To the Wonder: le recensioni dagli Usa e dall’Italia

Terrence Malick torna al cinema. Cosa ne pensano i critici del nuovo lavoro?

di carla

Dopo essere stato al Festival di Venezia 2002, ecco arrivato nei cinema italiani To the Wonder, film drammatico di Terrence Malick con Rachel McAdams, Ben Affleck, Rachel Weisz, Javier Bardem, Barry Pepper, Olga Kurylenko, Jessica Chastain, Amanda Peet, Romina Mondello, Charles Baker. Lo avete visto? Piaciuto? Avete letto la nostra recensione? Eccovi i pareri dei critici Americani e Italiani. E poi vi invito a leggere uno speciale su Malick.

Roger Ebert – Chicago Sun-Times: Ci saranno molti che saranno insoddisfatti da un film che preferisce evocare piuttosto che offire. Lo capisco ma qui si è tentato di raggiungere sotto la superficie, e trovare l’anima nel bisogno.

James Berardinelli – ReelViews: Ci sono momenti di pura poesia nel film, ma la produzione nel suo complesso sembra troppo lungo e ripetitivo e prende una deviazione o due che distraggono dalla bellezza dolente della storia centrale.

Owen Gleiberman – Entertainment Weekly: Attraverso il personaggio di un sacerdote rattristato, Malick sembra dire che il motivo per le nostre rotture, per le nostre vite frammentate e relazioni, è che non possiamo più vedere Dio. Se potessimo, saremmo di nuovo insieme.

Ty Burr – Boston Globe: Il primo vero tiro mancato del regista, una meditazione sull’amore e sul paradiso perduto che inizia con una garanzia mozzafiato e lentamente si sbriciola in auto-parodia.

Joe Morgenstern – Wall Street Journal: Dopo essere stato profondamente commosso – anche se spesso esasperato – dal precedente film di Terrence Malick, “The Tree of Life,” non ho il coraggio di insistere sui fallimenti della sua nuova opera, che è depressa e profondamente deprimente. L’unica cosa che è meraviglioso in To The Wonder è l’immaginario.

Rene Rodriguez – Miami Herald: Il film è volutamente sfuggente, ma il risultato ha tutta la profondità e il peso di un biglietto di auguri.

Charlotte Observer – Lawrence Toppman: Affleck ha due espressioni, un sorriso e un cipiglio. Bardem non cambia mai espressione: qualunque cosa stia dicendo esce con una spassionata cupezza da cane bastonato.

Christian Science Monitor – Peter Rainer: Malick ha deliberatamente corteggiato un’auto-parodia qui? Probabilmente no. Questo implicherebbe un senso dell’umorismo.

The Hollywood Reporter – Todd McCarth: Un film che sembra svuotato di vita e di idee…

Salon.com – Andrew O’Hehir: Come con qualsiasi altro film, è tutta una questione di quale atteggiamento portate al cinema, e se siete disposti ad andare dove Malick vuole portarvi. Tutto quello che posso dirvi è che una volta che mi sono arreso al flusso e riflusso delle immagini, alla dolce-triste miscela di romanticismo, erotismo e tragedia… non volevo vedere la fine.

Volta – Richard Corliss: Questo è un test, che richiede concentrazione e attenzione rapita acuta, e ripaga il centuplo.

Time Out New York- Joshua Rothkopf: il creatore lavora con ansie che tutti noi sentiamo.

Variety – Justin Chang: Mai prima d’ora Malick ha esplorato la sessualità così apertamente sullo schermo…

New York Observer – Rex Reed: Senza trama e quasi muto (…) Si tratta di uno sbadiglio lezioso tanto che “The Tree of Life” sembra un thriller d’azione con Bruce Willis. Si tratta di… niente.

Slate- Dana Stevens: l’ho trovato noioso, involontariamente comico, a volte anche (una parola che uso raramente) pretenzioso – ma ammiro il resto del suo lavoro così tanto che sento comunque la necessità di difendere la meraviglia.

