Dizionario dei film di Hong Kong

Giovanni della DgImage ci invia la recensione di un interessante libro sul cinema giapponese: il Dizionario dei film di Hong Kong. Dopo la recensione trovate anche un’intervista, realizzata sempre da Giovanni Lembo ad Andrea Tagliacozzo, uno dei due autori. “Diciamolo subito: il Dizionario dei film di Hong Kong è un libro imprescindibile per capire, approfondire,

di carla

Giovanni della DgImage ci invia la recensione di un interessante libro sul cinema giapponese: il Dizionario dei film di Hong Kong. Dopo la recensione trovate anche un’intervista, realizzata sempre da Giovanni Lembo ad Andrea Tagliacozzo, uno dei due autori.

“Diciamolo subito: il Dizionario dei film di Hong Kong è un libro imprescindibile per capire, approfondire, selezionare, iniziare a conoscere, la cinematografia di Hong Kong; un libro che non dovrebbe mancare nelle mani di nessun appassionato di film che arrivano dall’ex colonia inglese. Andrea Tagliacozzo e Giona A. Nazzaro, dopo il brillante e altrettanto fondamentale Il Cinema di Hong Kong – Spade, kung fu, pistole, fantasmi (La Mani) – magari leggete prima questo, se non l’avete ancora fatto, e poi buttatevi a capofitto nelle schede del Dizionario – mettono mano a un quarto di secolo di cinema hongkonghese (1979-2004). Quello che ne emerge è uno specchio fedele e in gran parte inesplorato: dagli oscuri z-movie ai capolavori riconosciuti, dagli autori con la a maiuscola ai più incredibili artigiani di altrettanti incredibili film, i due autori consegnano ai lettori un volume importante e appassionante, frutto di amore e profonda conoscenza della materia.

Da apprezzare subito la confezione del libro, la cui cura esprime bene la passione per gli autori e il coraggio della casa editrice, l’Universitaria Editrice: grande formato, 464 pagine, sovracopertina a colori che rappresenta una scena di Infernal Affairs. E poi le schede, chiarissime, illuminanti, curiose: Giona A. Nazzaro e Andrea Tagliacozzo hanno spulciato, analizzato, recensito più di 850 film di Hong Kong, sviscerando, dove possibile, curiosità, aneddoti, e, per ogni film, l’incasso di Hong Kong e un giudizio espresso in stelline. In questi tempi in cui il cinema di Hong Kong non è solo un fenomeno di nicchia, ma i cui film sono raggiungibili con un semplice colpo di mouse, il libro è, oltre che un piacere – per l’appassionato, il neofita o il semplice curioso – una guida indispensabile, che va a colmare una lacuna riempita solo dal lavoro pionieristico di pochi illuminati – e gli autori sono stati tra i primi a far conoscere il cinema di Hong Kong in Italia.

Unici appunti da fare: alcuni refusi – comunque poca cosa vista la fretta con cui è stato portato a termine il lavoro e, soprattutto, la mole di lavoro; la mancanza dell’indice finale e, ma questo è un peccato “per eccesso” degli autori, le pagine con le dichiarazioni dei registi alla fine del libro…troppo poche! – è come far assaggiare ad un goloso la torta più buona del mondo per poi sottrargliela da sotto il naso!

La speranza è che il Dizionario serva da apripista per altre pubblicazioni dello stesso tipo, che vadano ad approfondire registi e filmografie un tempo considerati oscuri, oggi apprezzati da tutti, fonti di stimolo continuo – quando non di vero e proprio saccheggio”.

Il Dizionario dei film di Hong Kong, Giona A.Nazzaro e Andrea Tagliacozzo, Universitaria Editrice, Pagine 464, Euro 39,9.

