Cinecittà: quando ruggiva un Leone e ruggivano con lui i soliti noti, grandi attori (anche comici)

E’ bello vedere i giovani nei viali della città del cinema, entrare in una mostra, sperare nel cinema

Sciamano i ragazzi per i viali di Cinecittà, sono studenti, piccoli piccoli, e più grandi, accompagnati dai maestri e dai professori; si mescolano agli stranieri di ogni paese che, pare quasi incredibile, ancora provano interesse e curiosità per la ultrasettantenne città del cinema. Togliere polvere, sistemarla un po’ questa benedetta (?) città; attivarsi nel cercare non solo teneri visitatori ma soprattutto intraprendenti produttori capaci di associarsi agli autori per guardare al domani, sarebbe bello. Significherebbe non tenere in piedi un museo ma rilanciare una fabbrica, quella che fino a ieri è stata chiamata “la fabbrica dei sogni”. Un po’ pomposamente.Meglio essere pratici, concreti e lasciare cadere le retoriche nostalgiche in cui il nostro Paese è specialista.Ultima tappa in cerca di rose tra le feuilles mortes di Cinecity. Con i ragazzi.

Ragazzi italiani che conoscono Checco Zalone con il suo miliardario successo con Sole a catinelle; ma conoscono poco d’altro, i genitori li hanno piazzati fin da poppanti davanti alla tv-baby sitter, e lì lo hanno lasciati, a vita. Checco è stato invitato alla Università cattolica di Milano, lo ha ospitato il severo ma capriccioso e bilioso Aldo Grasso, disperatamente proteso a mostrarsi infantilmente capace di ghignare (se non sorridere). Capita. Checco è bravo, il successo non gli si può essere rimproverato. Ma i grandi comici del nostro cinema sono un’altra cosa, vedere i loro film per credere. Che dire di Totò che piace anche ai bambini?

I comici sono stati i leoni del nostro cinema per decenni. Erano grandi attori: una folla di protagonisti (Fabrizi, Dapporto, Rascel, e tanti altri), e di comprimari, le cosiddette “spalle” (Franco Castellani per Totò ad esempio). Erano soprattutto attori, sapevano passare senza problemi dalla comicità alla commedia , alla tragedia. Leoni: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Nino Manfredi; e leonesse come Monica Vitti. Erano i soliti noti, dopo essere stati “I soliti ignoti” (titolo di un celebre film di Mario Monicelli).Leoni di cui il ruggito esce dai dvd e fa parte dell’immaginario collettivo, come dico i semiologi, i sociologi, gli psicopatici cinephiles. Ma il leone di Cinecittà, tra italiani e stranieri, dopo Fellini, è una solo: Bob Robertson, alias Sergio Leone, uno dei più grandi registi italiani, si rivelò con “Il colosso di Rodi”, un kolossal ambizioso che ebbe un notevole successo sulla scia delle produzione storico-mitologiche.

“Il colosso di Rodi” precedette nel 1965 “Per un dollaro in più”. Fu il primo western-spaghetti che conquistò il mercato internazionale e diede vita a un genere che ha contribuito addirittura a cambiare il western originale, quello americano. Cinecittà si popolò di villaggi del Texas e sulle scenografie di film in film venivano costruiti altre scenografie e altre storie. I primi film di Leone vanno ricordati perché rivelarono al mondo un regista, che aveva fatto l’aiuto di Wyler, il regista di “Ben Hur”, dirigendo uno momenti più famosi del film: la corsa spettacolare, e complessa per la complessità, delle bighe. Leone ha fatto pochi film ma tutti di grande valore fino a “C’era una volta in America”. La storia di Leone è centrale nella Cinecittà per tutti gli anni Sessanta e Settanya: spiega il percorso di un regista che era figlio del regista Vincenzo Leone, nome d’arte Roberto Roberti; da cui l’omaggio del nome Bob Robertson, figlio di Roberto nella prima firma usata in “Per un pugno di dollari” (1964); il primo di circa 155 film western girati in Italia, molti a Cinecittà. La madre era un’attrice del muto, Edvige Valcarenghi. Leone ha conquistato un posto di rilievo nel cinema del mondo, come Fellini. Sequenze, foto, trailer, interviste, esistono e possono comporre una documentazione di grande richiamo, sulla evoluzione di Leone e del cinema italiano spettacolare al punto da essere ispirazione per registi di oggi come Quentin Tarantino. Leone s’incastra, come la commedia all’italiana, nel periodo che precede la “Dolce vita” (1960) e la lunga vita del genere western.

