Venezia 2011: Wiseman, un documentarista che batte il trascorrere dei giorni e i cinegiornali

Crazy_Horse

Frederick Wiseman è un regista americano presente alle Giornate degli Autori con il film documento Crazy Horse. Di cosa parla è evidente fin dal titolo: nome del locale che da anni tiene alta a Parigi, soprattutto per turisti, la bandiera del tempio del nudo. Ieri scandalizzava, oggi è entrata in un uso tranquillo, con pochi o senza brividi.

Wiseman nella sua lunga carriera, cominciata nel 1966, ha trattato temi scottanti, prendendo di mira i più vari aspetti del suo Paese. Ricordo uno dei suoi film, Titicut Folies, dedicato ad uno ospedale psichiatrico in cui i “pazienti”, così li chiamavano, mettono un loro strabiliante spettacolo. Bellissimo, duro, poetico, indimenticabile.

Ma il film che mi è tornato alla mente è “Meat” sul mattatoio per ovini e bovini. Carne uccisa e seviziata. Non ci pensiamo mai, si sa, ma il regista ne prende spunto per una terribile metafora, denunciando la violenza e il cinismo. Erano gli anni della guerra del Vietnam e Wiseman si occupò anche di questo, in vari film, in uno dei quali racconta la vita dei giovani soldati in un centro di addestramento.

Frederick WisemanMeat ovvero carne. Gli animali sacrificati. “Crazy Horse”: uno spettacolo della carne levigata, profumata,esaltata da minuscoli costumi e da parrucche sapienti. Uno spettacolo che affascina, nonostante le sue primavere sulle spalle; che presenta ragazze di varie nazionalità squisitamente, elegantemente nude con intelligenza. In vendita per un mestiere. Per fortuna, teso a celebrare, a suo modo, la donna e il suo fascino.

Il film di Wiseman mi ha riportato alla morte del giornalista, documentarista italiano Gualtiero Jacopetti, autore di film che suscitarono clamori, proteste, polemiche a non finire. Ne cito due: “Mondo cane” e “Africa addio”. Spettacoli della crudeltà e della violenza. Jacopetti si difese dalle accuse di fascismo, con la rivendicazione di aver voluto descrivere crudeltà e violenza per denunciare il decadimento dei costumi nel mondo in cui viviamo; anche se non negò le sue simpatie politiche e di essere di destra.

Su questi film non mi dilungo. Vorrei segnalare lo Jacopetti dei Cinegiornali, oggi presso gli archivi del Luce. Questi Cinegiornali- eliminati dalla concorrenza dei telegiornali dalla fine degli anni Cinquanta- mi è capitato di vederli. Sono una straordinaria, interessante denuncia della fatuità del cinema italiano nel periodo della “Dolce Vita”: un attacco ironico ma anche sarcastico sui premi inutili, sul gossip, sul divismo più sciocco e pretenzioso.

Testi mordenti e immagini montate con grande efficacia. Andrebbero presentati alla Mostra allo scopo di favorire una riflessione di come l’artificio domina spesso il cinema. E Venezia ne sa qualcosa. Ecco una proposta per il futuro. Una volta la Mostra dedicava una attenta retrospettiva a registi o attori. Credo che sia venuto il momento per pensare a come il cinema ha raccontato se stesso.

Lo si fa. Anche quest’anno sono in programma documentari sul cinema ma, slegati gli uni dagli altri, privi di un confronto tra ieri e oggi, smarriti nel mare magno delle proiezioni si perdono, servono a poco. In genere si tratta di documentari che “si parlano addosso”, e cioè sono compiaciuti e fini a se stessi, a una stucchevole celebrazione.

Anche di questo ha bisogno la Mostra: un confronto tra ieri e oggi, rifarsi alla storia del cinema, quella del passato e quella del presente (molto studiata dagli storici inglese), sarebbe una fonte di spunti e immagini di grande effetto.

(Nella foto sopra Frederick Wiseman)

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