Giovanni Lembo/DG Image intervista Andrea Tagliacozzo, autore del Dizionario dei film di Hong Kong

Andrea Tagliacozzo è uno dei più brillanti studiosi del cinema di Hong Kong. Ha collaborato con Rumore, Cineforum, Sentieri selvaggi, Delcinema.it, Cinemastudio On Line. È autore, con Giona A. Nazzaro, dello speciale Hong Kong 1999: Dietro le quinte di un domani migliore per la rivista Cineforum. Con lo stesso Nazzaro ha scritto Il cinema di Hong Kong – Spade, kung fu, pistole e fantasmi (Recco, 1997) e John Woo – La nuova leggenda del cinema d’azione (Roma, 2000). Ha collaborato ai volumi Hong Kong – Il futuro del cinema abita qui (curato da Roberta Parizzi), Annuario del Cinema: stagione 1996-97, Luc Besson (curato da Marco Martani) e Cinema & Rock (curato da Simone Arcagni e Domenico De Gaetano).
Nel 2004 ha curato il catalogo dell’Asian Film Festival 2 edito dalle Edizioni di Cineforum. E’ anche autore di canzoni, sfortunatamente tutte inedite. Ecco la sua home page.

Da pochi mesi è disponibile il Dizionario del Cinema di Hong Kong, che ha curato con Giona A. Nazzaro. Chiediamo ad Andrea informazioni sul libro, la sua genesi, le difficoltà affrontate e, nella seconda parte dell’intervista, un’opinione sul recente cinema di Hong Kong.

Quando è partita l’idea del libro, e da chi?
E’ partita dopo la rassegna di Hong Kong organizzata dal CEC a Udine, nel ’98. In pratica era l’anno 0 del Far East Film Festival. Una edizione in tono minore, molto meno ricca dell’attuale, ma straordinaria. Quella settimana forse è stata una delle più belle della mia vita. In quell’occasione riuscii ad intervistare Johnnie To, Ringo Lam, Peter Chan, Cha Chuen-yee, Anita Yuen e Lau Ching-wan. Fino all’anno prima non avrei mai creduto che sarebbe stato possibile. Mi parevano così lontani. L’idea credo che sia nata lì. Forse un po’ più mia, dato che Giona a Udine non c’era. O forse è nata da una chiacchierata con Giona. E’ difficile ricordare…sono passati 7 anni!

Quanto ci avete messo per portare a termine il libro?
Sette anni, appunto. I primi tre d’intenso lavoro, altri tre di contrattazione con vari editori, e tre mesi – febbraio, marzo e aprile 2005 – di editing febbrile. Letteralmente febbrile. A marzo, a letto con l’influenza, “dirigevo” le operazioni d’impaginazione via telefono…

Quali sono state le difficoltà incontrate, sia in fase realizzativa sia dopo, di ricerca di un editore?
In fase realizzativa poche. Si trattava di schedare film e di mettere a frutto la nostra conoscenza del cinema di Hong Kong. Di legare, insomma, un film agli altri. Leggendo tutto il libro, come in un puzzle, si ha un quadro abbastanza chiaro degli ultimi venticinque anni di cinema hongkonghese. Più che altro è stato arduo ricorreggere le schede, dato che scrivendo a raffica mi capita di fare un sacco di errori di battitura. Ecco, la mia distrazione mi è costata un sacco di lavoro in più. Le schede di Giona e dei contributi speciali non contenevano molti errori. Le mie sì! La ricerca dell’editore, invece, è stata complicata. La mole del libro spaventava. Inizialmente doveva essere realizzata con la Santhià, ma la persona che seguiva il progetto ha abbandonato la casa di editrice prima che il progetto diventasse realtà. L’abbiamo proposto alla Baldini & Castoldi, ma le vendite poco esaltanti del libro di Alberto Pezzotta li hanno scoraggiati. Poi c’è stato l’interesse di Cineforum che per due o tre anni ha tenuto il libro nel limbo in attesa di non so quale finanziamento. In realtà era troppo voluminoso per loro… Infine Fabio Zanello ci ha messo in contatto con Gianni Di Claudio della Universitaria Editrice che è stato quasi subito entusiasta. Dico quasi subito perché ho dovuto un po’ convincerlo, spiegargli l’attrattiva che il cinema di Hong Kong riscuote presso i giovani appassionati prima che Gianni decidesse di buttarsi a capofitto nell’impresa…

