Ma la critica vede bene?

Passo uno strano momento riguardo la critica cinematografica. Leggo sui film e sul cinema in genere giudizi disparati, in qualche caso disperati (chi ha ragione? sono io lo stupido? o è “l’altro?”, sicuramente è “l’altro” dicono tutti). Mi sono chiesto: come sta questa benedetta o maledetta critica? Ci possiamo fidare? Il pubblico può fidarsi? Mah.

Passo uno strano momento riguardo la critica cinematografica. Leggo sui film e sul cinema in genere giudizi disparati, in qualche caso disperati (chi ha ragione? sono io lo stupido? o è “l’altro?”, sicuramente è “l’altro” dicono tutti). Mi sono chiesto: come sta questa benedetta o maledetta critica? Ci possiamo fidare? Il pubblico può fidarsi? Mah. Scrivo qualche riga in proposito. Forse così mi tolgo il rospo delle domande da dentro e riesco a metterlo davanti per giudicare meglio, e sottoporre queste righe agli amici di Cineblog e del cinema tour court. Cominciamo.

Non voglio fare nomi. Invento delle categorie abbastanza elastiche per dire quel che mi sta a cuore e cioè che della critica si potrebbe farne a meno, siamo tutti adulti e vaccinati, dopo oltre un secolo di cinema e oltre cinquant’anni di televisione.

Prima categoria. Adesso che Tullio Kezich non c’è più, questa categoria di veterani continua con altri, ma non senza difficoltà, ad esistere non tanto sui giornali ( da cui sono stati fatti fuori) quanto sulle riviste, nei cataloghi dedicati al cinema d’antan, di rado in tv o alla radio. Vi compaiono con contributi che, se consultati, possono dare buone sorprese.

Era una critica che con i suoi pregi e le sue debolezze (troppa tenerezza per il cinema italiano) cercava di capire il cinema e i film, mobilitando sensibilità e cultura. A volte prendendo cantonate colossali e altre restando prigioniera di schemi sociologici, ideologici, estetici, etc, vissuti passivamente, e anche opportunisticamente. Era una critica schierata sul piano politico e, a volte, ciò le conferiva una cecità pressoché assoluta.

Seconda categoria. Chiama in causa i cinquantenni. Persone che hanno in qualche caso preso il posto dei più anziani, spesso costretti alla pensione; e che hanno saputo aspettare. Essi vengono in genere dai cineclub dei grossi centri urbani ma anche della provincia. Hanno vissuto e vivono quella esperienza, quella avventura prima come rivoluzionari del nuovo, e poi come custodi del Fort Apache del cinema-cinema, del cinema dei cinefili, ultimo bastione contro la irruzione di linguaggi e sensibilità che non controllano più. I cinquantenni, alcuni, sono finiti nelle tv e assomigliano sempre più ad archivisti che si eccitano, o pretendono di eccitare, quasi esclusivamente di fronte a pezzi, pezzetti, frammenti del cinema che fu o pellicole spesso ciancicate di autori scomparsi, elitari, gelosi della loro arte e del loro prestigio.

Terza categoria. In questa categoria figurano coloro che sono cresciuti con le lezioni dei cinquantenni o giù di lì nei cineclub, nei festival da cineclub o anche un po’ più aperti, ma non troppo; e nelle università, facoltà di cinema e di scienze delle comunicazioni, imbottiti di semiologia, scienza che in genere non è stata insegnata loro in modo corretto e creativo.

Questo insegnamento sbagliato della semiologia si traduce in una lettura del cinema, dei film e della tv (tv movie o fiction) tutta intorcinata in un linguaggio criptico e specialistico, spesso fintamente acuto, che si rivela essere una gabbia. Ovvero, una gabbia lessicale e analitica che non esclude tanto il lettore delle critiche (recensioni o altro) quanto lo stesso film che viene ridotto a sola macchina di segni o segnaletiche.

Per ora questa è la terza categoria rampante, anche se in chiara sofferenza. Ovvero, si condannano a una autoreferenzialità tale in cui evidentemente vivono con beatitudine. Basta con le categorie, anche si potrebbe aggiungerne ancora un paio. Spero che le tre categorie sopra indicate trovino, nei componenti che le formano, una certa capacità autocritica, soprattutto per quanto riguarda la seconda e la terza ancora al potere. Spero che stia venendo su qualcosa di diverso, anche se non di nuovo nel senso privo di significato in cui naviga oggi la parola “nuovo”.

Quando scrivo nuovo voglio semplicemente augurarci che venga avanti una critica (critici) capace di idee fresche, meno irreggimentate, meno devote al conformismo novista, ultima spiaggia del conservatorismo.