Cinecittà, Mostra work in progress: primo passo di un racconto di circa 4000 film

Un piccolo anticipo di quella che dovrà essere non solo un omaggio a Cinecittà, ai suoi autori, lavoratori, visitatori, appassionati della storia in celluloide…


Sto lavorando a Cinecittà Si Mostra, work in progress, a prossima apertura un primo assaggio della proposta: una iniziativa tutta nuova che prosegue un primo promettente esordio con una Mostra che è ancora, e attira centinaia, migliaia di spettatori negli studi in cui oggi il cinema, la tv e la pubblicità si dividono gli spazi principali. L’iniziativa, per la quale lavoro come consulente storico, ricercatore e regista dei numerosi filmati prevista, è curata da Giovanni Licheri e Alida Cappellini (ben noti nel teatro, tv e cinema), ed è affidata globalmente all’impulso del giovane ad di Cinecittà Studios, Giuseppe Basso.

L’obiettivo è quella di renderla permanente, almeno per cinque anni, migliorando l’offerta al pubblico, con molti documenti, immagini, manifesti e gigantografie, nonché proiezioni per raccontare una storia costituita da circa 4000 film, di cui sono stati protagonisti tutti grandi registi (italiani e stranieri), dive e divi, artisti dei costumi, scenografi, musicisti, montatori.

Molto è cambiato, ovvio, dal 1937, quando Cinecittà venne costruita e inaugurata in un anno e mezzo. In un certo senso tutto, negli edifici, in apparenza è come prima ma invece tutto è cambiato nel modo di scegliere, produrre, allestire, i set e i film. Una novità assoluta è costituita dalla collaborazione tra Cinecittà (divisa in tre società collegate) e la Rai, in particolare le Teche Rai. Finalmente sarà possibile capire una cosa molto importante. Dal 1954, anno dell’inizio delle trasmissioni in Italia, la Rai ha dedicato un’attenzione varia, meticolosa, imponente tra cronaca e approfondimenti. Senza la Rai, non è un paradosso, non si potrebbe fare una storia corretta di Cinecittà, del cinema italiano e di tutto il cinema nel mondo (servizi e commenti da Hollywood, dai festival più famosi ai più piccoli ma sempre interessanti.

Detto questo, specifico che per Cinecittà Si Mostra mi sono dedicato in questo periodo a Federico Fellini, poiché nell’ottobre del 2013 si sono compiuti i venti anni dalla sua morte. Ed ecco quel che ne ho ricavato. Immagini di Federico il Grande.

Federico dall’occhio acuto e mano sapiente. Disegnava con facilità e i disegni entrarono nel suo lavoro, restando spesso segreti mentre il regista girava film e diventava uno dei migliori registi del mondo. Nel 1930 aveva dieci anni ma già prima di questa età assistette ad avvenimenti decisivi nel Novecento. Dagli ultimi anni del secolo precedente, l’Ottocento, le immagini dilagavano. Non più solo la pittura o la scultura, ma la fotografia, i fumetti (o cartoons), le vignette, i disegni creativi attraevano i bambini e adulti. Il cinema volava nel mondo con le sue scene. Dietro di esso, una folla di autori: Fellini, come loro, creava sulla carta figure e fantasie. Matita, penna, pennelli lo accompagnarono per sempre nell’inventare straordinarie storie e figure per la pellicola, regina delle immagini.

Le donne lo chiamavano “Federico”. Le ragazze di Luci del varietà, primo film con Alberto Lattuada; la sposina dello Sceicco bianco; le giovani tra i Vitelloni; Giulietta Masina, sensibile Gelsomina de La Strada. Le donne sono state la ragione per cui Federico si è perdutamente innamorato del cinema. Donne che lo hanno attratto perché figure dei tempi che cambiavano. L’Anita Ekberg de La Dolce vita, occhi dolci, capelli biondi, forme statuarie. La Claudia Cardinale di Otto e mezzo, pudore e seduzione. L’altera Anna Magnani di Roma. Le scandalose Saraghina e la Tabaccaia di Amarcord, monumenti di carnalità. Tutte amate, abitanti di un meraviglioso rebus: La città delle donne. Misteriose come la cantante ispirata a Maria Callas in E la nave va. Colme di struggente nostalgia come Giulietta in Ginger e Fred.

“Asa nisi masa” è la parola che i bambini pronunciano giocando in Otto e mezzo. A Fellini piaceva l’invenzione alfabetica che depurata da “sa, si, sa” rimanda ad “anima” e conferma un’attenzione del regista alla profondità e al mistero della esistenza. Padre Angelo Arpa, un gesuita che difese il cinema felliniano da accuse e censure, spiegava che Fellini nei film era alla continua ricerca di “un principio ordinatore”: personaggi che rappresentano valori e pensieri da cui trarre ispirazione per vivere. Con loro cercava Federico che osava in ogni direzione: la magia, gli incantesimi, l’occultismo. Il bisogno di sapere e di trovare il senso della vita, lo spinse verso la psicanalisi incontrando psicanalisti famosi come Emilio Servadio ed Ernst Bernhard. Attento alla realtà, curioso, pronto a tutte le esperienza di conoscenza. Da grande artista.

Cinque Oscar, un record. Fellini nel cinema ha avuto i massimo riconoscimento in Italia e all’estero. La sua carriera cominciò quando lasciò Rimini (era nato nel 1920) e si recò a Roma, città della madre, dove lasciò presto l’università per dedicarsi al giornalismo, in particolare i settimanali satirici come Marc’Aurelio; e poi trovando lavoro alla radio, dove conobbe e poi sposò Giulietta Masina. La prima sceneggiatura la scrisse collaborando con Roberto Rossellini per Roma città aperta. Fa anche brevemente l’attore. Scrive sceneggiature per importanti registi e quindi debutta nel 1950, insieme ad Alberto Lattuada, per Luci del varietà. Da allora, in poi fino al 1993, anno della scomparsa, girerà ventitre film e conquisterà fama in tutto il mondo. Il film che è in assoluto più conosciuto è “La dolce vita”: discusso, amato, sempre vitale. Fellini lo rivelò sorridendo dopo cinquant’anni di lavoro a Cinecittà: avere lì negli studi una stanza, un letto, alzarsi, andare sul set. Vivere da inquilino nel e per il cinema. Non amava la parola “fine” nei film perché era un congedo per gli attori e per lui regista, mentre il cinema era per sempre. Avere una stanza, un letto: sfidare il destino, avere fiducia, giocare col futuro.

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