paterne, ma David non è stato molto bravo in questo. Lei cerca di ricomporre il loro rapporto, è decisa a superare il dolore fisico e la paranoia dell’astinenza, almeno fino a quando non va nella foresta e incontra quell’inquietante personaggio. In quel momento capisce che quel luogo non è più sicuro, ma nessuno vuole darle ascolto”.
Le difficoltà del ruolo hanno messo alla prova la disciplina dell’attrice. Ore e ore al trucco prima e dopo le riprese non facilitavano sicuramente la giornata di lavoro sul set. “Andavo a dormire alle 8:30 tutte le sere”, dice. “Mangiavo solo frutta e verdura e restavo a casa durante il weekend. Facevo yoga ed esercizi di respirazione e solo così sono stata in grado di dare il massimo, altrimenti non ce l’avrei fatta”.
Eppure è stato l’interpretare Mia all’inizio del film, prima che sia posseduta, la parte più difficile del lavoro. “E’ stato davvero più doloroso”, dice Levy. “Come demone potevo fare quello che volevo, avevo la libertà di esplorare comportamenti assurdi, torturare e annientare le persone, è stato quasi divertente sotto certi aspetti”.
Anche se si definisce una “fifona”, Levy ha iniziato ad appassionarsi al genere horror dopo questa esperienza. “E’molto interessante, perché si basa su paure primordiali. Questo è un film soprannaturale, estremo, mentre leggevo la sceneggiatura pensavo ‘Oh mio Dio, pioggia di sangue?’ E poi, riflettendoci, mi è sembrato davvero forte!”
Il fratello di Mia e i loro amici vivono ancora nel mondo “reale” quando lei si trasforma. David è semplicemente incapace di credere a quello che sta succedendo, anche se Mia cerca di parlargli. “Nessuno di noi ci sarebbe riuscito”, dice Alvarez. “La scena tra loro due in un certo senso riassume la premessa del film”.
E’ Shiloh Fernandez che interpreta David, anche se ha rischiato di non presentarsi al provino per questo ruolo, ma non perché non lo volesse. “Era in programma che mi presentassi all’audizione, poi il mio agente mi ha spedito delle emails tra Fede e il suo agente”, dice l’attore. “Dicevano che volevano Shiloh Fernandez, ma io non avevo ancora fatto il provino e così ho deciso di non presentarmi”.
Ma l’agente di Fernandez lo ha poi convinto a recarsi all’appuntamento e così è stato scelto per interpretare David, che ha alle spalle un’infanzia difficile. “La madre era malata di mente”, dice Fernandez. “Lui ha protetto la sorella minore come ha potuto, ma poi a 18 anni se n’è andato di casa, non ce la faceva più”.
E’ proprio il rapporto di David con la sorella e gli amici uno degli elementi della sceneggiatura che è piaciuto di più a Fernandez. “C’era molto da esplorare”, dice. “Non avevo mai fatto un film così e mi è piaciuto trovare la verità nell’orrore”.

Mentre stava a Los Angeles, l’attore ha trascorso del tempo con Alvarez, chiarendo tutti gli aspetti del personaggio. “Poichè è anche autore della sceneggiatura, Fede poteva spiegarmi esattamente quello che voleva”, continua l’attore. “E’ un filmmaker di grande talento, ha un occhio cinematografico straordinario, sul set prestava la massima attenzione a quello che ognuno di noi stava facendo e dava indicazioni a tutti”.
La realizzazione di La Casa ha permesso a Fernandez di conoscere un altro aspetto delle riprese. “L’attenzione era concentrata sul realizzare il miglior film possibile”, dice Fernandez. “Rob e Sam hanno sempre sostenuto Fede e la sua visione. Volevano anche rendere omaggio ai fan e soddisfare le loro aspettative—e sono felice di non aver avuto io questa responsabilità”.
