Alice in Wonderland: Tim Burton ci svela un segreto ormai di riporto

“Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti”. È questa la frase di punta di Alice in Wonderland, pronta ad essere annotata dai fan di Tim Burton ovunque, vista la sua aria da “frase di summa poetica”, e pronta e servita da essere usata dalla critica per le recensioni. Che strano questo inizio del


“Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti”. È questa la frase di punta di Alice in Wonderland, pronta ad essere annotata dai fan di Tim Burton ovunque, vista la sua aria da “frase di summa poetica”, e pronta e servita da essere usata dalla critica per le recensioni.

Che strano questo inizio del 2010: i film migliori, i più acclamati, sono di registi poco conosciuti dal grande pubblico (Lourdes, L’uomo che verrà, ma soprattutto il capolavoro, finora, Il profeta), mentre i registi acclamati sembrano sfornare solo film cosiddetti “minori”.

A questo punto Alice in Wonderland sembra comprensibile metterlo proprio sotto questa etichetta, ma piaccia o meno Peter Jackson col suo discusso Amabili resti è ben più coraggioso e Clint Eastwood con Invictus, piaccia o meno ancora una volta, più coerente anche se non in formissima. Certo, tutti i migliori sono matti, ovvero, per estensione, tutti i migliori sono freak, diversi. Ma nel caso di Alice in Wonderland sembra una filosofia vecchia e un po’ di riporto.

Tim Burton di Alice s’interessa poco o nulla, come potevamo ben attenderci, anche se fisicamente la si può accostare a figure femminili come Lydia Deetz o la Sposa Cadavere. Il suo amore (ancora una volta) è tutto per i personaggi fuori di testa, fuori dalle regole, per tutti i personaggi secondari, se in questa categoria si può far rientrare anche il Cappellaio Matto di Johnny Depp. Ma perché non indagare allora di più queste figure che restano solo tali, nonostante materiale ce ne fosse in abbondanza? E pensare che il flashback sulla storia dello stesso Cappellaio è convincente e apriva porte interessanti e malinconiche in linea con personaggi come Edward Scissorhands.

E quindi la filosofia della frase portante della pellicola resta nell’aria, schiacciata dalla produzione e dal suo logo che campeggia ovunque, e non ci si stupisce nemmeno di sentire sui primi titoli di coda la (brutta) canzone di Avril Lavigne, significativa per quel che riguarda il target del film. Lo stesso 3D è di rara inutilità e lascia la sensazione amara e deludente di un’applicazione posticcia per macinare soldi e biglietti gonfiati dal costo della proiezione con occhialini.

Alice in Wonderland non è un pessimo lavoro, e la prima parte è comunque più che godibile, a tratti irresistibile (sempre grazie ai personaggi secondari). Ma La fabbrica di cioccolato era più divertente e sadico, mentre Sweeney Todd un punto di non ritorno nel pessimismo disilluso del regista. Qui invece si conclude il tutto con una francamente imbarazzante battaglia finale, con una danza della deliranza che non ci si può credere, ed alcuni minuti finali che concludono la baracca in fretta e furia. Ovviamente meglio dieci Alice in Wonderland che un fotogramma di un Appuntamento con l’amore qualunque, ma quando parliamo di Burton non vorremmo mai ribadire certe scandalose banalità…

Qui trovate la nostra recensione.

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