• Film

Boris il Film: ecco i poster, la sinossi ufficiali, la descrizione dei personaggi e le note di regia

48 ore dopo il primo trailer, che tanto clamore ha suscitato in rete, ecco arrivare poster e interessanti note di regia per Boris il Film, nei cinema a partire dal prossimo 1° aprile. Scritto e diretto da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, Boris Il Film approda in sala dopo 3 splendide stagioni televisive,



48 ore dopo il primo trailer, che tanto clamore ha suscitato in rete, ecco arrivare poster e interessanti note di regia per Boris il Film, nei cinema a partire dal prossimo 1° aprile. Scritto e diretto da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, Boris Il Film approda in sala dopo 3 splendide stagioni televisive, che l’hanno letteralmente trasformato in prodotto nazionale di culto. Riuscite le locandine, con un’accattivante tag line che recita “dopo lo Squalo, un altro gigante del cinema“, con una serie di ricche note di regia, accompagnate dalla descrizione di tutti i personaggi, che vi attendono dopo il saltino.

In questo passaggio cinematografico il regista René Ferretti (Francesco Pannofino) molla la brutta fiction tv che ha fatto per anni e tenta il grande salto: un film d’autore, per il cinema. Insomma, la libertà artistica dopo una carriera asservita al conservatorismo televisivo. Ma il mondo del cinema con i suoi snobismi può essere perfino peggio di quello della tv. Soprattutto per una troupe, quella di Ferretti, a dir poco estranea all’Arte con la “a” maiuscola. Tra cinematografari snob, attrici nevrotiche, sceneggiatori modaioli, eroinomani, squali e improvvisati vari, “Boris il Film” prova a mettere a nudo un mondo, quello del cinema italiano, che aspira a una nuova giovinezza e vive invece solo una perenne immaturità.

D’altronde ci sono scene troppo brutte perfino per un regista televisivo: uno struggente rallenti sulla corsa nei prati di un giovanissimo Joseph Ratzinger che festeggia la scoperta di un vaccino è troppo anche per René Ferretti. E sì che di monnezza ne ha girata tanta, narcotizzanti apologie del presente, inquietanti biografie di santi e tante altre ancora (“Caprera”, “La bambina e il capitano”, “Gli amici tassinari”, “Libeccio”). E allora basta. Meglio l’insicurezza economica, meglio il cinema. Meglio tradire tutti ‐ la Rete, la moglie in attesa di alimenti, la impresentabile storica troupe ‐ e buttarsi nel cinema. Tanto più se la sfida è un copione libero, serio, forte, di denuncia, “alla Gomorra”. Sì, perché il cinema è più povero della TV (“dopo il cinema c’è la radio, dopo la radio c’è la morte”) ma ancora libero e poetico. Perfino in questo vessato paese. Purtroppo però, anche con un progetto “alla Gomorra”, bisogna fare i conti con la palude culturale che tutto ingloba. I committenti del salotto buono del cinema si rivelano, alla prova dei fatti, solo diversamente codardi. I nuovi collaboratori solo diversamente inaffidabili. E la presunta grandeur del cinema una rogna senza fine. Come per una condanna divina, nonostante i suoi lodevoli sforzi, René Ferretti si ritrova tra i piedi la stessa troupe scalcinata di sempre, gli stessi attori cani, gli stessi sceneggiatori inetti e perfino lo stesso borioso capetto d’un tempo. Con qualche colpo di fortuna e grazie alla sua proverbiale scaltrezza, un film decente sarebbe ancora arrangiabile. Forse anche ottimo. Ma incombe la maledizione metafisica di un paese chiamato Italia, che ama i simpatici e i cialtroni e non premia certe malinconiche seriosità. E la “Grande Commedia” incombe.