Quando Eric, interpretato da Lou Taylor Pucci, insegnante e amico d’infanzia di Mia e David, scopre in cantina uno strano libro e ne legge a voce alta alcuni passi, nella casa isolata nei boschi si scatena l’inferno, perché così facendo ha involontariamente risvegliato un demone dormiente.
“Eric è stranamente attirato dal libro”, dice Young. “E’ qualcosa che non viene mai detta esplicitamente nella sceneggiatura, ma la performance di Lou e la regia Fede fanno capire che c’è qualcosa di più forte che lo spinge ad andare avanti e non è una normale curiosità”.
Per Pucci, un fan del film originale, l’idea di partecipare a un nuovo capitolo della serie è stata semplicemente irresistibile. “Ero eccitatissimo di essere nel cast di La Casa!”, ricorda sorridendo. “E’ il film più sconvolgente e terrorizzante che abbia mai visto!”
Ma prima ha dovuto superare un provino molto duro. “Mi sono presentato al casting e dopo mi sono sentito davvero malissimo”, ricorda. “Mi avevano assegnato una scena in cui dovevo stare dietro una porta e fare il pazzo, senza essermi preparato o aver provato prima, mi sentivo un vero idiota a gridare e urlare al nulla. Quindi non mi aspettavo davvero di ricevere una telefonata la settimana seguente in cui mi dicevano che avrei incontrato Bruce Campbell. Ero emozionato, ma non ero ancora del tutto sicuro che avrei avuto la parte”.
Dopo aver visto l’originale almeno 15 volte, Pucci spera che siano apprezzate la cura e la creatività che sono state spese per aggiornare la storia. “Questo film incute ancora più paura”, dice. “Secondo me perché Fede fa in modo che lo spettatore si leghi ai personaggi. Non possono andarsene e anche la natura si scatena contro di loro. Per chi lo vede per la prima volte sarà davvero un’esperienza incredibile, mentre gli appassionati, anche se sanno cosa li aspetta, saranno sorpresi di venir di nuovo trascinati e coinvolti dai personaggi”.
Raimi e Tapert conoscevano già Jessica Lucas, che interpreta Olivia, perché avevano lavorato insieme nel thriller soprannaturale del 2009 Drag Me to Hell. “Noi l’adoriamo”, dice Tapert. “Ha regalato serietà e profondità al suo personaggio. Ha affrontato con pazienza un gran numero di scene d’azione e ore e ore di trucco e prostetica”.
Olivia è cresciuta a Flint, Michigan, ed è stata vicina a Mia, David ed Eric fino a che David se n’è andato. “E’ Olivia a proporre il viaggio”, spiega Lucas. “Fa l’infermiera ed è decisa a liberare la sua amica dalla dipendenza, ma è anche la più scettica nei confronti del soprannaturale”.
Quando Lucas ha saputo che Raimi aveva intenzione di girare un nuovo film della serie, ha manifestato subito il suo interessamento. “E’ una serie cult, con tantissimi appassionati”, dice. “Quando ho letto la sceneggiatura mi sono resa conto che era veramente paurosa e scatenata. In un film horror con elementi soprannaturali tutto viene accentuate e intensificato, quindi è molto divertente da interpretare, non ci sono confini da rispettare”.
Per aiutare gli attori ad avere un’idea di come sarebbero state le scene di possessione, Alvarez si è avvalso della collaborazione di un coreografo che mostrasse la fisicità che dovevano esprimere. “Abbiamo cercato di ottenere piccoli e semplici movimenti che attirassero lo sguardo per la loro anormalità”, dice Alvarez. “Anche qualcosa come un leggero tic diventa significativo davanti alla macchina da presa”.
“E’ stato di grande aiuto”, dice Lucas. “Tutti noi volevamo mantenere una caratteristica individuale, ma renderla coerente. Facevamo cose folli—ci muovevamo come se avessimo ingerito veleno, ci agitavamo, vibravamo, come se il pavimento fosse dissestato. E’ stato un processo davvero molto interessante”.