Come vi siete divisi il lavoro tu e Giona?
Essenzialmente ho lasciato a Giona tutti i film più autoriali, a parte qualche eccezione come Shanghai Blues di Tsui Hark, Long Arm of the Law di Johnny Mak e Au Revoir Mon Amour di Tony Au e alcuni altri, che sono invece farina del mio sacco…Bè, il suo stile si adatta molto bene a quel genere di film, Wong Kar-wai e affini, riesce ad andare molto in profondità. Sono suoi anche la maggior parte dei Cat III. Lui va da un estremo all’altro. Divertentissima, in questo senso, la sua scheda di Sex and Zen III… A parte questo, altre volte ci siamo divisi le schede a casaccio, a seconda dell’umore del momento. Il lavoro dei cast & credits, dei titoli cinesi, del glossario ecc. – quella che chiamerei “bassa manovalanza” – è stato invece interamente mio.

Per la copertina del libro avete scelto un fotogramma tratto dal primo Infernal Affairs. E’ stata una scelta difficile e quali erano – se c’erano – le alternative?
Infernal Affairs è stata la prima scelta. Io ero convinto, Giona un po’ meno. I dubbi di Giona – che inizialmente puntava su un’immagine di Jackie Chan in New Police Story – hanno iniziato una girandola di copertine alternative, tra le quali la migliore mi sembrava il poster di Once Upon a Time in China V. Ma quando l’editore, dopo mille prove e bozzetti, ha visto la foto di Infernal Affairs non ha avuto esitazioni: è la copertina perfetta. E così siamo ritornati al punto di partenza!

Il libro tratta i film dal 1979 ad oggi. Perchè avete scelto proprio il ’79 come inizio ed è stato difficile mettere un punto di fine all’opera?
Abbiamo deciso il 1979 perché era più o meno l’anno della nascita della New Wave di Hong Kong con l’avvento di Tsui Hark, Ann Hui ecc. E poi dato che l’ultimo anno doveva essere il 1999 (anno in cui era prevista la pubblicazione) ci era sembrato giusto prendere in esame un ventennio preciso. La sorte ha voluto che da ventennio si trasformasse in quarto di secolo (1979-2004). Il punto finale è stato difficile ma necessario. Potevamo andare avanti all’infinito e molti film di questo quarto di secolo non sono stati presi in considerazione, per scarsa reperibilità o puro caso.

Pensate di preparare, sulle modalità del Mereghetti, delle integrazioni anno per anno del libro? E un libro pre-’79?
Per ora non è in programma nessuna integrazione o nuovo dizionario. Un libro pre-’79 dovrebbe comprendere tutte le pellicole degli Shaw che stanno venendo alla luce grazie alla distribuzione della Celestial Pictures. Sarebbe affascinante, ma un lavoro mastodontico. Vista la fatica che c’è voluta per assemblare questo volume, penso che per ora sia una possibilità davvero remota. Però, mai dire mai….

Il libro è stato presentato ad Udine, al Far East, quali sono state le reazioni e come pensate venga accolto in generale il libro?
Le reazioni sono state positive, anche se la conferenza è saltata all’ultimo momento, quindi parlo degli attestati di stima da parte dei nostri colleghi. C’è stata poi l’accoglienza dei Forum su Internet, che mi è parsa abbastanza calorosa. Quasi tutti sono stati d’accordo nel definirlo un libro importante. Posso solo dire che tutto quello che sappiamo sul cinema di Hong Kong è presente su questo libro. Leggerlo da cima a fondo equivale ad immagazzinare tutte le informazioni che abbiamo raccolto io e Giona nell’arco di quasi un decennio. Potrà mancare questo o quel film, ma tra le righe delle altre schede c’è quasi tutto.

