Fabio Rampelli, Fratelli d'Italia: "La grande bellezza ci sputt@na all'estero"

La concione del parlamentare è avvenuta ai microfoni del talk show "KlausCondicio": "Nella narrazione di questo film Roma e l’Italia vengano descritte come decadenti, corrotte e vecchie."

Era il 1952, quando un giovane Giulio Andreotti, all'epoca Sottosegretario allo Spettacolo, scrisse a proposito dell'Umberto D di Vittorio De Sica:

"Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti - erroneamente - a ritenere che quella di Umberto D. è l'Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale."

Fu il famoso episodio "dei panni sporchi da lavare in casa" e una delle rare cadute di stile pubbliche del Divo Giulio, recentemente dipinto da Paolo Sorrentino ne Il divo. E, ironia della sorte, a sessantanni di distanza è proprio il regista napoletano, fresco trionfatore ai Golden Globes con La grande bellezza, ad attirarsi gli irosi strali di Fabio Rampelli, deputato del centro-destra di Fratelli d'Italia.

Il politico ha attaccato Sorrentino dai microfoni del talk show di Klaus Davi “KlausCondicio” e non ha usato mezzi termini:

“La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino ci sputtana nel mondo. Certo, ha vinto un premio di grande prestigio, però indubbiamente non contribuisce, anzi, a veicolare una bella immagine di Roma e dell’Italia. Non posso fare a meno di osservare come la cinematografia che piace all’estero ci descriva come corrotti o decadenti in questo caso, come mafiosi inguaribili nel caso di Gomorra o come straccioni nel caso del cinema neorealista”.

La grande bellezza e Gomorra vengono quindi accusati di non contribuire al prestigio mediatico del Belpaese, in una formula che ricorda tanto il concetto di "arte degenerata" già sviluppato parecchi anni or sono in lande germaniche. Sorrentino e Garrone possono comunque consolarsi, dal momento che l'On. Rampelli ha anche individuato un esempio da seguire:

“Intendiamoci, non metto in discussione la bravura del regista e degli attori. Non è mio compito fare considerazioni da critico, ma non posso fare a meno di constatare come nella narrazione di questo film Roma e l’Italia vengano descritte come decadenti, corrotte e vecchie: insomma con l’Italia che non vogliamo più vedere e che rappresenta solo una minima parte della popolazione. Ridurre la città eterna a un concentrato di volgarità e corruzione dell’animo non è esattamente il modo migliore per promuovere la bellezza, la straordinaria umanità e l’altruismo dei romani. Prendano esempio da Woody Allen che proprio a Roma ha dedicato un racconto cinematografico sublime dal titolo To Rome With Love. Fa specie che per celebrare la capitale e il nostro Paese con un atto d’amore debba intervenire la cinematografia americana solo perché i nostri registi, pur essendo in grado di farlo, si rifiutano di parlare bene del nostro Paese. Pensi anche a Gomorra, agli innumerevoli film sulla mafia, sugli omicidi e sulle stragi: sacrosanto raccontare, ma dovremmo interrogarci sul perché siamo incapaci di raccontare con un registro artistico le infinite eccellenze del nostro Paese”.

Concordiamo sul valore artistico dell'opera di Allen, ma se riportiamo il discorso sul versante "etnografico" viene spontaneo dissentire con Rampelli, perché se ammettiamo che Sorrentino ha dipinto una certa romanità fatta di debosciati presenzialisti, allora è altrettanto vero che il regista newyorkese ci ritrae ancora come mangiaspaghetti mandolinari. La ragion di Stato vale più dell'Arte? A quanto pare sì, inoltre La grande bellezza rischia di essere fonte di imbarazzo diplomatico anche per Presidente del Consiglio:

“Io non credo che Enrico Letta gioisca per la rappresentazione che ‘La Grande bellezza’ dà degli italiani. Anzi, credo che il sarcasmo e il cinismo con cui vengono descritti italiani e romani siano un danno, per quanto il premier si ostini a dire nelle sedi internazionali che l’Italia è cambiata e che gli italiani sono gente onesta: a guardare quel film non si direbbe”.

In realtà La grande bellezza non ci dipinge come disonesti, semmai come vacui, sentimentalmente aridi, superficiali e un po' cafoni. Comunque, de gustibus non disputandum est e l'On. Rampelli ha tutto il diritto di criticare ciò che non gli piace. Anche se in fatto di stile potrebbe prendere perlomeno spunto dal compianto Giulio...

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