L’attrice dice anche che il fatto di provare insieme ha aiutato gli attori a creare un bel legame tra loro, che riflette quello dei personaggi che interpretano. “Ha creato un’atmosfera di sicurezza, ci sostenevamo l’un l’altro per riuscire a dare il massimo e ottenere così il film migliore possibile”.
Lucas è convinta che i fan di La casa ameranno questa nuova versione. “Sono sicura che apprezzeranno il fatto che abbiamo cercare di fare qualcosa di diverso. La gente vuole essere spaventata il più possibile da un film come questo e La Casa mantiene le promesse. L’azione è continua, sempre più intensa e coinvolgente, se sei un appassionato di horror non puoi non amarlo. E’ martellante, terrificante, sconvolgente e divertente. Insomma c’è tutto quello che si cerca in un horror”.
Elizabeth Blackmore, che interpreta Natalie, è stata la prima a presentarsi al provino. “Abbiamo pensato subito che era grande e l’abbiamo messa in cima alla lista”, dice Tapert. “Più vedevamo altre attrici, più tornavamo a Elizabeth. Lei aveva dato il massimo, non aveva mai perso di vista il personaggio o la storia. Si è impegnata a fondo, sopportando tutto il disagio fisico che questo tipo di film comporta per gli attori, dal trucco alla prostetica, riuscendo a recitare pur tutta coperta di sostanze appiccicose”.
Natalie è la ragazza di David ed è la prima volta che incontra gli altri del gruppo. “E’ sincera e desiderosa di fare buona impressione”, dice Blackmore. “Natalie è come il pubblico, è un’outsider che incontra persone nuove”.
Quando Blackmore ha letto per la prima volta la sceneggiatura era a casa da sola. “Stava facendo buio e mi sentivo piuttosto angosciata”, ricorda. “Mi son dovuta alzare ad accendere tutte le luci e prendere fiato per un attimo prima di finire la lettura, perché mi aveva veramente spaventato. Ho capito subito che era qualcosa che volevo fare assolutamente”.
Il fatto che la narrazione sia radicata nella vita reale aggiunge altra tensione, secondo lei. “Fede aveva un’idea di base molto acuta e legata alla realtà. Ci sono vari rapporti tra i personaggi cui è facile collegarsi. Io non avevo mai interpretato un horror prima, quindi mi interessava molto capire come funzionava. E’ come essere trascinati in una corsa sfrenata, non sai mai cosa aspettarti, gli elementi soprannaturali ti allontanano bruscamente dalla quotidianità”.
Mantenere un legame sottile, ma fondamentale, con la vita reale ha aiutato gli attori a conservare la loro individualità dopo che sono diventati “Deadites”, così i realizzatori hanno chiamato i posseduti. “I Deadites non sono come gli zombies”, afferma Blackmore. “Sono molto diversi. Devi trovare l’equilibrio tra l’umano e il demone che lo possiede, ma sempre interpretando il personaggio che è intrappolato, che è pienamente consapevole di ciò che sta facendo, ma non può fermarsi, non può agire diversamente, è prigioniero del demone. Ed è davvero terrificante vedere qualcuno completamente fuori controllo, ma suo malgrado”.
Un’altra grande sfida da affrontare è stata che i realizzatori avevano deciso di affidarsi il più possibile a riprese dal vero piuttosto che alla CGI. “E’ stato molto complicato e faticoso il lavoro con i cavi e il trucco prostetico, ci avevano avvertito che sarebbe stato duro e che ci sarebbe venuta voglia di strappare via tutto e piangere. Era proprio vero, ho provato un enorme sollievo quando tutto è finito”.
Le difficoltà hanno contribuito ad aumentare l’atmosfera di collaborazione sul set, secondo J. R. Young. “Il nostro è un cast molto giovane”, dice. “Avevano tutti una gran voglia di fare qualcosa di fantastico e regalare al pubblico quello che non si aspetta. A vederli insieme diresti che si conoscono da anni. Non sono state riprese facili, hanno passato notti intere ricoperti di sangue, al freddo, sotto la pioggia. Spesso quando uno di loro doveva girare una sequenza davvero difficile gli altri, invece di starsene al calduccio a casa, erano lì, a sostenerlo. Avere un tale supporto dal cast è bellissimo”.