Una cosa che ho notato è il fatto che raramente stroncate del tutto un film. Siete voi che siete stati troppo buoni o è il cinema di Hong Kong ad essere qualitativamente ottimo?
Ti sbagli, ci sono alcune stroncature. Diverse anche coinvolgono nomi eccellenti come Wong Jing (che nel nostro primo libro veniva quasi esaltato, a volte a torto, altre a ragione). In generale, però, sono convinto che il cinema di Hong Kong degli anni ’80 e di parte degli anni ’90 abbia qualcosa di speciale che renda ogni pellicola, anche la meno riuscita, unica nel suo genere e in qualche modo degna di essere presa in considerazione. Per fare un paragone con i giorni nostri, un brutto film degli anni ’80 con Simon Yan o Andy Lau è sempre meglio di un brutto film attuale con Louis Koo. Il cinema di Hong Kong non è sempre qualitativamente ottimo, anzi, spesso capita il contrario: le sceneggiature sono semi-improvvisate e i film sono girati in fretta e furia. Ma hanno una genuinità e un fascino che non mi è mai capitato di riscontrare altrove e i loro interpreti, dai divi di prima fascia ai caratteristi, hanno un carisma quasi inspiegabile. Prendi un faccione come quello di Shing Fui-on, onnipresente dai film di gangster alle commediacce di Wong Jing, degno di quelli dei migliori caratteristi americani degli anni ’40. O interpreti sublimi come Ng Man-tat, spalla memorabile per Stephen Chow. Poche cinematografie possono vantare un parco d’interpreti così ricco e variegato. Adesso non è più così, però. Le nuove facce non valgono le vecchie facce. E’ per questo che, almeno per ora, un Dizionario dei film post-2004 non mi sembra così necessario. Spero che prima o poi torni una stagione del cinema di Hong Kong simile a quella degli anni Ottanta. Ma ci sarà mai un altro Tsui Hark? E un altro Chow Yun-fat? E che dire degli eredi di Anita Mui e Leslie Cheung? Tu ne vedi qualcuno in circolazione? Non mi pare.

Una cosa nel libro di cui si sente la mancanza è l’indice per registi alla fine che avrebbe aiutato di molto la consultazione dell’opera. Perché non l’avete inserita? Scelta vostra o dell’editore?
Non è presente perché non abbiamo fatto in tempo. O portavamo il libro a Udine – e sapevamo che quella era la cornice ideale per presentarlo – o realizzavamo l’indice allungando i tempi di pubblicazione. Tieni conto, poi, che ulteriori pagine avrebbero complicato la rilegatura del libro e fatto aumentare ulteriormente il prezzo.

Nelle ultime pagine del libro ci sono delle interessantissime dichiarazioni di registi da te e Giona intervistati nel corso degli anni. Immagino che il materiale che voi avete sia moltissimo. Avete mai pensato di pubblicarlo in un altro libro? Quelle poche pagine mi sono sembrate un “assaggio” di qualcosa di più corposo…
Sì, ci abbiamo pensato. O dovrei dire, io ci ho pensato, perché buona parte delle interviste sono state realizzate dal sottoscritto a Udine dal ’98 al 2000. Ne ho ancora diverse – da Francis Ng ad Andrew Lau – che attendono di essere sbobinate. Non so se questo libro vedrà mai la luce. Personalmente sono un po’ deluso dal modo in cui vengono accolti i libri di cinema in Italia. Sono volumi realizzati per una nicchia di persone, che vengono poco considerati e sono scarsamente pubblicizzati, al contrario di quanto accade all’estero. Scrivere un libro di questo genere costa molta fatica, molte energie, e spesso non si viene ampiamente ripagati. E non mi riferisco solo al compenso economico. Parlo a titolo personale, ovviamente, e non a nome di Giona. Per conto mio so che io e Giona, così come Alberto Pezzotta e PierMaria Bocchi, abbiamo dato un grosso contributo alla scoperta del cinema di Hong Kong in Italia. Sono onorato di aver fatto parte di questo gruppo di “pionieri” della critica. Ma, come per esempio è capitato ad Alberto, forse è anche giunta l’ora di guardarsi attorno e andare verso altre direzioni. Mi piacerebbe, per esempio, scrivere qualcosa che rivalutasse l’opera di Richard Lester, un mio vecchio pallino (citato in un paio di casi, in The Chinese Feast e Tri-Star, anche nel Dizionario). In verità ci sarebbe un nuovo progetto hongkonghese in vista, ma la sua realizzazione dipende da molti fattori. Il primo dei quali la volontà del sottoscritto di scriverlo.

