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James Wan: l’orrore è “insidious”

Esordio col botto con il folgorante “Saw- L’enigmista”, quindi il mezzo oblio e poi la rinascita grazie al primo “Insidious”, parte prima di un ideale trittico che ha fatto impazzire critica e pubblico. Ecco a voi James Wan, il puppet master dell’horror del terzo millennio.


Che James Wan avesse un debole per bambole e fantocci non è un mistero per nessuno. Del resto nel suo film d’esordio a incutere terrore, prima ancora delle torture di Jigsaw, non ci pensava già un sinistro pupazzo da ventriloquo? Ghigno da clown e spirali rosse disegnate sulle gote entrava in scena su un triciclo dettando le istruzioni di marchingegni assassini che neanche la Santa Inquisizione. Una visione dalla quale lo spettatore non si sarebbe liberato tanto facilmente ma anche l’immagine-simbolo che, attraverso quel film, apriva ufficialmente una nuova stagione per l’horror del terzo millennio, genere già infiacchito da troppi fantasmi giapponesi e maledizioni ritornanti.

Certo va detto pure che la saga iniziata con l’”Enigmista” (e proseguita da Wan solo in veste di produttore dei sequels) contribuì in modo decisivo al consolidarsi del cosiddetto torture porn, discusso sottogenere dalle scontate implicazioni voyeuristiche che nascondeva, dietro tanta macabra ingegnosità, più una fiacca coazione a ripetere che autentica innovazione (a mettere il punto ci avrebbe pensato quel pugno nello stomaco sanamente “politico” che è “Martyrs”). Esiti (indesiderati?) che portavano incassi sicuri nelle tasche dei produttori, ma che hanno mitigato (non poco) il dirompente impatto del film d’esordio di James Wan.

Era il 2004 quando al Sundance i primi, ignari spettatori ebbero modo di assistere a quell’horror dal basso budget (1.2 milione di dollari) e l’elevato tasso di emoglobina. L’arrivo di questo sconosciuto regista malese (ma naturalizzato australiano) stava già smuovendo qualcosa nell’aria fin troppo asfittica del genere. E chissà che il movimento non fosse quello dei fili con cui tutti, dai personaggi agli spettatori, erano stati manovrati sin dall’inizio di quella storia. Sarà per questo che James Wan ama così tanto i pupazzi; dopotutto non sono la cosa più vicina al pubblico?

Prendiamo “Dead Silence”, successiva, ma ingiustamente ignorata al botteghino, incursione nel genere. Horror svelto e macabro, qua e là ancora acerbo sotto il profilo stilistico ma capace anche di efficaci stilettate. Si intuisce il tentativo del regista di voler replicare l’effetto sorpresa di “Saw” trattando tutti, ancora una volta, come burattini. Ma se ai critici il giochino è parso già logoro (tanto da far crescere la voglia di celebrare a Wan un prematuro de profundis), agli appassionati del genere quel pugno di killer puppets protagoniste dell’intrigo basta e avanza per soddisfare la voglia di terrore. Vieppiù. Perché “Dead Silence”, pur non essendo un capolavoro ma “solo” un efficace film di paura, riesce a proseguire degnamente il discorso inaugurato nel film precedente. Wan infatti chiama bambole, bambini e spettatori a partecipare al suo gioco, divertendosi a sovrapporli tutti dentro ossessioni che sono già parte integrante di un riconoscibile immaginario.

Vale la pena seguirlo fino in fondo, anche se la sua terza prova,“Death Sentence”, oltre a segnare un allontanamento dal genere d’esordio, non brilla certo per originalità. Un titolo che sembra l’eco del film precedente ma in cui la morte non avviene per vie soprannaturali (né per opera di serial killer) ma solo per mano del “meschino” uomo comune. Un vengeance movie secco e dal discreto ritmo ma che nulla di nuovo aggiunge all’abusato tema del “giustiziere della notte” (film con cui questa pellicola condivide l’autore del romanzo da cui è tratta ). Una svolta tuttavia, nella filmografia di Wan, la segna. Il film infatti mette in scena la disgregazione del nucleo familiare “perfetto” per mano dei suoi stessi padri, dal capofamiglia amorevole e protettivo a quello Stato che li dovrebbe proteggere, entrambi accomunati da analoghe responsabilità. Conta poco allora che Kevin Bacon non sia il massimo della verosimiglianza nei panni del vendicatore in lotta con la gang che gli ha assassinato il figlio. A “pesare” sono piuttosto le ragioni e le dinamiche di quella trasformazione. Perché se la vendetta, impulsiva ma giustamente fondata sul dolore, innescherà la solita guerra coi teppisti, è l’impotenza dello stato (avvocati prima, polizia dopo) il vero artefice dell’ulteriore, e ancor più violenta, spirale che ne seguirà. Ancora una volta un “gioco delle parti” in cui il regista, sadicamente, non sembra nemmeno assumere una vera posizione ma solo tirare fili invisibili.

Ma l’attacco alla cellula familiare per mano di forze esterne non finisce qui e diventerà anche il fulcro delle tre pellicole con cui il regista realizzerà il suo ritorno all’horror, nonché l’approdo ad una inattesa e rinnovata “classicità”.

