Baaria: perché l’Oscar non ci ama più

Anche Baaria di Tornatore torna indietro dagli Oscar con un timbro in fronte: “No“. Non ne farei un dramma. A Gomorra di Garrone non è andata meglio. Ci siamo abituati, ci si deve abituare, visto che negli ultimi anni (e forse non solo ultimi) abbiamo spedito alla Academy dell’Oscar pellicole incartate di belle speranze e


Anche Baaria di Tornatore torna indietro dagli Oscar con un timbro in fronte: “No“. Non ne farei un dramma. A Gomorra di Garrone non è andata meglio. Ci siamo abituati, ci si deve abituare, visto che negli ultimi anni (e forse non solo ultimi) abbiamo spedito alla Academy dell’Oscar pellicole incartate di belle speranze e ci sono state rimandate prive del cellophane speranzoso. Una domanda è lecita: perché va avanti, così, il nostro rapporto con la statuetta che in passato ha premiato i nostri grandi registi, da De Sica e Fellini a Salvatores e allo stesso Tornatore?

Ho una mia risposta. La dico in modo secco: il cinema italiano non piace perché l’Italia non è più quella di prima. L’Italia piace ancora ai turisti americani, benché affaticati dalle difficoltà del cambio dal dollaro all’euro con costi in rialzo, per le sue opere d’arte, i monumenti, la cucina, i paesaggi, per i rapporti umani; tuttavia, non è l’Italia del cinema, del cinema che gli americani hanno amato di più: quella che hanno amato a lungo era un paese di ieri o di ieri l’altro, carico di storie popolari, di colore, di umanità, in parte il paese raccontato a lungo nel dopoguerra dai militari venuti a liberarci alle loro famiglie e ai loro amici.

L’Italia del Sud o delle campagne toscane, della lunga offensiva dal luglio del ’43 alla entrata dei marines a Roma, al 25 aprile ‘45 a Milano, la Liberazione, l’Italia di Rossellini. E poi l’Italia degli sciuscià (De Sica) o delle figure poetiche dislocate nella campagne sperdute (Fellini), l’Italia di “Mediterraneo” di Salvatores (soldatini italiani smarriti in Grecia, innamorati, tra cielo, sole e mare).

L’Oscar amava l’Italia terzo mondo della memoria e degli struggimenti, povera e coraggiosa, umile e cafona, affamata e ridanciana. Un’Italia che non c’è più. Che propone un cinema, spesso intimista e generico, limitato e presuntuoso, sorpassato da quello di paesi periferici, provenienti da continenti antichi e nuovissimi.

Un cinema italiano che è un puntino nel globo delle pellicole che spuntano dovunque e propongono storie di respiro globale, o storie che aprono le carte geografiche dei problemi ignorati, di sentimenti sentiti più freschi, di realtà più capaci di stupirci e stupire, insomma di film persino più antiquati nelle forme ma più aperti al domani. Non so cosa suggerire. Non illudiamoci. Ma fare un cinema più sincero, in grado di mostrarci al mondo con semplicità, senza presunzione, senza l’idea di proporre capolavori degni d’obbligatorio e ansioso interesse, ci aiuterebbe.

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