Martin Scorsese, il lupo di New York

Scorsese torna in forma smagliante con “The Wolf of Wall Street” e firma non solo uno dei suoi film stilisticamente più perfetti dai tempi di “Casinò”, ma anche uno dei più dirompenti di sempre. Un salutare e sboccatissimo schiaffo in faccia a quella industria che, nonostante successi e Oscar, non l’ha mai veramente compreso.

Martin Scorsese, il lupo di New York

C’è qualcosa che accomuna molti finali dei film di Martin Scorsese. Quell’ultima, speciale sequenza che chiude la narrazione portando a compimento le tante parabole di eroi (ma soprattutto anti-eroi) fin lì raccontate, non di rado illumina l’intera pellicola, diventandone quasi la sua metaforica quintessenza.

Prendiamo, per esempio, l’abbagliante finale di “Casinò” tra riprese delle vecchie case da gioco che piombano giù come Titani e il “nuovo che avanza” sotto le sembianze di turisti obesi e incartapecoriti, pronti già ad essere spennati dalle nuove società finanziarie che si sono accaparrate Las Vegas. Il crollo di un impero, e con esso di un’idea, è tutto racchiuso in questi contrasti potenti, dove le immagini riescono molto più delle parole rendendo, se possibile, ancora più inesorabile l’“imborghesimento” del suo protagonista.

E che dire del finale di “Toro scatenato” con Jake La Motta che fa le prove del suo show, commiserandosi un'ultima volta attraverso una goffa recita da “Fronte del Porto”? La parabola di questo “Cristo coi pugni” si compie attraverso una sequenza patetica ed eloquente almeno quanto quei fasci di luce divina (la Grazia?) che Scorsese gli faceva piombare sopra la testa dentro il carcere. Non c’è solo grandissimo cinema in queste sequenze. C’è soprattutto la grandezza di un narratore capace di instillare se stesso in ogni singola sequenza, tramutando chilometri e chilometri di celluloide in un flusso ininterrotto di bellezza, violenza e verità (anche religiosa). Fino a quel finale che dice tutto.

In “The Wolf of Wall Street”, acida, sfrenata e sfrontata ultima opera del regista statunitense, questa sensazione si palesa tutta, proprio come accadeva nelle migliori narrazioni del passato. Ammettiamolo: lo Scorsese degli ultimi quindici anni è rimasto sempre il cineasta virtuoso e innamorato della celluloide, capace di firmare poemi sanguigni e imperfetti (Gangs of New York), thriller dal cuore malato (Shutter Island) o noir rigorosi e brutali (The Departed), però alle sue ultime opere sembrava decisamente mancare qualcosa.

Non strutturalmente (perché le pellicole sopra citate restano film compiuti e, naturalmente, buon cinema), ma almeno sotto il profilo dell’idea-guida. Lo stesso tenore delle storie scelte dal regista, dal racconto biografico di “The Aviator” fino alla favola celebrativa sul cinema di “Hugo Cabret”, tradiva l’intenzione di avvicinare il proprio obiettivo su territori più circoscritti e meno rischiosi rispetto al passato, sacrificando l’indagine antropologica in favore dei meccanismi cinematografici dei generi. Biografia, novella per ragazzi, poliziesco, noir e quant’altro. Tutto bello per carità e soprattutto molto mainstream, ma dove stava la novità o, meglio ancora, la “profondità” del suo cinema, quello capace quasi di trasfigurare i generi?

Ora non è che il sottoscritto sia di quelli che vanno in brodo di giuggiole soltanto per i film di Scorsese che siano anche profondamente “scorsesiani”, cioè coi ralenti, il fermo-immagine e il febbrile montaggio della (divina) Thelma Schoonmaker. Però è innegabile che dietro quella summa di elementi così intensamente cinematografici, quelli cioè che determinavano la riconoscibilità dell’autore già solo a livello estetico, risiedeva anche la sostanza più pura del cineasta americano, autore capace di proiettare il suo sguardo ben “al di là della vita” raccontata e di sintetizzare realistici affreschi con tocchi di stilizzata modernità. Caratteristiche, a ben guardare, presenti anche in opere lontane apparentemente anni luce.

