Miral: un brano dal libro La strada dei fiori di Miral

Dovrebbe intitolarsi (mettiamo sempre il condizionale, non si sa mai) solo Miral il film tratto dal romanzo La strada dei fiori di Miral, scritto dalla giornalista e scrittrice palestinese naturalizzata italiana Rula Jebreal, che cura in questo caso anche la sceneggiatura. Il film, diretto da Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla), vede nel cast

di carla

Dovrebbe intitolarsi (mettiamo sempre il condizionale, non si sa mai) solo Miral il film tratto dal romanzo La strada dei fiori di Miral, scritto dalla giornalista e scrittrice palestinese naturalizzata italiana Rula Jebreal, che cura in questo caso anche la sceneggiatura.

Il film, diretto da Julian Schnabel (Lo scafandro e la farfalla), vede nel cast Willem Dafoe, Freida Pinto, Alexander Siddig, Hiam Abbass, Omar Metwally, Yasmine Elmasri, Makram Khoury, Jamil Khoury, Shredi Jabarin, Doraid Liddawi, Ruba Blal.

Miral (Freida Pinto) viene portata in un orfanotrofio dopo un attentato organizzato dalla zia. Nel collegio la sua vita vedrà alcune conseguenze, tra cui il cambiamento del cognome per non collegarla a quel drammatico episodio del suo passato…

Dopo il salto trovate un brano tratto dal romanzo. Nelle sale italiane dal 28 maggio 2010.

Dicevo che ci eravamo dovute fermare a Saida. Sentivamo distintamente i colpi di mortaio, e gli aerei israeliani volavano sopra di noi. Solo allora mi sono accorta di essere in mezzo alla battaglia. Una giornalista in prima linea, come si dice. Ma un conto è trovarlo scritto nei manuali, un altro è finirci per davvero, in prima linea. E così siamo cadute nel panico, fino a che non ho visto la bandiera del Qatar sventolare dal balcone della sede diplomatica, e mi sono precipitata con il cartellino da giornalista in mano. Dalla vetrata ho intravisto un uomo vestito con una lunga galabia bianca e con la kefiah in testa. Mi sono diretta verso di lui urlando “Giornaliste! Siamo giornaliste, fateci entrare!”.

(…)

Dopo circa due ore la situazione si era calmata e quelli dell’ambasciata ci prestarono una macchina, una piccola Fiat rossa, con la quale siamo arrivate finalmente a Beirut. La gente beveva il caffè e prendeva l’aperitivo nei locali sul lungomare come se niente fosse. Indicavano gli aerei che passavano sulle loro teste dicendo “Questo va a bombardare Chatila, quest’altro invece va verso Tripoli dove ci sono le postazioni siriane”. E tranquillamente portavano il bicchiere alle labbra, come se la vita e la morte per loro convivessero armonicamente. Il suono sordo delle esplosioni si avvertiva a pochi chilometri di distanza, si vedeva anche il fumo degli incendi. Non vorrei sembrarti troppo… troppo non so nemmeno io troppo che, comunque a me sembrava anche di respirare l’odore dolciastro della morte. Ma nessuno pareva farci caso. Va bene, ora me lo puoi dire che ti sto annoiando con tutti questi discorsi da giornalista.

(…)

Samar prese la borsetta di pelle scura. Frugò a lungo prima di trovare un pacchetto di sigarette americane, ne estrasse una, la porse a Miral che la rifiutò con un cenno del capo. Quindi la portò alle labbra e l’accese con un gesto lento, quasi stanco. Samar aspirava lunghe boccate e un silenzio freddo si era posato fra le due donne. Entrambe pensavano che si stava inaugurando un nuovo capitolo della storia del loro popolo, e si sentivano al contempo comparse e protagoniste di ciò che stava per nascere. I loro sguardi si incrociarono, e Miral sentì che quello che aveva fatto fino ad allora, le lezioni nel campo, le manifestazioni, le fughe dal collegio e quelle dalla polizia, non era stato vano, o almeno non del tutto inutile.

© Rizzoli

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