Note di Regia

Per chi conosce la serie Boris non è difficile immaginare toni e temi di BORIS IL FILM, in cui il regista televisivo René Ferretti gira ‐ o meglio cerca di girare ‐ un film per il cinema. Nella serie abbiamo raccontato una scalcinata troupe campione della fiction brutta e sciatta, voluta esattamente così dall’onnipotente Rete. René, Duccio, Biascica, Arianna, Stanis, Sergio, Corinna, Itala, Lopez, Alessandro e gli altri della troupe in questa battaglia del set non rappresentano i buoni, ossia quelli che vorrebbero migliorare il prodotto. Sono piuttosto, chi più chi meno, i “volonterosi carnefici” della fiction, mediamente consapevoli di che schifo sia, rassegnati al brutto, aggrappati al posto di lavoro o persino entusiasti di ciò che fanno. René addirittura si definisce “il campione della merda”, e per lui la fiction va girata “a cazzo di cane”. Ma ora René non ce la fa più. E manda tutto all’aria. All’ennesima scena brutta che la Rete gli impone di girare lui dice no. Il giovane Ratzinger che, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un immenso prato della Baviera… no, non ce la fa proprio a girarlo. Al rallenti per giunta. Da questo rifiuto ‐ è la prima scena ‐ prende le mosse BORIS IL FILM. L’abbandono del set da parte di René manda a spasso l’intera troupe, troppo scarsa per sperare in altri ingaggi. Per René è un momento durissimo. Ma a sorpresa arriva ‐ e dalla direzione più inaspettata ‐ la proposta di fare un film, un film vero, per il cinema. Per René è l’occasione attesa da una vita, l’occasione del riscatto per cui vale la pena rischiare tutto. E il film che ha in mente è quasi una vendetta dei soprusi subiti: un film d’impegno, contro il potere, alla “Gomorra” (parole sue). Il cinema italiano è, forse, ancora un’oasi di libertà. Ma il cinema riesce ancora a produrre una visione critica nel paese più televisivo del mondo? Certamente il cinema non subisce le pressioni politiche che ammorbano le televisioni. Il livello professionale è alto o altissimo. C’è la trentennale crisi del cinema, certo. C’è l’assistenzialismo all’italiana che non crea vero mercato, ci sono pochi operatori forti. Ma a ben vedere i film commissionati dalla politica sono rari e insignificanti. René non vede l’ora di mettersi al lavoro. Insieme alla sua storica troupe, e a Boris il suo storico pesce rosso, Ferretti lotterà con sceneggiatori confusi e modaioli, produttori disperati e finanziatori blasé, premi Oscar che si giocano tutto, tecnici spocchiosi e snob, attori cani e raccomandati, capi simili a quelli subiti per anni in televisione. Insomma, si confronterà con un paese dove vige una specie di darwinismo all’incontrario, che premia i peggiori; e dove l’unica libertà è l’indecenza. Ma René ci proverà, ci proverà, fin dove è umanamente possibile. In definitiva, in questo paese, quando spegniamo la tv, rimane ancora qualcosa?

I protagonisti:

RENÉ FERRETTI
50 anni circa, regista operaio di brutte fiction tv. Da vent’anni gira pedestri serie dai nomi improbabili (“La Bambina e il Capitano”, “Libeccio”, “Caprera” “Gli amici tassinari” ecc), ma negli ultimi cinque si è sempre occupato del tremendo “Occhi del cuore 1 e 2”, un prodotto nazional‐popolare sempre in bilico tra successo e rischio di chiusura. E sempre con la stessa troupe di scalcinati collaboratori. Tutti quanti, René e i suoi, appartengono a una categoria di “artisti” della tv tristemente rassegnati al brutto. René stesso non esita a definirsi “il campione della merda”. E ciò che dirige è mal scritto, mal recitato, mal illuminato: il peggior prodotto medio che questo paese regolarmente sforna e mette in onda. Talvolta, va detto, con micidiale riscontro di pubblico. Eppure in lui sopravvive ancora la speranza di riuscire un giorno a firmare prodotti più dignitosi. Periodicamente prova a risollevare il livello di ciò che gira. Ma in questo è ostacolato dalla Rete, che invece gli commissiona quel tipo di prodotto e lo vuole esattamente così, brutto, sciatto, narcotizzante, senza pretese, nella convinzione che il pubblico televisivo non desideri né meriti altro. Né può aspettarsi un aiuto in tal senso dalla sua troupe di tecnici e attori assuefatti.

ARIANNA
Poco più di trent’anni. È l’infaticabile assistente di René. Più che una semplice assistente per René è una sorella, una mamma e una figlia insieme, oltre che la confidente e collaboratrice più affidabile. Intelligente, rapidissima, seria, perfino un po’ rigida a volte, è l’unica persona intorno a René che abbia un’idea di cosa sono qualità e buon gusto. È quasi la “coscienza” di Ferretti, la sua sponda quando vuole migliorarsi, il suo giudice muto e severo quando dà il peggio di sé. Molto carina non si occupa di valorizzare la sua femminilità e risulta spesso glaciale. Viene con alterne fortune corteggiata dal suo sottoposto Alessandro.