Un cinema affidato ad attori molto popolari già ricordati come Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Vittorio Gassman che hanno raccontato la società italiani insieme agli autori più attraverso i suoi difetti che nei suoi pregi (indicati come quasi irrilevanti). Attori e registi come Luigi Zampa (“L’arte di arrangiarsi”), Dino Risi (“Una vita difficile”, I mostri”), Mario Monicelli, Luigi Comencini, Vittorio De Sica (“Il boom” con Sordi). Risate, satira, sarcasmo. Nel fragore delle pistolettate e dei dollars leonini, c’erano anche le lacrime di sentimento per Matarazzo cedettero il passo ai sorrisi satirici di rabbia della nuova commedia all’italiana. Contemporaneamente circolarono i film cosiddetti “musicarelli” imperniati sui cantanti di successo come Aurelio Fierro o i più giovani Adriano Celentano, Mina e poi Gianni Morandi. Era l’epoca di Federico il Grande.

Federico Fellini, “l’inquilino” per eccellenza di Cinecittà. Ha girato tutti, o quasi, i suoi film nella sua amata Cinecittà che ha trasformato in luogo del tempo e del mondo, evocando diverse epoche, con film come “Satyricon” o “ Casanova” o “Amarcord” o “E la nave va”. Fellini voleva avere un piccolo appartamento a Cinecittà per viverci e lavorarci, per identificarsi con questa sua privata e pubblica dimensione del vivere. Fellini è l’autore che più ha dato e ricevuto da Cinecittà. Una scelta artistica fatta di sorprese e di emozioni, una capacità di racconto coinvolgente,poetica. Le pareti dei ristoranti, delle trattorie, degli alberghi mostrano ancora le foto non solo dei divi stranieri della Hollywoow sul Tevere ma quelle della era di Federico il Grande. La documentazione (foto,immagini, trailer) fa comprendere molto bene, con suggestioni durevoli, come Fellini, arrivato a Roma, città di sua madre, volle uscire dalla Romagna in cui nacque per approdare in una città sempre sognata e poi conquistata proprio con il cinema

Cinecittà, finita l’epoca di Federico il Grande, ha continuato a tentare di tenere il passo dei temi e a non cedere al cinema di Hollywood, e alla concorrenza di nuovi intraprendenti paesi non solo europei. Ad esempio le grandi produzione di film come “Il barone di Munchausen” (1988) di Terry Gilliam. O come “Gang of New York” (2002) di Martin Scorsese, scenografie di Dante Ferretti (la vecchia New York ricostruita a Cinecittà). Il premio Oscar a Ferretti porta a parlare degli Oscar, alla Statuetta d’oro, il riconoscimento più famoso del cinema. Attori (Anna Magnani, Sophia Loren) e registi (De Sica, Fellini) hanno ottenuto il premio e la loro fama si è diffusa nel mondo, una fama in cui sono coinvolti scenografi e costumisti ma anche compositori di colonne sonore come Ennio Morricone. Le glorie sono nell’aria di Cinecittà. Tendono ad evaporare. Se non accade è perché il mito regge, nostante tutto. Studi occupati dalle fiction, dai talk, dai “ grandi o piccoli fratelli”; o affittati per feste di ricchi paperoni d’ogni provenienza esotica. E’ una situazione stand-by? Il timore è che la precaria situazione sia stabile come il provvisorio in Italia, lo scriveva Ennio Flaiano molti anni fa.

Servono coraggio e idee. Per non deludere non tanto i nostalgici del tempo che fu, ma i ragazzi che sciamano e fiutano buona pellicola. Chi ha le responsabilità, chi vuole investire, chi vuole raccontare, si faccia avanti. Le chiacchiere sono vapori di pioggia sui pini lungo i viali della vecchia e cara città del cinema. Anchilosata.

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