Venezia 2013: Il direttore Alberto Barbera parla di provocazioni

E’ bello sentire che certe parole cadono e altre tornano. Fino a ieri era di moda la trasgressione…

Il realismo di Alberto Barbera è proverbiale. Fa parte di uno stile e di un carattere forte. Nel suo curriculum solo viaggi nel mondo alla ricerca del buon cinema e serietà di intenti e di commenti. Ricordo di averlo incontrato, inaspettatamente, almeno una quindicina di anni fa (Barbera era direttore del Torino Film Festival), al Festival di Soci, in Russia, dopo la caduta del muro Berlino. La città di Soci è una sorta di grande Rimini sul Mar Nero, fino ad ieri –pare- il mare più inquinato del mondo, e oggi non so. Rimini e la Romagna erano presenti nelle traduzioni delle interpreti del Festival perché queste tradizioni avevano una deliziosa cadenza romagnola, in quanto le interpreti erano venute in quella regione per imparare la nostra lingua.

Qualcosa che avveniva da molti anni, per gli scambi reciproci fra studenti nella Emilia-Romagna retta da amministrazioni comuniste e studenti dell’Unione Sovietica. Ma tutte mi chiedevano della piadina, e non del cinema italiana. Barbera cercava nuovi film per il Torino Film Festival, ed io ero con Liliana Cavani per mostrare un nostro film. Ero felice di incontrarlo in un grande albergo dove la fine dell’Unione Sovietica si accompagnava ad una robusta riscoperta della vodka, e in un luogo dove le dacie dei capi e i piccoli musei proletari venivano trasformati in luoghi per i turisti, pochi turisti ancora un po’ sbandati dopo il traumatico tramonto dell’Urss.

Parlammo con Barbera del suo mestiere di giramondo a caccia di pellicole e già allora lui, futuro direttore di Venezia, sottolineava scarsità e difficoltà di trovare come in passato film davvero interessanti, non solo nel cinema ex sovietico, piombato in crisi, ma un po’ dovunque. La tendenza si è consolidata e sta sotto gli occhi di tutti, anche se una certa vivacità pare ricomparire nella produzione internazionale.
Pensando a quell’incontro e a quello opinioni scambiate nel corso della breve permanenza a Soci, mi pare fosse proprio quel periodo a segnare la fine di una magica parola-commento molto diffusa nel cinema, voilà: trasgressione.

Una parola vissuta a lungo, almeno trent’anni, a causa di contestazioni dentro e fuori del cinema. Una parola che oggi pare una bandiera corrosa dai venti dei red carpet, del gossip, del divismo caduto e scaduto, della rissa chiacchierona. Barbera ha usato, proprio in questi giorni, un’altra parola: provocazione, forse perché ha avvertito nell’aria l’indispensabile esigenza di smuovere rassegnazione e riordino della Mostra, accusata di routine;avvertendo anche l’impegno necessario per restituire al cinema una maggiore vivacità sui contenuti, la concretezza delle idee e dei linguaggi che sappiano osare.

Si tratta di una questione importante, che non riguarda solo la Mostra, è ovvio. Lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati ha analizzato gli anni tra Settanta e Ottanta, rilevando i limiti culturali di una impostazione solo di trasgressioni e di movimentismo. Recalcati ha addirittura denunciato gli effetti negativi, consunti, ancora vivi, di scelte che ha definito “acefale” ovvero scariche di pensiero, idee, proposte o ipotesi all’altezza dei nostri tempi. Sostituire le parole- provocazione invece di trasgressione- può sembrare volare con le ali di una farfalla. Auguro a Barbera robuste ali da aquila.

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