“La Grande Bellezza” in viaggio per l'Oscar: una notizia quasi da festa in una strana rassegnazione...

Dopo Venezia, capita spesso che si facciano i conti sugli incassi del nostro cinema, e gli entusiasmi si spengono

Ha ragione Paolo Sorrentino, regista del La Grande Bellezza, quando dice che gli fa piacere la scelta del suo film come candidato nella sezione opere straniere; ma che sarà dura, durissima. Il copione, sulle candidature italiane, si verifica puntualmente. Dopo le prove deboli del mercato, dopo l’enfasi delle giornate veneziane che hanno benedetto il nostro cinema con l’aspersorio del Leone d’oro a Sacro GRA, adesso sono partiti i motori per alimentare la macchina delle speranze udite o inaudite (?).

“SacroGra” di Gianfranco Rosi è un buon film. Rosi è un regista che non si monta la testa, anzi, e dichiara di fare molto volentieri il maestro di cinema e di fare con cautela progetti. Il suo Leone è frutto di una elaborazione lunga e di un lavoro meditato, attento in montaggio. Credo che Jacopo Quadri, montatore bravo e silenzioso, abbia dato un contributo essenziale. La mescolanza delle carte (storie) e delle sequenze (tagli di scene spesso geniali) ha un ruolo importante nel ridurre i rischi di uno sconfinamento esagerato delle varie storie in bozzettismo e in un inutile macchiettismo.

Nel film non c’è “aria francescana” come ha dichiarato Bernardo Bertolucci, che è stato-penso- l’artefice della nomina del film a Leone. Ma una lezione di realismo all’italiana, una risposta al reality coinvolta nell’epoca dei reality. La nomina era molto, troppo attesa per un film di marca italiana al punto che la si annunciava, si caldeggiava il premio per un lavoro italiano, in stand by da molti, troppi, anni, fin da “Così ridevano” ( 1998) di Gianni Amelio. Non è una novità, non lo è mai stata. I premi da sempre fanno gola agli stati e alle loro cinematografie. Da quando a Venezia, fin dal 1932, fu inaugurata la Mostra voluta dal fascismo (ovvero la politica al primo posto nella distribuzione dei riconoscimenti).

Adesso è corsa all’Oscar con “La Grande Bellezza”. Non sarà una passeggiata, lo sappiamo; come sappiamo pure che la corsa alla vittoria è un vero e proprio percorso di guerra. Non sono ignoti gli interventi di promozione degli interessati, ovvero produttori, distributori e compagnia cantando. Si mette in movimento un duro gioco di pressioni, sensibilizzazioni, offerte, trattative. Con la speranza di dare alla bilancia l’andamento voluto.

Non voglio rivangare episodi volgari avvenuti in altre kermesse dell’Oscar, voglio dire che è una tendenza sempre più inevitabile. I premi fuori o dentro i festival sono il core business del lancio dei film, della loro consacrazione, della memoria immediata da usare subito o in tempi abbastanza rapidi, con la sicurezza di entrare nella library di oggi, domani, sempre. Peserà moltissimo, per quanto riguarda “La Grande Bellezza”, al di là del lavorio dietro le quinte dell’Oscar, una competizione che si annuncia interessante in una academy dove i giurati sono americani con i loro vezzi, ricordi, amori. La competizione ha il suo centro in un confronto tra ieri e oggi, tra passato e attualità. Da un lato, il ricordo della “Dolce Vita” felliniana; dall’altro, il presente della “Grande bellezza”.

Roma, i suoi miti, la leggenda mezza fasulla di via Veneto e del suo glamour imperiale offuscato dalla Hollywood sul Tevere, una idea della capitale e dell’Italia che è stata a lungo cara agli Stati Uniti d’America che guidarono gli Alleati nell’offensiva della seconda guerra mondiale, luglio del ’43; e che si considerarono, e si considerano, i veri vincitori della guerra. Ricordi storici che valgono milioni di turisti e fiumi di dollari (oggi vanno meglio i rubli dei russi); e che vivono di vecchie, fioche luci. Resisterà la poca dolcezza, anzi la profonda amarezza del film di Sorrentino?o esso verrà archiviato per l’effetto di bagliori lontani e mitologici del dio Fellini, della dea bionda Anita Ekberg, del dio alter ego di Fellini, il bruno Marcello? Non so. Sono curioso. Le luci si sposteranno come spesso accade su cinematografie terze o quarte, esotiche, appartate, silenziose? Mah. Il nostro caro Paese non sembra avere storie importanti da raccontare, poichè si presenta avvoltolato come una stanca edera all’albero della incertezza politica e dello smarrimento. E il cinema balbetta. Deve finire una stagione non solo di cinema. Speriamo.

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