SOLO UN CASA TRA I BOSCHI

La rivisitazione di Fede Alvarez di La Casa ha avuto come base alcuni elementi visivi iconici dell’originale ed ha amplificato il fattore paura con la miglior tecnologia a disposizione oggi. Il successo del suo piano era strettamente legato al coordinamento tra i vari dipartimenti, soprattutto dopo aver fatto una scelta insolita e impegnativa. Per restare fedele allo spirito del classico del 1981, Alvarez aveva deciso di usare soprattutto effetti reali, evitando il più possibile l’uso della CGI.
Tapert e Raimi hanno deciso di girare a Auckland, in Nuova Zelanda. “Volevamo dare a Fede tutto quello di cui aveva bisogno e abbiamo pensato che il posto migliore fosse la Nuova Zelanda”, dice Campbell. “Laggiù hanno delle troupe fantastiche, che lavorano molto seriamente”.
La decisione ha permesso ai realizzatori di avere gli artigiani e gli operai specializzati con cui avevano lavorato per oltre un decennio. “Molta gente voleva lavorare a questo film perché aveva amato La Casa”, dice Tapert. “Hanno tutti più o meno la mia età e si divertono molto con il sangue, le budella e le situazioni che spaventano a morte. E’ stata un’esperienza incredibilmente positiva”.
La preparazione è iniziata con lo scenografo Rob Gillies, responsabile dell’ideazione del particolare look del film, che rende omaggio all’originale. “Fede aveva molto chiaro in mente cosa fare”, dice lo scenografo . “Noi abbiamo solo sostenuto la sua visione. Abbiamo iniziato a lavorare su una gamma ristretta di colori, lo sfondo resta lo stesso e le cose vengono aggiunte per attirare l’attenzione, per enfatizzare, volevamo che fosse il sangue a risaltare”.
Alvarez ha girato il meno possibile in teatro. “Volevamo una vera casa nel bosco”, dice. “Per gli attori è di grande aiuto essere in un luogo reale, vedersi circondati dagli alberi. Ci siamo impegnati in questo senso fin dall’inizio”.
Il regista, insieme a Young, Gillies e Tapert, ha fatto una serie di sopralluoghi nei boschi che circondano Auckland prima di trovare il posto giusto. “Era molto importante ricreare l’atmosfera del cottage di La Casa”, dice Young. “Abbiamo trovato una piccola radura, circondata dagli alberi, che aveva un aspetto abbastanza inquietante”.
Il cottage disegnato da Gillies ricorda in effetti il look dell’originale, con qualche aggiunta migliorativa. “Abbiamo inventato una storia per il cottage”, dice. “E’ stato costruito negli anni ‘20. Il suo periodo migliore è stato forse negli anni ’50, poi non è mai stato ristrutturato. Mia e David ci andavano da piccoli con la madre e si sono divertiti durante quei giorni di vacanza. Ci sono ancora tracce di quegli anni felici, come le vecchie foto alle pareti”.
Per ottenere l’effetto che cercavano, il dipartimento ha costruito il cottage a partire da un disegno. “Dovevamo costruirne anche una copia per girare in teatro, perché la quantità di materiale prostetico rendeva più facile lavorare in studio”, dice Gillies. “La difficoltà per me è stata nel duplicarlo al momento della decadenza, quindi l’abbiamo smontato, portato via dalla radura e rimesso in piedi in teatro. Comunque la maggior parte delle riprese sono state fatte sul posto”.
