Riddick, il buio si avvicina…

Tredici anni fa un B-movie di fantascienza creava una delle sue icone più significative, il detenuto mercenario Riddick, protagonista oggi dell’omonimo film, e lanciava contemporaneamente il suo interprete Vin Diesel fra le star di serie A. Ma, al di là delle facili catalogazioni, quello di “Pitch Black”, più che serie B, è ancora oggi cinema con la “C” maiuscola.

Riddick, il buio si avvicina�

Che cos’è un B-movie? Un tempo questa accezione indicava film a basso costo, interpretati da attori sconosciuti e accompagnati da trame raffazzonate ed effetti speciali alla carlona. Una palestra dei generi (preferibilmente horror e fantascienza) nella quale però si sono fatti le ossa anche i grandi o perfino i grandissimi (Peter Jackson vien proprio da lì), e dove le idee fluivano inarrestabili dai cervelli di autori serenamente svincolati dalla responsabilità di budget importanti (un B-movie spesso costa quanto la roulotte di un divo). Cinema di serie B che però, talvolta, vantava idee da serie A.

Oggi il B-movie sembra avere perso definitivamente questa particolare connotazione. Tutta colpa di sceneggiatori che non osano e di produttori che non rischiano più, salvo poi dilapidare milioni di dollari in produzioni grandiose che aspirano tutte al titolo di blockbuster del millennio ma vantano poi, inesorabilmente, sceneggiature da retrobottega della Asylum (la regina dei film a basso costo). Si può comprendere perché, in mezzo a un simile scenario, il classico B-movie, quello orgoglioso e un tempo fecondo di idee e di autori, si stia progressivamente estinguendo .

Pitch Black”, primo capitolo (e migliore di sempre) della saga di Riddick, quando fu accolto positivamente dalla critica fu salutato unanimemente come un riuscito esempio di sci-fi di serie B. Una definizione che ho sempre trovato curiosa, dato che il budget di 23 milioni di dollari speso all’epoca (era il 2000) per la sua realizzazione, faceva pensare più ad una produzione dotata di oculatezza che a un qualche rozzo filmetto a basso costo ed alto tasso di inventiva. Ma probabilmente anche allora i critici si spaventavano ad affibbiare patenti di serie “A” a sconosciuti dell’ultima ora, anche quando si trattava di tizi che facevano il loro lavoro maledettamente bene in semplici “film di genere” come questo.

Del resto Pitch Black si presentava da subito come un prodotto ben curato ed elegante in ogni dettaglio (è targato Universal), privo certamente di divi da esibire in cartellone (anche se in nuce ne aveva uno che avrebbe fatto sfracelli) ma provvisto in compenso di un’impalcatura sci-fi solida, priva di fronzoli e intelligentemente derivativa. Già, perchè non c’era nulla in Pitch Black che non avevamo già avuto modo di conoscere grazie alla lezione del maestro Carpenter, dal quale il regista mutuava senza timore certi archetipi e il perfetto ed ansiogeno crescendo degli eventi.

David Twohy, che aveva già mostrato una certa dimestichezza con la fantascienza in “The Arrival” (1996) e che avrebbe poi confermato la sua abilità nel gestire la tensione claustrofobica con “Below” (2002), impartiva all’epoca una lezione che tutti gli sceneggiatori che aspirano alla serie A dovrebbero oggi imparare a memoria, e cioè che non occorre tirare in ballo tematiche forti o storie pretenziose per fare un buon film horror o di fantascienza; basta anche (soltanto) riciclare modelli infallibili, avendo cura sempre di rispettare l’intelligenza media dello spettatore.

La vera inventiva, specie nell’ambito di generi che sembrano aver detto tutto, sta dunque nella capacità di mettere in scena il dejà vù, senza troppo dare l’impressione di farlo e avendo cura di restituire allo spettatore la già nota, ma sempre formidabile, sensazione di una prima volta cinematografica. L’assedio carpenteriano, la fobia dell’alieno nel buio, sono in fondo tutte esperienze che abbiamo già assimilato ma che non smetteremo mai di desiderare. “Pitch Black” incamera la lezione dei grandi e la inscatola nuovamente in un prodotto appassionante e rigoroso che del B-movie non ha affatto l’aspetto ma, di sicuro, mantiene intatta la filosofia. Anzi forse è uno degli ultimi spartiacque fra serie B e blockbuster.

Dopo questo piccolo e, oseremmo dire, “cazzuto”gioiellino con un ancora sconosciuto (ma mai più così magnetico) Vin Diesel, la fantascienza-action del terzo millennio si è poi normalizzata in prodotti sicuri e ben adeguati alla portata mentale di un dodicenne, nei quali il frastuono delle macchine trasformabili e i versi degli alieni digitalizzati sempre in primo piano, si sono sostituiti al ben più evocativo vedo-non vedo e alla tensione che si sprigiona dal nulla. Anche il mercenario spaziale Riddick di “Pitch Black”, a ben vedere, si è inevitabilmente serializzato (e un po’ banalizzato) attraverso sequel, cartoon e videogames che miravano più a sublimarne la star protagonista piuttosto che a rendere più affascinante la mitologia del personaggio. Un "restyling" appariva oggi quantomai doveroso.

Così dopo il buio del primo film e le barocche solarità del suo sequel (Le cronache di Riddick), attraverso “Riddick” si torna, in maniera decisa, alla lezione del primo film, con l’eroe spogliato un po’ di tutto e immerso in un contesto western ed estremo come piace a noi. Un “reset” necessario e che mira a restituire a Riddick tutto ciò gli è sempre appartenuto, ovvero brutalità, istinto di sopravvivenza e quel suo tipico fair play di matrice carpenteriana (Jena Plissken su tutti). Operazione indispensabile insomma e che risulta di un certo gradimento per gli appassionati del genere (come il sottoscritto), anche se, occorre dirlo, ormai siamo in piena serie A con la star celebrata sui cartelloni e il digitale in bella vista. Sotto sotto tuttavia, tra l’eroe consumato da ferite, scenari ostili e antagonisti determinati a stanarlo (nonché un omaggio all’assedio notturno di “Pitch Black”), scorre sottile quel vaso che riconduce al passato. Magari sarà meno sincero di allora ma è quanto basta ad alimentare quel cuore da serie B che non vuol smettere di battere. Cosa chiedere di più?

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