Venezia 2013: si fanno i conti, e vanno bene; prima o poi bisognerà farli sul serio, sul destino della Mostra

Aumento dei biglietti del 15,9%, molto buono, e aumento degli incassi del 10%, e non è poco… bene anche sui social network

Cosa conta di più per una Mostra che ha raggiunto la 70esima edizione? Senza dubbio in primo piano i film: i commenti sono mediamente soddisfatti, a giudicare pareri della stampa e echi delle opinioni del pubblico. Ma sono, e non in secondo piano, anche i biglietti e gli incassi. I soldi sono sempre meno per la Biennale e la Mostra del cinema, Paolo Baratta e il direttore Alberto Barbera lo sanno e vanno con rigore ostentato avanti nonostante i venti di crisi.

Eppure un vuoto si sente. Non riguarda i film e la loro qualità. In un’offerta molto ampia anche quest’anno, il bersaglio di merito per il numero delle opere buone è stata colpito, raggiunto. Il vuoto è profondo, più profondo, avanza inesorabile. Lo vedremo. Personalmente, ho annotato come positivi Via Castellana Bandiera (recensione) di Emma Dante, un frutto insolito, forte in un cinema italiano decente forse, e in genere fragile e confuso;lo si può dire, senza timore. Ho apprezzato The Wind Rises (recensione e trailer) di Hayao Miyazaki, un settantenne che ha annunciato di voler abbandonare il cinema: conosciamo i suoi lavori creativi di film disegnati, girati e montati con perizia estetica. Se possiamo considerarlo un “amico” ben noto, continuiamo tuttavia ad avere per lui stima grazie alla finezza ed eleganza che continua a dimostrare. Ha raccontato il sogno del volo di un costruttore di aerei italiano, Caproni, che preparò i caccia per i kamikaze, suicidi assassinati dai capi nipponici nella seconda guerra mondiale. Un esercizio di bravura.

Sempre nel concorso, ho apprezzato Miss Violence (recensione) di Alexandros Avranas, film greco girato benissimo, con un tema spinoso: un padre e nonno che ha fatto della sua famiglia un criminale affare, facendo prostituire figlie e nipote, abusando di loro, nella Atene attanagliata dal bisogno ma soprattutto dalla assoluta assenza di valori, di prospettive. Un film con una storia troppo dura, e l’esito è stato infatti quello di suscitare perplessità, probabilmente per il desiderio degli spettatori e dei critici di sfuggirgli, di accantonare ombre, paura sono oggi più che mai in agguato.

Ho visto curiosità nelle Giornate degli Autori May in the summer di Cherien Dabis, ambientata in una delle zone più calde, “pericolosa” e in “pericolo”, del mondo: il Medio Oriente, Israele, Palestina, Libano. Cieli solcati da aerei e da fischi di guerra, di missili, rombi, tuoni, sgomento, in una normalità che cammina sul filo del rasoio. Una situazione contraddistinta da conflitti e prevenzioni, in cui fallisce anche il matrimonio di una donna e un uomo di differenti provenienze e religioni che si son innamorati a New York non verrà mai celebrato. L’amore nei tempi del colora dei sospetti, delle incertezze, della instabilità.

Ci sono senz’altro, ci sarebbero, altri titoli, altri nomi da citare. Ma debbo, voglio tornare al vuoto di cui dicevo. Più che altrove, la Mostra vive delle antiche e vere suggestioni. Il Lido, i riti mondani di un’epoca che fu, la voglia di essere la prima e la migliore (non è più così) sono pesi ingombranti. C’è il ricordo della manniana “Morte a Venezia” filmata da Visconti. Ci sono poi la Venezia della contestazione del ’68; la lunga stagione di passaggi di mano tra direttori molti diversi tra loro e però prigionieri di condizionamenti, politici e non, economici, ambientali (la Roma del cinema mai accolta volentieri alla Venezia dei poteri forti); l’inevitabile senso di ingombrante incertezza di dove e come andare, pena la sofferenza lunga di un nostalgico, struggente viale del tramonto, di fronte al cinema spappolato tra fine della pellicola, al gran incalzare del digitale e delle nuove tecniche espressive; e infine, la questione degli autori di oggi e di domani che non assomigliano non solo ai maestri del passato ma anche a quelli del presente.

Come capire, aiutare, giudicare e selezionare chi ha qualcosa da dire? Tutti vogliono fare cinema, tutto lo amano in astratto, tutti sono a caccia di notorietà, e cercano di essere èlite. Ma chi ha potere di fare quel che servirebbe? Le luci della Mostra si spengono e la terra smossa dal Palazzo del cinema rinviato ha il brutto aspetto di una tomba aperta. E sappiamo di chi è la colpa. Certo, non dei presidenti o dei direttori: né Baratta, né Barbera.

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