La copia in teatro doveva essere abbastanza flessibile da permettere i movimenti di macchina progettati da Alvarez. “Il cottage è un set in due parti, il piano terra e il primo piano”, continua Gillies. “Sotto però c’è una cantina, si scendono alcuni scalini e si spalanca la porta sull’orrore: la stanza è piena di gatti morti, sembra di essere all’inferno ed è lì che viene trovato il Libro. In teatro la cantina era a livello del pavimento e le pareti erano smontabili per permettere il passaggio delle macchine da presa”.
Oltre al cottage, Gillies ha dovuto ricreare un altro elemento classico della serie: il Libro dei Morti. “E’ dal libro che si scatena tutto in “La Casa”, dice Tapert. “Inizialmente il primo film si intitolava appunto Il Libro dei Morti, perché Sam aveva letto una storia che ne parlava. Ma l’agente che lo doveva vendere disse che era un titolo orribile, perché i libri non spaventano il pubblico. Ci diede tutta una serie di cattivi suggerimenti dello stesso livello e poi siamo stati d’accordo su The Evil Dead. Il resto è storia”. Dopo aver fatto parecchie proposte per il libro, Gillies è arrivato a una versione abbastanza semplice. “A parte che è rilegato in pelle umana e sigillato con filo spinato”, dice lo scenografo. “Abbiamo deciso che già così incuteva paura. Ma dovevamo creare anche il contenuto, perché Eric ne sfoglia le pagine, così abbiamo deciso di farlo apparire come se nel XII secolo uno scrivano avesse aggiunto qualche annotazione, mentre nel XIV secolo qualcun altro avesse inserito note in un’altra lingua. Nel corso dei secoli è passato di mano in mano, è bizzarro, affascinante e Eric non sa resistere e lo legge”.
Alvarez ha sorpreso i realizzatori con la sua insistenza sugli effetti di macchina, convinto com’era che solo così avrebbe ottenuto l’autenticità e l’immediatezza che voleva per il film. “Questa è una storia semplice e viscerale”, dice il regista. “E’ incentrata su cinque persone che si ritrovano in un cottage e proprio perché è così semplice non ho voluto aggiungere CGI alla storia.
“Gli effetti riguardano elementi reali che vengono messi insieme per creare qualcosa di sorprendente”, continua. “Troppa CGI avrebbe solo distratto, io lavoro con la CGI in Uruguay e anche gli effetti migliori talvolta si notano”.
Quando la CGI non si poteva evitare, entrava in scena il supervisore degli effetti visivi George Ritchie. “E’ molto bello lavorare a qualcosa cui noi aggiungiamo valore, invece che cercare di creare tutto dall’inizio”, afferma Ritchie. “Non mi piace vedere immagini generate dal computer quando non è necessario. Attualmente si usano troppo, secondo me, io preferisco un tocco più leggero. E’ un vero privilegio riuscire a fare qualcosa che, se il mio lavoro è ben fatto, non verrà notato da nessuno”.
Dallo storyboard fino alle riprese, i realizzatori si sono sempre posti il problema di quanto poteva essere ripreso dal vero. “In questo modo non ci sono stacchi e tutto scorre perfettamente”, dice Young. “Tutti i dipartimenti hanno dato il loro contributo, è molto eccitante realizzare quei momenti con tutte quelle visuali diverse messe insieme dal team”.
Gran parte dei trucchi erano frutto della stretta collaborazione tra Roger Murray, il responsabile degli effetti del trucco che ha creato la complicate prostetica usata nel film, e il team del trucco, guidato da Jane O’Kane. “Lavoro con loro da parecchi anni”, dice Tapert. “In passato Jane ha sempre voluto usare la maggior quantità di sangue possibile e stavolta è stata soddisfatta, ha avuto una vera pioggia di sangue.
“Tutta la vita professionale di Roger lo ha portato a questo”, continua il produttore. “Ha creato materiale di scena e dispositivi speciali per il trucco per anni, ma non aveva mai fatto un film che utilizzasse tutto il suo team e le sue competenze a questo livello. Questo settore si è evoluto in altre direzioni per la disponibilità della CGI. Tornare a fare le cose in questo modo ha dato lustro a una grande squadra di artigiani”.
