Ciak Cannes: questioni di stile, sobrietà, bolle di sapone, narcisismi italiani

Il presente, il presente imminente del cinema si gioca “anche” su scelte utili e davvero efficaci, meglio del fumo delle trovate, degli annunci, dei veleni...

Opening Ceremony Inside - The 67th Annual Cannes Film Festival

Quel che scrivo, in queste righe, vale per il cinema (in particolare per i festival e gli enti pubblici nel cinema) ma anche in genere per il Paese, al quale vogliamo tanto bene. Si direbbe di no, che non gli vogliamo bene, a giudicare da quel che gli facciamo giorno per giorno, rovinandone immagini e, purtroppo, futuro. Se scrivo così esplicitamente è perché mi auguro del contrario. Quando uscirà questo articolo, il Festival di Cannes, il più importante oggi e più ricercato da tutti i paesi che fanno cinema, sarà in archivio; ma le cosucce che sto per scrivere valgono e varranno per le quintalate di festival che si fanno nel nostro piccolo mondo di casa.

Cannes, dunque. E’ stato rilevato pubblicamente, prima che levasse il sipario, la caratteristica del suo stile. Unico in questo: è la sola delle grandi manifestazioni cinematografiche dove il direttore non ritiene necessario introdurre la sua selezione. Nessuna spiegazione, nessuna condivisione d’intenti: il volume con il programma ufficiale elenca solo i film selezionati e presenta le giurie. Niente altro, nemmeno una pagina di pubblicità (che è convogliata su altro catalogo, quello dei partner industriali e culturali. Sono parole apparse sul “Corriere della Sera”, e sono vere. Le faccio mie.

Non è la prima volta che, sul cinema italiano in genere, secerno senza strillare dei giudizi della piattezza e volgarità delle sue pretese. Il nostro cinema, che era grande, continua a sentirsi migliore che nel passato, una sorta di feticcio cosmico, nel nome del neorealismo, dei film (tantissimi) storico-mitologici (non tutti), dei comici (Totò, Fabrizi, Sordi); della commedia leggera (“Pane, amore e fantasia” o “Poveri ma belli”); degli autori sommi (Rossellini, Visconti, Fellini altri, non pochi), della commedia all’italiana (Germi, Scola, Monicelli,Risi), degli autori più giovani (Petri, Bertolucci, Cavani, Taviani).

Il “feticcio cosmico”, che si è guadagnato fama con il sudore della fronte,è una manica vuota, batte al vento della superbia fuori luogo. Essa spunta regolarmente. Pensate alle competizioni e ai confronto acidi tra la Mostra del cinema di Venezia (agosto-settembre) e il Roma Film Festival (novembre). A volte davvero insopportabili, quando i loro direttori sono più narcisi di Narciso e si ammirano negli specchi dell’Excelsior veneziani o in quelli delle toilettes dell’Auditorium di Roma per farsi coraggio in inutili match. E nascono narcisetti in tutte le province italiane.

Tutti questi signori (direttori in carica o scaricati) copiano la politica malata dalla stessa sindrome di apparire, prima di mostrare. Potrei citare altri festival, ma non voglio fare il maramaldo e li lascio in pace: hanno sempre meno soldi di finanziamento, gonfiano la voce come se fosse semplicemente un muscolo; però anch'essi, quando diventano presuntuosi, civettano, sognano di scalzare solo poltrone in nome dell’annuncio, dovrebbero darsi una regolata prima o poi.

Maramaldo o no, due cosucce le voglio dire. Il gonfiare i muscoli con le parole, gli annunci, le sfide basate sul nulla e solo sulla gelosia, non servono a nulla, neanche a poco, seminano orgogli fasulli o manciate di viagra a proposte esangui, senza potenza. Il Paese è nei guai che conosciamo. Il contributo lo dà regolarmente anche il cinema, con le abitudini e il trionfalismo (loffio) che spunta da ogni parte, dalla stampa ai media che creano un’atmosfera di esaltazione fuori luogo.

Non sono un moralista che vuol mettere gabbie di stile e di comportamento. Il Festival di Cannes è un modello che possiamo depurare da ciò che non ci piace, inventarne un altro, o almeno cercarlo. La grandeur francese, quando c’è ed è probabilmente immortale, noiosa, viene da una forte tradizione nazionalista, è una bolla di sapone; ma la si può sgonfiare, è accaduto nel passato di Venezia che idee e dinamismo abbiano contribuito trovate: negli anni Settanta, con Carlo Lizzani ad esempio. Da noi, i fuochi d’artificio di apparenze come lucciole costano, non funzionano, stonato, accontentano lor signori potenti impotenti a risolvere i problemi non solo del cinema ma di tutti i cosiddetti “beni culturali” (non è detto che debbano essere “immobili” o “velleitari” o “ridicoli). Ciak, motore...

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