ALESSANDRO
Secondo assistente alla regia. Meno di trent’anni ancora per poco. Perenne precario e “schiavo” di Arianna, come si dice nel gergo del set. Giunto sul set di Ferretti nella speranza di imparare l’arte della regia, da anni è sfruttato e sottopagato come umile factotum. Ma soprattutto è considerato alla stregua di un personale servo di scena da Stanis, il divo di “Occhi del Cuore”. Ogni tanto Alessandro prova ad alzare la testa, a chiedere di imparare qualcosa o almeno di essere pagato decentemente. Ma essendo povero, non raccomandato e quindi ricattabile si è sempre dovuto adattare. Per italico istinto di sopravvivenza nel tempo ha sviluppato una specie di goffa furbizia, un’embrionale arte d’arrangiarsi, con cui cerca vanamente di migliorare la sua posizione. Per arrotondare, è diventato dialoghista part‐time di orrende soap. Forse è proprio la mollezza della sua volontà e la fiacchezza della sua presunta vocazione che gli impediscono di fare breccia definitivamente nel cuore di Arianna. Che pure ne è attratta.


DUCCIO

Ineffabile direttore della fotografia di René. Legato a lui da collosa amicizia. Duccio fa una fotografia “smarmellata”, come dice lui, “aperta”, oggettivamente molto brutta. E lo fa non solo perché convinto – non a torto – che la Rete la voglia così, affinché la fiction assomigli a un “filmino delle vacanze” e non sia più bella degli spot pubblicitari, ma anche perché francamente ha dimenticato come si fa. Simpaticamente cocainomane, è un monumento all’ignavia. Ha un unico grande amore: il pescato di mare, che deve essere freschissimo e per cui farebbe pazzie. Ha in Biascica il suo fido capo‐elettricista e in Lorenzo un sottoposto di grande talento che proprio per questo va tenuto sotto schiaffo.

BIASCICA
Il capo‐elettricista di René e di Duccio è un orango da set col cuore di una giovinetta con l’intelligenza di una capra. Alto, burbero, subumano tifoso romanista, “macho”, ma capace di improvvise fragilità, di commuoversi per degli straordinari non pagati, di essere soggiogato dallo sguardo di un’attrice, di piangere per una scena d’amore convincente. Ha un bisogno quasi fisico di schiavi da maltrattare. Ma non gli vanno bene tutti. Lorenzo è il suo ideale. Ma occasionalmente si accontenta di vessare Alessandro. Degli attori in generale non pensa bene, ma ha il connaturato senso gerarchico che è anche dei cani. Ha battezzato il suo ultimogenito Francescototti. Così, tutto attaccato.

STANIS LA ROCHELLE

La sua egomania non è veramente raccontabile. Afferma di essere “per fatturato e mentalità” praticamente una multinazionale. Divo della fiction tronfio e mediocrissimo è convinto di essere seguito da torme di fan disposte a tutto. Emblema della recitazione standardizzata e fintissima della peggiore fiction italiana è di contro convinto di essere espressione della tradizione attoriale anglosassone e accusa colleghi, dialoghi e scene di essere “troppo italiani”. Patologicamente bisognoso di sentirsi amato di solito non dubita di essere circondato da generale ammirazione. Quando però la certezza viene meno crolla. Ma per non più di trenta secondi, il tempo di costruirsi una nuova ego‐mito‐mania.

ORINNA NEGRI
La “cagna maledetta” ‐ così la definisce René ‐ è stata la grande star di “Occhi del cuore”. Indubbiamente bella e altrettanto indubbiamente incapace, ha fatto carriera sui proverbiali sofà dei produttori. E si può dire, anche se non brilla per intelligenza, che nell’arte di auto‐ promuoversi non è seconda a nessuno. Non contenta di essere famosa e strapagata pur senza alcun talento, con baldanzosa supponenza si è lanciata a interpretare una giovane e bellissima Madre Teresa di Calcutta (e per prepararsi ha perfino studiato, scoprendo che Madre Teresa non era affatto “madre” e che purtroppo è deceduta, altrimenti chissà quanti consigli le avrebbe potuto dare). E ora si sente pronta per il passaggio al cinema.

BORIS
René non affronterebbe mai un set senza un pesce rosso portafortuna. Ne ha avuti vari in carriera (sempre con nomi di tennisti; McEnroe, Chang, due sorelle Williams, ecc). ma Boris (Becker) si è dimostrato il più longevo, quello che resiste a tutte le tempeste, come il proprietario. René con Boris ci parla, gli chiede consigli, si confida nei momenti difficili. Ed è possibile che per il noto fenomeno della rifrazione da dentro l’acqua Boris veda raddrizzate le cose storte che lo circondano. Forse per questo se ne sta sempre muto.

I Video di Cineblog