Come hai conosciuto il cinema orientale, quali sono stati i film che ti hanno “svezzato”?
L’ho conosciuto grazie a Giona, nel ’94, che mi ha passato The Killer e Hard Boiled di John Woo. Mi piacevano i film di azione, quindi non poteva non piacermi John Woo. All’epoca, The Killer mi ricordava De Palma. Adesso non so cosa ci trovassi di De Palma nel film di Woo. L’approccio al kung fu, invece, fu più arduo. Comprammo Drunken Master e Snake in the Eagle’s Shadow, ma io non ero troppo convinto, al contrario di Giona. Invece fu una rivelazione. Avevo già visto Jackie Chan in Project A, doppiato in italiano in una pessima versione Pan & Scan. Non l’avevo capito al volo. Mi sembrava una pellicola di serie B tipo quelle di Terence Hill-Bud Spencer. Mi ero sbagliato, ma non del tutto. Project A è una pellicola di Serie A, anche se qualche anno dopo sono venuto a sapere da Lorenzo De Luca che Jackie Chan è un fan sfegatato di Bud Spencer. Quindi in qualche modo ci avevo azzeccato. La scoperta del melodramma cantonese si deve in gran parte a Giona, che paragonava con una bella intuizione il genere a Raffaello Matarazzo e alla sceneggiata napoletana…uno dei primi film mélo che vedemmo fu A Moment of Romance in una versione assurda comprata dagli inglesi di Eastern Heroes: il video era pessimo e l’audio mancava completamente. Un film muto, in pratica. Ma non per questo meno bello. Al sottoscritto si deve invece la “scoperta” italiana di Stephen Chow…

Quali sono i registi orientali che secondo te bisogna tenere d’occhio?
Orientali o di Hong Kong? Di Hong Kong direi Alan Mak, al quale si deve sicuramente il merito della riuscita della trilogia Infernal Affairs. Basta vedere il suo A War Named Desire per rendersene conto. Poi Derek Chiu, che ormai fa quasi parte della vecchia guardia. E Soi Cheang, in evidente ascesa. Avrei scommesso ad occhi chiusi su Wilson Yip, che ho scoperto all’epoca di Bio-Zombie, in tempi non sospetti. Per gli orientali in genere è facile dire che bisogna tenere gli occhi puntati su Park Chan-wook. Ormai è un realtà. Per il resto dell’Asia, Giona saprebbe rispondere meglio a questa domanda, è più universale e onnivoro di me.

Cosa ne pensi dell'”invasione gialla” ad Hollywood?
Quando è iniziata ero contento. Ero stato deriso dagli amici perché vedevo i film di Hong Kong, come se fosse roba venuta da Marte, così lo sdoganamento da parte di Hollywood di John Woo, Jackie Chan e soci un po’ mi aveva inorgoglito, era segno che io, Giona, e anche Alberto, avevamo visto nel giusto…poi la cosa è un po’ degenerata e, soprattutto, gli artisti cinesi e hongkonghesi si sono ritrovati in produzioni di dubbia qualità, non all’altezza, e sicuramente prive del fascino che avevano le pellicole di Hong Kong alle quali s’ispiravano. Chow Yun-fat ha realizzato solo un mezzo film decente negli Stati Uniti – The Corruptor – e Jet Li non gli è da meno. Della carriera internazionale di Li si salva solo l’ultimo, Danny the Dog, una coproduzione franco-britannica. John Woo è partito benino con Hard Target, ha preoccupato e non poco con Broken Arrow, ha ridato speranza ai suoi fan con Face/Off e adesso viaggia tra alti e bassi. Non mi piace Windtalkers, al contrario di Giona, ma ho apprezzato Mission: Impossible II e Paycheck. Tsui Hark, invece, non è stato capito.

