Onirica – Field of Dogs: Recensione del film di Lech Majewski

Lech Majewski si congeda dal suo trittico sull’Arte ispirandosi stavolta alla Commedia di Dante Aligheri. Tra realtà e sogno, il viaggio di un giovane poeta nella Polonia dei nostri giorni

A due anni da I colori della Passione, Lech Majewski porta a conclusione il suo trittico sull’Arte, aperto nel 2004 con Il giardino delle delizie e concluso dopo dieci anni esatti con questo Onirica – Field of Dogs. Un percorso snodatosi attraverso due dipinti ed un poema, a significare in qualche modo l’approccio atipico del poliedrico cineasta polacco, che parte da lampi, intuizioni estemporanee per poi costruirci sopra discorsi non proprio immediati.

È la cifra stilistica di Majewski, che anche quando parte per la tangente dà l’idea di essere consapevole. Onirica non rappresenta il medesimo sfoggio di stile e padronanza tecnologica applicata al grande schermo visto ne I colori della Passione; lì veniva per così dire destrutturato un quadro di Bruegel (Salita al Calvario) in maniera tanto libera quanto ispirata, entrando letteralmente nel celebre dipinto e ricamando alcune brevi storie su alcuni dei personaggi che lo compongono. Stavolta Majewski ci porta ai giorni nostri, alternando l’attualità al senza-tempo, rivisitando la Divina Commedia.

Un’operazione complessa, che nonostante tutto il regista di Angelus conduce senza strafare – rischio concreto a certe condizioni. Onirica è un film più asciutto rispetto a quello che lo ha immediatamente preceduto, sebbene, quasi paradossalmente, appaia ancora più ermetico rispetto a I colori della Passione. È inoltre il più spirituale dei tre, quello in cui ci si interroga in maniera diretta sulla morte e sul senso della vita inteso come viaggio verso una meta sconosciuta: «soltanto nelle tenebre può nascere la luce», dice la zia del protagonista citando delle poesie persiane che sta traducendo, lasciando così che un quesito di carattere morale ricada sul cinema stesso e su quel tempio che ne è la sala.

Tuttavia l’argomentare in Onirica è in fondo meno trasversale di così, perché, fedele alla fonte, è il testo a farla da padrone. Qui Majewski si pone all’esatto opposto di un suo illustre connazionale, ossia Kie?lowski: laddove nei film di quest’ultimo è l’azione a rendere meravigliosamente il dramma, filtrando attraverso una realtà radicale, che non tollera speculazioni di alcun tipo, in Onirica si preferisce drammatizzare il film attraverso il testo, cristallizzando l’azione tra un dialogo e l’altro (che peraltro sono pochi). Caricando di simbolismi e visioni questo percorso tra realtà e dimensione onirica, Majewski appronta un registro di non facile interpretazione, servendosi della monumentale opera dantesca nella misura in cui certi riferimenti possano agevolare il processo di comprensione.

È un cinema alquanto esigente questo, le cui ambizioni artistiche possono essere fraintese per il solito prurito di chi preferisce non farsi capire. Equivoco legittimo ma che non ce la sentiamo di avallare, perché nonostante tutto il regista polacco prende le distanze da certa Arte contemporanea, così bramosa di originalità e soggettivismo da dimenticare tutto il resto. Pur non avendo la potenza di art-horror recenti (come Under the Skin) e meno recenti (come Eraserhead), Onirica resta nondimeno un film d’atmosfera, sfacciatamente antinarrativo e a tratti pure un po’ presuntuosetto.

Ma ci può stare, perché il viaggio del protagonista, Adam, appena uscito incolume da un incidente in cui hanno perso la vita la sua ragazza ed il suo migliore amico, altro non rappresenta che un farsi strada angosciante attraverso la selva di quesiti su senso e nonsenso di un’esistenza in cui tutto sembra precipitare (come l’aereo di cui si apprende al telegiornale, tragedia in cui perdono la vita più di un centinaio di persone). Con un piede nella quotidianità ed un altro nell’immaginario, le riflessioni di Adam durante il sonno costituiscono il vero centro del film, laddove le fasi di veglia ci informano solo degli antefatti rispetto al presente narrativo. Un progresso elegante, lento come i tanti carrelli mediante i quali Majewski indugia su queste tavole (ri)costruite da Adam, afflitto da un trauma e da un senso di colpa dai quali rientra (se rientra…) con non poca fatica. Sua e dello spettatore.

Majewski chiude la sua trilogia senza smentirsi, anzi rinforzando quel fil rouge che lega i tre complessi lavori che la compongono. Anche stavolta ci si divide tra la malia di un film tanto visionario quanto rigoroso, che anche nei casi in cui fa cilecca ci riesce con stile, e l’accumulo di simboli e segni che ne appesantiscono l’assimilazione. Eppure un modo per “testare” la propria disponibilità a tutto questo in fondo ci sarebbe: se quando assistete a un tizio che tiene un aratro trainato da alcuni buoi all’interno di un supermercato non ridete, allora Onirica ha fatto centro ed in quei sogni inquietanti ci siete già dentro anche voi.

Voto di Antonio: 6,5

Onirica – Field of Dogs (Psie pole, Polonia, 2014) di Lech Majewski. Con Michal Tatarek, Elžbieta Okupska, Jacenty Jedrusi, Jan Warta, Szymon Budzyk, Anna Mielczare, Karolina Korta, Karolina Wardyn e Massimiliano Cutrera. Nelle nostre sale dal 17 aprile.

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