Avendo lavorato a tanti progetti in cui la CGI veniva usata ampiamente, Tapert dice di aver apprezzato la differenza. “Quando teste e braccia vengono tagliate in CGI, c’è una certa bellezza melodrammatica. La CGI tende in sé a creare immagini ‘gradevoli’, mentre se qualcuno lentamente si taglia un braccio e il sangue schizza ovunque, la scena deve avere realismo, deve far sentire lo spettatore come se fosse lì”.
Murray, che è cresciuto guardando film horror, ricorda ancora di aver visto La casa per la prima volta a 15 anni. “E’ stato interessante rivederlo ancora una volta e poi leggere la nuova sceneggiatura”, dice . “La nuova storia è più realistica e l’approccio ai personaggi è diverso, il che la rende molto più dark. Fede è un appassionato di effetti speciali reali ed è stato bello lavorare con lui, ha un background fantastico”.
Poiché gli effetti cinematografici sono diventati sempre più sofisticati, è più difficile far impaurire gli spettatori, osserva Murray. “La gente è esposta a molto più horror, è come se avesse perso la sensibilità. Decidere cosa far vedere e cosa far intuire è diventato sempre più importante. Ma credo che in questo film abbiamo fatto qualcosa di veramente terrorizzante”.
Tutti gli attori si sono sottoposti a lunghe sedute di trucco per trasformarsi in demoni. Per Natalie, il team ha creato cinque diverse braccia prostetiche che rappresentano gli stadi della sua degenerazione. “Le si taglia di netto un braccio”, dice Murray. “Quindi abbiamo iniziato con un braccio di silicone e affiancato l’attrice con una controfigura, così lei recita e la sua controfigura controlla il braccio infetto. Poi c’è il braccio che taglia davvero e un altro che è quello che cade a terra ed Elizabeth si è sottoposta a tutto questo”.
Ma questo è niente se si pensa alla punizione che subisce Mia, il personaggio interpretato da Jane Levy. “Mia viene intrappolata da un rovo e ferita prima che la sua parte Deadite venga fuori”, dice Murray. “Noi abbiamo isolato otto diverse fasi in cui la possessione avanza, con circa 150 applicazioni che abbiamo messo insieme combinandole di volta in volta”.
Le ferite sono state il punto di partenza per il trucco di Mia, dice O’Kane. “Quando la incontriamo per la prima volta è una eroinomane, quindi molto segnata e la vediamo peggiorare. Il silicone doveva essere preparato fresco ogni volta, quindi la squadra di Roger lavorava intensamente tutti i giorni. In genere Jane passava tre ore al trucco prima di mettersi le lenti a contatto e andare sul set. Poi avevamo bisogno almeno di un’ora per togliere il trucco, ma lei è sempre stata estremamente paziente. Non si era mai sottoposta a questo tipo di trucco, ma è molto professionale e le piaceva che la rendessimo orribile”.
Levy sostiene di ricordare molto poco di quello snervante processo: “Mi sedevo in poltrona e li lasciavo fare il loro lavoro”, dice. “Quando ero pronta, mi bagnavano, così sembravo sudata, e mi versavano addosso una caraffa di sangue. Ricordo quando mi hanno fatto il calco della testa, hanno preso quella sostanza appiccicosa che usa il dentista e me l’hanno applicata ben bene dappertutto, mi hanno avvolta nella cartapesta e l’hanno fatta asciugare prima di liberarmi, poi hanno fatto la stessa cosa con i denti, la lingua, il torace, le braccia e le gambe, in totale forse 12 ore”.
Bruce Campbell ricorda che la prima volta fu usato un procedimento leggermente diverso. “Facevamo il calco con gesso di Parigi”, dice. “Era piuttosto rozzo, tanto che abbiamo strappato le ciglia della protagonista. Infatti, per togliere il calco, l’attrice doveva sporgersi in avanti e lasciare che la gravità lo facesse scivolare via dalla faccia, ma le ciglia erano rimaste imprigionate nel gesso”.
