Lezione dal Roma Film Festival 2013: reclamare fantasmi per esistere sperando nei corpi

Parliamoci chiaro: gira e rigira il nostro Paese è velleitario, incasinato, e sognatore; i festival di cui si nutre stanno lì a dimostrarlo

Da sempre diserto le cerimonie conclusive di Mostre e Festival non per snobismo ma perché non ho voglia di rinnovare il guardaroba. Il mio vecchio smoking lo guardo in un armadio, mi sorride con le asole spalancate: bei tempi, quando c’era la vera mondanità. Barbera e champagne, come diceva Giorgio Gaber in una canzone che mi servì quando realizzai il film “Nozze d’oro”, sui cinquant’anni della Mostra di Venezia al Des Bains, l’albergo in disarmo che sta per diventare residence. Morte a Venezia, direbbe Luchino Visconti autore del celebre film ispirato alle pagine del bel romanzo di Thomas Mann. La tentazione di scrivere come faccio che adesso la Mostra ha come direttore Barbera (Alberto) mi è venuta con uno scatto demente alla memoria ma la scrivo solo per seppellire la battuta, senza speranza. Per quanto riguarda lo champagne, beh, su quello la cara Mostra che prediligo è costretta a risparmiare, se non ci pensano gli ospiti arabi e qualche politico provinciale italiano che si è portato l’amante, a lei non si può negare una coppa di bollicine (più spesso si tratta di prosecco camuffato).

Questo incipit lo si deve all’eco degli articoli sui verdetti al Roma Film Festival 2013 che sono stati discussi, bistratti, salvati, insultati, passati nel dimenticatoio nel breve giro di ventiquattro ore; come ormai accade per ogni notizia nel tempo della serialità dei media, le cui fauci sono quelle del coccodrillo che tutto divora e tutto restituisce nel nulla, o nel residuo organico senza odore né speranza di fissarsi nella memoria. Invece, io proprio io nudo di smoking, compiendo un passo indietro rispetto alla cagnara usurata del dopo-festival, privo di glamour, ritengo che anche questa volta i verdetti siano importanti, e servano a capire meglio le cose, dico la realtà dei festival stesse e del cinema in quanto tale.

Non voglio giudicare l’operato della giuria ma solo soffermarmi su di essi, volando, per cogliere qualche suggestione. Utile? Non so, giudicate voi. Innanzitutto, il premio come miglior film a Tir di Alberto Fasulo, documentario ricostruito come una dentatura finta sul tema cariato dei camionisti; un secondo documentario che “documenta” l’andazzo dei festival. A Venezia hanno attribuito il gran Leone d’oro a SacroGra, rispolveratura modesta e bozzettistica del viaggio felliniano sul grande raccordo di “Roma”, inferno della città? Ebbene al Roma Film Festival non siamo mona, e glielo diamo anche noi il nostro Marc’Aurelio d’Oro, più lucido del vecchio Leone. Non voglio giudicare la qualità di “Tir”: il pubblico, i nostri lettori, possono andare e verificare.

Verificare a mio avviso la questione centrale. Ossia: non sarà che il cinema contemporaneo non sa dove girarsi a cercare contenuti con forme adeguate? E quindi va dritto per conformismo a un genere, quello del documentario finto o semifinto, cercando di essere utile non tanto al documentarismo, preso a sberle dai manicaretti televisivi, quanto alla sola preoccupazione di cavalcare una moda montante? Temo di sì, temo che si debba rispondere affermativamente alla domanda e poi dire che il documentario è una cosa molto seria, sia per la gloriosa storia nel cinema, e sia perché se ne sente il bisogno in un mondo ubriacato da equivoci e banalità di fronte alla dea “realtà”. La “realtà” che nessuno sa dove stia perché ci tolgono occhi e orecchi frastornandoci con cronache ripetitive, massacrando livelli di importanza delle notizie, con immagini morte, vanamente a caccia di pietismi e sensazionalismi.

Camionisti? Beh, a me basta ricordare Duel (1971) di Steven Spielberg, il regista aveva solo ventitre anni quando lo girò. Una messa in scena- il duello al volante con la vita, la paura, il pericolo e tutto quanto è “realtà”- che resta un contributo tra i più validi nel raccontare il mondo percorso dai “tir”, una grande metafora, una denuncia alta di un’esistenza al volante. Potrei citare altri film “inventati” per ribadire qui con forza: la fantasia e le idee contano più di un documentario al servizio di un tema. Sono cose note. Ma, di questi tempi di gregarismo ideologico e di vuoto creativo, è bene ricordarlo.

L’altro verdetto discusso riguarda il premio come migliore attrice assegnato alla bella e oscurata Scarlett Johansson che in Her di Spike Jonze presta la su bella voce a un computer. Gli italiani vedranno il film doppiato, non capiranno il perché della premiazione a Scarlett se non andranno a verificare il film in originale. Una questione che alla giuria non è importata un piffero. Il paradosso, per noi che siamo ahinoi italo centrici, esiste. L’effetto ha qualcosa di insensato e “poetico”: la voce agli altari, il corpo nella polvere. La voce negli annali del cinema, sotto una campana di vetro; il corpo della bella Scarlett lasciato alla immaginazione.

Ecco: spero, speriamo che l’immaginazione sia fertile, e che lo sguardo intelligente, la bocca bella e spiritosa dell’attrice, e tutto il resto serva a sollecitare la creatività del pubblico e a pungolare quella dei registi e produttori. Lo vedo, Sono già cominciate le vendite dei dvd col computer doppiato. La prima reliquia che toccherà alla doppiatrice. Una prece. Il silenzio di Scarlett è un grido di dolore, quello di una innocente; un nome, un nome e basta nella Little Italy.

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