Tre film di Hong Kong per te fondamentali, da cui non si può prescindere
Il primo della lista, senza se e senza ma, è The Lovers di Tsui Hark. Per gli altri due è grande battaglia. Se dovessi scegliere col cuore direi altri due film di Tsui Hark, Shanghai Blues e Peking Opera Blues. L’intera filmografia di Tsui è straordinaria. Per diversificare un po’ direi, a sorpresa, Love and the City di Jeff Lau e Drunken Master II di Jackie Chan e Lau Ka-leung. Ma la lista dei film imprescindibili è lunga, lunghissima… Till Death Do Us Part, A Better Tomorrow III, Bullet in the Head, Comrades, Juliet in Love, Pedicab Driver ecc. ecc. Prendi per buono il primo, The Lovers, e con il beneficio d’inventario tutto il resto.

Cose ne pensi del fatto che in Italia ultimamente escono moltissimi film orientali, sia in home video che al cinema, il più delle volte sbattuti senza criterio alcuno nella mischia?
Meglio così che come qualche anno fa quando venivano ignorati. Dovrebbero se non altro scegliere con più accuratezza…e doppiarli in modo decente. E soprattutto non tagliarli, come è capitato ad A Chinese Odyssey 2002.

Rimpiangi un po’ il tempo in cui un appassionato, per cercare un film orientale di cui aveva sentito parlare o letto, doveva fare giri su giri, scambi improbabili con appassionati di altre regioni o stati?
Sì e no. La nostra costanza e perseveranza, in anni in cui Internet era quasi sconosciuto, ci ha permesso di arrivare primi sull’argomento e di guadagnare i galloni sul campo. Adesso è tutto a portata di click. In questo senso il nostro libro potrà essere molto utile. Dato che non si può vedere tutto, è utile una guida che ti dica cosa scegliere…e qualcuno si risparmierà qualche bella ciofeca che invece ci siamo sorbiti noi, come Kung Fu Vs. Acrobatic. L’altro vantaggio di oggi è economico. Personalmente ho speso cifre folli per raccogliere tutto questo materiale. Nel ’98 un Vcd a Londra mi costava 12/13 sterline, più di 30.000 lire. Adesso con 6 euro hai lo stesso Vcd, di qualità migliore, o con 11 euro ti compri il Dvd che all’epoca costavano 20/25 sterline. E sono passati solo 7 anni! Io posso rimpiangere quei tempi, ma il mio portafogli no.

Secondo te il cinema di Hong Kong sta vivendo un periodo di stanca, e se sì, perchè?
Con qualche rara eccezione, ha vissuto un periodo di stanca tra il ’95 e il ’99, prima e dopo l’Handover, per via della fuga dei talenti, della paura del passaggio alla Cina – con conseguente inondamento di pellicole girate in fretta e furia per racimolare al più presto denaro per eventualmente scappare in Canada e in Australia – e della concorrenza del cinema americano – che invece ha spinto i vari Andrew Lau e Benny Chan verso film pieni zeppi di effetti speciali ma poveri d’idee come Avenging Fist e Gen-X Cops. Adesso la situazione è stazionaria. I film sono diminuiti in quantità, per via della crisi economica, e di conseguenza sono diminuiti anche i capolavori. Ma si continuano a fare buoni film. Certo, nessun regista attuale, per quanto bravo, è lontanamente paragonabile ai vari Tsui Hark, John Woo, Sammo Hung, King Hu, Ching Siu-tung ecc. Lo stesso discorso vale per i divi: non ci sono nuovi Andy Lau, Maggie Cheung, Simon Yam, Jackie Chan ecc. L’ultimo grande divo e cineasta è Stephen Chow, e anche lui viaggia sulla quarantina e quindi, anagraficamente, appartiene alla vecchia guardia. L’anno d’oro, prima della fine del Cinema di Hong Kong come lo conoscevamo negli anni Ottanta, è stato il 1994. E se dovessi scegliere un film, a parte The Lovers, che potrebbe riassumere tutto quello che è stato e forse non sarà più, prenderei come simbolo proprio una pellicola del ’94, Treasure Hunt di Jeff Lau. Là c’è tutto e di più racchiuso in un unico film. Meraviglioso.

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