Questa volta però anche i costumi sono stati accuratamente coordinati con gli effetti. “Abbiamo lavorato a stretto contatto con il dipartimento della prostetica e con quello degli effetti speciali”, dice la costumista Sarah Voon. “I costumi sono stati adattati per permettere l’inserimento dei cavi, alcuni hanno il dorso estensibile, altri hanno degli elementi inseriti dentro. Certo non si può inserire molto sotto una sottoveste, ma rimarreste sorpresi dal sapere quanto si può nascondere con bendaggi color carne. Anche il sangue nasconde parecchio”.
Alvarez ha incaricato Voon di creare costumi senza tempo, che fossero tipicamente americani. “Ma ha voluto che il look fosse anche un po’ ricercato”, dice la designer. “Volevamo entrare in contatto con il pubblico giovane e creare nuove legioni di fan dell’horror”.
Con questa idea in mente, Voon ha preparato un look vintage per Mia. “Non ha molti soldi da spendere per i vestiti”, dice. “Quindi indossa qualche abito speciale appartenuto alla madre o alla nonna. Quando la conosciamo porta una vecchia felpa su un vestito vintage, un abbigliamento confortevole perché sa che saranno momenti duri. Poi ha una sottoveste che abbiamo copiato da un disegno degli anni ’20, fatta a mano, molto bella, e la indossa quando si trasforma in demone. Abbiamo pensato che quell’indumento così delicate e antico creasse un contrasto notevole con quello che lei diventa. Abbiamo dovuto preparare 62 sottovesti per le controfigure e gli stunt, tutte cucite a mano”.
Definire La Casa uno dei film che gronda più sangue della storia del cinema non è una semplice iperbole, secondo il supervisore degli effetti speciali fisici e meccanici Jason Durey. “Per 30 Days of Night, che era un film di vampiri in cui scorreva molto sangue, abbiamo usato 4,500 litri di sangue. In questo ne abbiamo usati circa 25,000. Accidenti, ci sono anche quasi 300 litri di vomito, fra test e riprese, una cosa mai vista nella mia carriera. E’ orribile e assolutamente terrificante”.
Durey dice che la richiesta più frequente del regista al team degli effetti speciali era “Ancora, ancora, ne voglio di più, lo voglio più grande”. “Fede ha portato un nuovo elemento alle nostre riprese, chiedendo sempre di più , anche quello che noi non sapevamo bene come ottenere”, aggiunge. “Sicuramente ha reso interessante il mio lavoro, chiedeva sempre altro fumo o altro sangue e noi ci siamo impegnati al massimo”.
E questo era esattamente quello che Alvarez cercava. “La gente mi diceva sempre, ma non c’è troppo sangue?”, ricorda il regista. “Io rispondevo che il sangue non è mai troppo. Niente è troppo, perché il pubblico si aspetta qualcosa di assolutamente inaspettato!”
La Casa era un progetto con budget limitatissimo, con una tecnologia approssimativa per tenere i costi più bassi possibile, mentre questa volta i realizzatori avevano più disponibilità economiche. “E l’elemento che si è sviluppato di più in campo cinematografico in questi 32 anni è proprio la tecnologia”, dice Tapert. “Abbiamo girato La casa con i sistemi più semplici e la maggior parte delle volte dovevamo improvvisare, non avevamo neppure i carrelli. Noi abbiamo cercato di avere la stessa energia maniacale, usando però la miglior tecnologia esistente, con macchine da presa di nuova generazione ad altissima risoluzione, e viene esattamente come con la 16 mm”.
Forse il cambiamento più grande nel look complessivo del film riguarda le luci. “Nel primo La Casa, sapevamo che sarebbe passato nei drive-in”, dice Tapert. “In un drive-in ci sono molte più luci rispetto a un cinema normale, quindi abbiamo cercato di girare dando più illuminazione, così il pubblico avrebbe potuto vedere meglio l’immagine sullo schermo. Fede ha avuto un approccio più artistico e il film ha un look cupo e misterioso”.