St. Louis Post-Dispatch – Calvin Wilson: To The Wonder barcolla tra sperimentazione e incoerenza. Se merita di essere visto? Assolutamente. Basta essere consapevoli.

Empire – Ian Freer: Meno ambizioso di The Tree Of Life, To The Wonder rimane al 100 per cento puro genuino Malick, un’assorbente e riflessiva meditazione in movimento sulle cose che contano.

Maurizio Caverzan – il Giornale: To the Wonder ha spaccato senza sfumature di grigio la stampa (…) è una storia d’amore (…) girata quasi senza dialoghi con testi poetici e voce off come d’abitudine nei film di Malick. La camera si muove con lentezza, inquadrando immagini di estasiante bellezza e la ben nota e ricorrente luce dell’alba.

Alberto Crespi – l’Unità: Ieri è successa una cosa che non ci saremmo mai aspettati: siamo usciti distrutti da un film di Malick (…) Il nuovo To the wonder (alla lettera fino alla meraviglia) tutto è meno che una meraviglia (…) La trama? Ah, le risate! Alla parola “trama”, Terrence Malick si alza e se ne va (…)

Fabio Ferzetti – Il Messaggero: (…) Scarsa attenzione al racconto, ai personaggi, alle psicologie, ma massima enfasi sulle intersezioni fra le vicende (le emozioni) dei personaggi e i cicli della natura. Come se ognuno di noi partecipasse ad un grande disegno preesistente, e l’individuale fosse molto meno interessante del generale. Svelato da una macchina da presa che insiste su cieli, albe, maree, praterie, branchi d’animali, abbozzando invece con pochi schizzi di colore la storia dei singoli.

Alessandra Levantesi Kezich – La Stampa: To the wonder appare un esercizio formale intorno a una scatola vuota. Ovvero l’insulsa storia sentimentale fra faccia di pietra Ben Affleck e Olga Kurylenko, bella quanto inespressiva, che ovunque sia, da Parigi all’Oklahoma, è tutta una smanceria e un sognante saltellare (…)

Paolo Mereghetti – Il corriere della sera: Dopo aver visto To the wonder di Terrence Malick verrebbe da dire al regista che ci aveva meravigliato e ammaliato con capolavori come La rabbia giovane o La sottile linea rossa: capisco le tue scelte ma non condivido i tuoi risultati. Capisco la voglia di liberarsi delle necessità narrative che nella Hollywood di oggi spesso significano trame risibili e messe in scena elementari, ma faccio fatica a seguire il regista filosofo (ha insegnato al Mit e tradotto Heidegger) nel suo tentativo di “spiegarsi”solo per sensazioni visive, per immagini quasi astratte (…)

Curzio Maltese – la Repubblica: L’ultimo film del più grande maestro americano To the wonder di Terrence Malick s’apre e si chiude sull’immagine di un sogno europeo, il borgo di Mont Saint Michel. Simbolo di una nostalgia d’europeo assai più intensa nella cultura americana di quanto non appaia nel vecchio continente, lanciato verso un’altra guerra fratricida, stavolta sul terreno della finanza (…) To the wonder non è un film sull’amore, piuttosto un poema sulla solitudine (…) Tutti pensano nella propria lingua e cercano di tradurre ciò che provano all’altro, senza riuscirvi. Dicono la verità quando pensano, mentono a se stessi e agli altri con le parole. Il cinema di Malick è immagine filosofica, il maestro non è più da tempo interessato a storie e strutture tradizionali, ma a significati universali. Si può entrare nel gioco oppure rimanere spettatori annoiati. Ma se si entra, fino ad attraversare lo schermo, si comincia a riconoscere in storie lontane echi dell’esperienza di ciascuno (…) Rispetto ai capolavori, questa è un’opera minore di Malick, che significa ancora il meglio che si possa vedere in giro per il mondo del cinema. I fischi di Venezia sono la replica di quelli assai più sonori, che due anni fa avevano salutato Tree of life a Cannes.