Altro appuntamento documè

Un’ altra perla internazionale alle serate Documè, 1 Giant Leap è passato quasi in sordina nel 2002 su una sola televisione satellitare, si tratta però di uno dei più interessanti doc realizzati negli ultimi anni e vi sconsigliamo vivamente di perdere questa anteprima…il film è in lingua originale (inglese) ma c’è tantissima musica e potrete

Un’ altra perla internazionale alle serate Documè, 1 Giant Leap è passato quasi in sordina nel 2002 su una sola televisione satellitare, si tratta però di uno dei più interessanti doc realizzati negli ultimi anni e vi sconsigliamo vivamente di perdere questa anteprima…il film è in lingua originale (inglese) ma c’è tantissima musica e potrete comunque apprezzarlo (la versione con i sottotitoli in italiano sarà in programma in autunno).

Un documentario che verrebbe facile definire musicale, e già qui ci sarebbe di che incuriosirsi, cos’è un documentario musicale?

Certamente non si tratta di un film omologato, il lavoro di Bridgeman e Catto (il duo elettronico Giant Leap) viaggia al di fuori di qualsiasi schema ed il viaggio dei due non è certamente metaforico, infatti in questo doc vi sono decine di interviste e performance musicali raccolte in ogni angolo del mondo, con un sound straordinario ed una fotografia decisamente coinvolgente, il tutto arricchito dai commenti di super-ospiti.

L’appuntamento è per questa sera alle ore 21.30 presso il Cinema Baretti (via Baretti 4, Torino). Si consiglia di arrivare con un certo anticipo, in quanto i posti sono limitati e non è possibile prenotare.

La scheda del film:
1 GIANT LEAP
di Duncan Bridgeman e Jamie Catto
UK – 2002 – 155′ – DV – prod. Palm pictures
versione originale in inglese

Il progetto “1 giant leap” nasce dal desiderio comune dei due autori di viaggiare intorno al mondo per filmare e registrare testimonianze di musicisti, artisti, registi, scienziati e intellettuali cercando “l’unità nella diversità”. Un’idea utopica che si realizza grazie all’intervento di Chris Blackwell, responsabile della Palm Pictures che decide di finanziare il progetto.

L’elenco delle persone che partecipano al film è molto lungo, tutti nomi di primo piano tra cui Kurt Vonnegut, Michael Stipe, Dennis Hopper, Brian Eno, Faithless, Steward Copeland, Baaba Maal, Tom Robbins, Linton Kwesi Johnson, Robbie Williams e molti altri.

Lo spirito dell’intero lavoro, girato in oltre 25 paesi, è quello di fondere suoni, parole, ritmi, immagini, culture differenti in unico flusso audiovisivo. Un manifesto di una globalizzazione positiva e sostenibile che unisce ma sa rispettare le singole diversità e individualità.

Il film è diviso per tracce che esplorano ciascuna un tema come “Maschere e ruoli”, “Morte e cambiamento”, “Libertà ad innocenza” e “L’ombra e l’ispirazione”, “Dio”, “Sesso e saggezza”, “Denaro”, “Unità”, “Confronto”, “Felicità”.

Avendo girato materiale in abbondanza, dalle strade di New York alla giungla del Ghana, dalle montagne del Nepal ai deserti del Rajasthan, il risultato finale è un qualcosa di assolutamente originale, una via di mezzo tra documentario e video pop.

La musica è il collante principale di questo giro del mondo in 180 giorni che a detta degli stessi autori prende spunto da un progetto di vent’anni prima di Brian Eno e David Byrne (“My life in the bush of ghosts”), uno dei primi tentativi di unire l’occidente al resto del mondo attraverso il suono.

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