Alvarez si è allontanato anche dalla tradizione girando molte scene con la luce del sole. “Non è frequente vedere film dell’orrore girati di giorno”, dice. “Ma la nostra macchina da presa era davvero all’avanguardia e il look del film è fantastico. Sapevo che, per molte scene, la scelta più ovvia sarebbe stata girare di notte, ma abbiamo trovato tutta una gamma di possibilità durante il giorno che avrebbero reso l’atmosfera ancora più paurosa, perché si può vedere cosa c’è nella foresta, tra gli alberi”.
Il direttore della fotografia Aaron Morton definisce il look complessivo del film “naturale”. “Fede ha voluto quel tono senza tempo che avrebbe cullato la gente in un falso senso di sicurezza all’inizio del film”, dice. “Abbiamo usato tutta la gamma classica delle tecniche dell’horror per far sì che gli spettatori si legassero ai personaggi, così quando questi si trovano in difficoltà abbiamo una reazione molto forte”.
Per Morton l’aspetto più complesso della produzione è stato trovare l’equilibrio giusto tra l’oscurità e la luce. “Anche quando è scuro, devi vedere delle sagome”, continua. “Le ragazze devono apparire belle e i ragazzi duri. Noi abbiamo usato la nuovissima Sony F65, una macchina da presa fantastica che, insieme alle nostre Arri Master Prime Lens, ci ha dato un’immagine molto naturale, come quella della pellicola, è il massimo della tecnologia digitale di oggi”.
La fotografia ha reso omaggio al primo film con un momento che inquadra la Forza del Male che insegue Mia nel bosco. “E’ una sequenza del film originale”, dice Morton. “Allora fissarono una macchina da presa a una tavola di legno e c’era una persona a ogni lato che la trasportava correndo. Noi abbiamo voluto aggiunge un ulteriore effetto, quando il Male insegue Mia, in pratica sono io che appeso a una sorta di teleferica, volo verso di lei”.
Anche il montaggio ha avuto un ruolo fondamentale per creare l’intensità e il ritmo con cui è raccontata la storia. “L’originale aveva un tono un po’ punk”, dice il montatore Bryan Shaw. “Erano i primi anni ’80 e noi abbiamo cercato di ricreare quell’aspetto, come Fede aveva già puntualizzato nella sceneggiatura. A volte leggo delle sceneggiature e spero che lascino perdere tre o quattro scene, ma con Fede no, lui sa bene come costruire la paura passo dopo passo e quanto a lungo sospendere l’attimo”.
Anche se per i realizzatori le due esperienze sono state molto diverse, l’intensa collaborazione necessaria per creare La Casa ha ricordato a Tapert quella cementata nel primo film con gli altri partners. “L’originale La Casa è stato duro e impegnativo fisicamente, ma è stata una magnifica esperienza per Sam, Bruce e me”, dice. “E infatti da allora, sono passati 32 anni, siamo amici. Questo film è stato molto meno faticoso perché il denaro ha risolto tanti problemi, ma soprattutto è stato grandioso tornare a lavorare con Sam e Bruce.
“E’ stato un vero piacere anche lavorare con Fede”, continua. “Ha tutte le qualità che io cerco in un regista. Anche se questo era il suo primo film, lavora da anni sui set e insegue la sua visione finché la cattura. Lavorare con uno come lui, per me, è stata la parte migliore del processo e non vedo l’ora di sapere quale sarà il suo prossimo progetto”.
Anche Campbell è entusiasta del film: “In questo film sono migliori non solo la recitazione e gli effetti speciali, ma anche la fotografia. Questa volta non c’è il tubo da giardino per schizzare il sangue, ma tecnologie all’avanguardia. Spero che un giorno, ci sia un maledetto doppio spettacolo dei due La Casa. Vorrei farlo alla Alamo Drafthouse di Austin. Credo che sarebbe fantastico .”

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