Capitalism: A Love Story – di Michael Moore: recensione in anteprima

Capitalism: A Love Story (Capitalism: A Love Story, USA, 2009) di Michael Moore. Se prendiamo per vera l’affermazione dello stesso Michael Moore che vuole che il regista si dedichi (per ora) ad almeno due pellicole a soggetto, possiamo dire che il suo ultimo documentario è la chiusura, forse provvisoria ma ideale, di un percorso iniziato

Capitalism: A Love Story (Capitalism: A Love Story, USA, 2009) di Michael Moore.

Se prendiamo per vera l’affermazione dello stesso Michael Moore che vuole che il regista si dedichi (per ora) ad almeno due pellicole a soggetto, possiamo dire che il suo ultimo documentario è la chiusura, forse provvisoria ma ideale, di un percorso iniziato esattamente vent’anni fa. Un cerchio che si chiude, ma potrebbe restare aperto per un non di certo improbabile ritorno del regista al documentario.

Esattamente vent’anni fa infatti Michael Moore esordiva con un documentario a suo modo brillante e notevole, Roger & Me, con il quale denunciava il comportamento della General Motors del suo paese d’origine, Flint, nel Michigan, colpevole di aver licenziato 30mila operai di punto in bianco. Oggi Moore denuncia un sistema ben più grande, mostruoso e capillare nel quale l’America ha ben imbevuto le sue fondamenta: il capitalismo, che fa fuori 14000 posti di lavoro al giorno.

Con i suoi documentari il regista è partito quindi da un grave problema economico in periodo reaganiano, è tornato sul tema con The Big One, per poi passare all’industria delle armi (Bowling a Columbine, il suo lavoro migliore), all’amministrazione Bush e ai presunti brogli delle elezioni del 2000 (Fahrenheit 9/11), ed infine al sistema sanitario americano (Sicko). Dopo aver narrato quindi le contraddizioni del sistema di un paese che, dichiarandosi democratico, ha però spesso dimostrato tutto il contrario, ritorna al punto di partenza per tentare di tirare le fila del discorso. E ci riesce, con un film decisamente arrabbiato.

Sembra proprio che Moore ci dica che tutti i problemi riscontrati nei film precedenti abbiano un minimo comune denominatore, senza il quale forse non sarebbero nemmeno sorti. E questo minimo comune denominatore è proprio il soggetto del film, il Male in assoluto: il capitalismo. Un sistema che Moore va ad analizzare con il suo solito metodo, fatto di materiale di repertorio e soprattutto tante interviste, partendo da persone a cui è stata pignorata la casa ad altre che hanno perso un parente sul quale l’azienda per cui lavoravano ha messo a loro insaputa un’assicurazione sulla vita (!!).

E poi c’è il tentativo del regista di sentire vis-à-vis l’1% della popolazione americana (il resto del 99% costituisce la popolazione più povera, che non si ribella solo perché sogna di essere anch’essa prima o poi nell’1%: è l’American Dream, bellezza!), come quando tentava di provare ad intervistare Roger Smith, presidente della GM che non era riuscito ad incontrare in Roger & Me. Ma è anche vero che questa volta il “nemico” non è una persona, ma una rete teorica che ha messo le mani ovunque ed ha scatenato una delle più grandi crisi economiche che l’uomo ricordi, e che Moore paragona senza esitazione a quella del ’29.

Populista, semplicista e non privo di contraddizioni, Michael Moore conferma però in Capitalism: A Love Story, presentato in concorso a Venezia e giustamente acclamato da critica e pubblico, una delle sue doti fondamentali: la sincerità del suo obiettivo, che è dichiarato e di parte, e per questo capace di far scegliere a ognuno se credere o meno a quel che vede sullo schermo. Non è forse chiaro che l’ala politica del regista sia limpida e chiara a tutto il pubblico? E del resto Moore conferma le sue qualità di regista, con un senso dell’ironia mai banale ed un senso del ritmo irresistibile, che anche i detrattori non potranno non riconoscergli.

E il suo ultimo lavoro, descritto dallo stesso Moore come una vera e propria storia d’amore, quasi un melodramma che finisce in tragedia, riesce anche a ripercorrere tappe fondamentali della Storia americana, da Roosvelt all’edonismo reaganiano, dal passaggio da Bush a Obama, a cui Moore dedica una parte del film molto commovente. E alla fine si capisce decisamente bene e in modo chiaro, diretto, divertito e preoccupato l’idea-base del suo autore, questa volta meno presente ed ingombrante rispetto ad altre sue pellicole ma ancora molto incisivo: “capitalismo” è una parola che stride con “democrazia”. Sono due termini che non possono e non devono convivere. Forse, in un ipotetico dizionario di Michael Moore, li troveremmo assieme solo nel capitolo dei “Contrari”.

Voto Gabriele: 8
Voto Simona: 8

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