Con “Insidious” il regista malese dimostra infatti di aver metabolizzato a dovere la lezione dei maestri e di voler riproporre con devozione tutti i topoi che hanno reso grande il genere delle haunted house (scricchiolii, porte che sbattono, presenze invisibili all’occhio ma visceralmente percepibili). La prima sequenza, da sola, sembra i far chiarezza d’intenti su questa sua nuova visione dell’orrore. Quel lume capovolto sul quale la telecamera ruota fino a rivelare la stanza del bambino, “scopre” non solo un differente approccio stilistico ma mette in “luce” il punto di vista rovesciato del suo autore. Perché il suo occhio stavolta non è semplicemente puntato sulla famiglia (come accadeva già in Dead Sentence e in Dead Silence), ma di questa vuole adesso scrutare l’orrore “insinuato” dietro perbenistiche apparenze. Quell’orrore dapprima annidato nell’ombra domestica, rifugio ideale di un demone dagli occhi infuocati, e che poi corrode dall’interno lo stesso nucleo familiare, svelandone segreti fin lì taciuti. James Wan plasma così il suo “Poltergeist” 6.1, mutuando da quel modello anni ’80 la mirabile progressione della tensione e perfino alcuni noti stereotipi (la medium e i suoi aiutanti), prendendosi perfino il lusso di irridere questi ultimi. E se nella prima parte si resta impauriti e al contempo ammirati di fronte ad una messa in scena sobria, sottilissima e realmente “insinuante”, nella seconda esplodono i fantasmi barocchi e “materici” che popolano l’immaginario del regista, quel marchio inconfondibile da astuto burattinaio che Wan è e che ancora vorrà essere.

Con “The Conjuring- L’Evocazione” l’horror si sposa con una nuova tendenza, ancora più estetizzante rispetto a quanto realizzato con gli anni ’80 per “Insidious”. Qui infatti non solo si riprendono modelli del passato e temi già affrontati (l’haunted movie, la possessione demoniaca), ma con gusto insolito e perfetto equilibrio formale, gli stessi vengono inseriti in una cornice vintage suggestiva e storicamente contestualizzata (le indagini da parte dei Coniugi Warren, veri demonologi), evidente sin da un prologo minimalista e già agli antipodi dell’infuocato incipit di “Insidious”. Non solo, i fantastici seventies “evocati” maniacalmente in ogni dettaglio scenico, consentono al regista di operare con ammirevole perizia sui due blocchi narrativi della vicenda, quelli destinati a convergere a metà film, mettendo così in luce una sempre più matura capacità di direzione d’attori (in questo aiutato anche da due splendide scream queen come Vera Farmiga e Lili Taylor). Non mancano anche qui i temi cari a Wan, dalla famiglia come luogo ideale dell’infestazione maligna alle bambole come veicolo di forze oscure. E mentre l’orrore ancora una volta prende corpo dal crescendo spiralico di segni e manifestazioni, il regista “inisinua” silenziosamente frammenti del suo consolidato immaginario lungo tutta la narrazione (spirali dei carillon, dolls ghignanti, fantasmi concreti e aggressivi), divertendosi a “infestare” perfino innocui giochini infantili come il battimano. Film della maturità (soprattutto formale) “The conjuring” non dice nulla di nuovo sul fronte infestazione e possessione, ma lo dice con tale gusto da far sembrare nuovo tutto ciò che è old.

Incassato il consenso critico generale per “The conjuring” il regista, con il coevo “Oltre i confini del male- Insidious 2”, si può permettere oggi, e con un pizzico di presunzione in più, non solo di saccheggiare altri e ancora più lussuosi archetipi horror (tutto il cinema “psycho” per intenderci), ma anche di svolgere un’interessante operazione di rivisitazione del proprio cinema. Impresa rischiosa, di quelle che potrebbe scontentare i fan di primo pelo di “Insidious” ma che mette ancora più in luce l’abilità del manipolatore Wan. Accade così che “Chapter 2”, abbandonata la costruzione pacata e progressiva del primo film, “attacca” immediatamente lo spettatore, investendolo con manifestazioni che sembrano la versione contemporanea di quelle viste ne “L’evocazione”, salvo poi condurlo, complice un prologo dai tanti interrogativi, verso un’indagine “storica” neanche troppo scontata. Ciò che intriga maggiormente di questo capitolo due è dunque il modo in cui, attraverso l’approfondimento dell’intrigo lasciato volutamente in sospeso dal primo film, vengono disvelati perfino alcuni meccanismi narrativi di quello, costringendo lo spettatore a partecipare a un giochetto “ricorsivo” che obbliga a “rivedere” il primo Insidious sotto una inedita luce. Certo non sappiamo se il primo film e il suo seguito fossero stati ab origine concepiti da Wan in questa chiave, ma il piacere “ludico” del meccanismo innescato (oltre ai soliti fantasmi elargiti con generosità dal regista), prevale sul sospetto di operazione studiata a tavolino.

Dal puppet master più coccolato di Hollywood lo accettiamo con piacere, così come accettiamo perfino che abbia deciso di abbandonare (si spera momentaneamente) l’horror per l’action a rotta di collo in compagnia di Toretto & Co. (parliamo ovviamente di Fast and Furious 7, già avviato). L’augurio è che le sirene dei sicuri incassi non lo allontanino troppo da questa nuova, conquistata classicità nel genere che lo ha consacrato autore. Lo aspettiamo a fine corsa, augurandoci che non divenga troppo fast ma soltanto un po’ più furious…..

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