Prendiamo, per esempio, due pellicole diversissime come “Fuori orario” e “L’età dell’innocenza”. Odissea suburbana e “tutta in una notte” il primo, ritratto crudele e “warthoniano” di una società il secondo. L’uno pare la sinossi di un cartone animato ridisegnato da Munch, l’altro invece è un adattamento letterario dagli echi viscontiani e una crudeltà da gangster-movie. Due opere agli antipodi diremmo subito. A unirle però c’è sempre lo sguardo del medesimo osservatore, quello Scorsese che scruta la fauna di turno per metterne a nudo comportamenti, rituali e diplomazia della sopravvivenza. Il regista già da allora ci insegnava che l’etichetta implacabile de “L’età dell’innocenza” poteva annientare almeno quanto le pistole di “Quei bravi ragazzi” o la folla irrazionale di “Fuori Orario”.

Ecco, a mio avviso, lo Scorsese “scorsesiano” che più convince(va). Non solo il regista racchiuso in uno stile giustamente “canonizzato” dagli esteti, ma soprattutto l’autore che sa servirsi di questo stile per far deflagrare la propria visione complessa dentro una apparente microstoria. Ed ecco inoltre il motivo per cui questo ultimo, incredibile “The Wolf of Wall Street” non va considerato scorsesiano sol perchè rispolvera gli artifici stilistici più noti o la proverbiale lunghezza-fiume (tre ore velocissime) di tanti capolavori, ma soprattutto perché il regista ritrova, in un soggetto assai meno edificante (ascesa illegale e conseguente caduta di un broker drogato e sessuomane), quella capacità di incasellare un mondo intero partendo da un suo singolo protagonista.

Coniugando biografismo e studio d’ambiente Scorsese realizza infatti l’istantanea di una giungla grottesca e sovraeccitata, in cui a dominare sono gli istinti primordiali e ferini di colletti divenuti “bianchi”. “Lupo” come metaforica estrinsecazione di un animale dell’alta finanza qual è il vero Jordan Belfort, e soprattutto lupo quale capobranco auto-elettosi tale giusto perché più astuto e intrepido della media degli altri (animali). Siamo in un mondo dalle psicologie essenziali, stabilitosi ai piani alti della Grande Mela e dominato da un onanismo che non conosce limiti. E’ uno spiritato Matthew McConaughey a spiegarcelo subito prima di sparire (probabilmente) in una nuvola di cocaina. Non prima di aver lasciato a Di Caprio quel mantra tribale che sigla l’amorale filosofia di Wall Street e del protagonista.

Tutto il resto, dopo questa eccitata iniziazione, è uno scorrere inarrestabile di soldi, sesso e Quaalude in quantità industriale, più o meno quanto basta per fare della Stratton Oakmont una Disneyland corrotta e soprattutto “corretta” secondo lo stile di “Hustler” con pupe che sbucano ad ogni angolo, fellatio negli ascensori e sex group. E fra i 506 “fuck” ( perché in America c’è chi si è messo a contarli) infilati con naturalezza nei dialoghi dai compulsivi protagonisti, le orge, i nani lanciati sui bersagli, prostitute-benefit, una banda in mutande, candele dove non batte il sole e un naufragio in stile tempesta perfetta (che finisce in “Gloria”, quella però di Umberto Tozzi), Martin Scorsese si sbarazza di se stesso per ritornare ad essere finalmente “Martin Scorsese”.

Già perché “The Wolf of Wall Street” è probabilmente il gesto più liberatorio del regista dopo quasi quindici anni passati ad asservire Hollywood (una relazione che gli è fruttata successo, soldi e perfino un Oscar). Il suo personale 507° “fuck!” sputato fuori dallo schermo sotto forma di commedia acida e accompagnato da una sostanziosa dose di allucinogeni dall’ effetto ritardato. Energico, esaltante e perfino depravato. Lascia di stucco che sia stato candidato all’Oscar come miglior film (premio che personalmente meriterebbe ma evento che non si verificherà). L’industria hollywoodiana che celebra uno dei più grandi manrovesci che le abbiano sferrato negli ultimi tempi. Semplicemente sublime.

Adesso ci auguriamo che, dopo un gesto così coraggioso ed impudente, il percorso artistico del suo autore non finisca per riflettere quello biografico del protagonista del film, che da scheggia impazzita del sistema verrà “ri-assorbito” nel suo stesso ingranaggio e rilanciato sotto forma di ambiguo guru motivazionale. Perché il sinistro e lucidissimo finale di “The Wolf”, sequenza-metafora di tutto il film come nella migliore tradizione scorsesiana, non lascia spazio a dubbi: quella platea con lo sguardo inebetito e adorante siamo (soprattutto) noi in cerca di un nuovo imbonitore.
Cioè proprio quello che ci auguriamo Scorsese non torni più ad essere…

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