Spielberg, il sognatore di Hollywood, compie 60’anni

Scrive Emanuela Martini sul numero 48 di Film.Tv, a proposito della scomparsa di Robert Altman: “Credo infatti che, tra i grandi autori cinematografici (quelli cioè che hanno ribaltato la maniera di fare film nei dintorni di Hollywood e perciò la nostra stessa percezione del cinema), Altman sia stato il narratore, così come Scorsese lo stilista,



Scrive Emanuela Martini sul numero 48 di Film.Tv, a proposito della scomparsa di Robert Altman: “Credo infatti che, tra i grandi autori cinematografici (quelli cioè che hanno ribaltato la maniera di fare film nei dintorni di Hollywood e perciò la nostra stessa percezione del cinema), Altman sia stato il narratore, così come Scorsese lo stilista, Peckinpah il poeta, Spielberg il visionario, Coppola il classico“.
Volendo sposare la tesi del “visionario”, credo che Spielberg sia stato anche, e forse soprattutto, il sognatore di Hollywood. Che poi, fra l’altro, bisogna anche vedere in che senso “sognatore”.

Perchè sono convinto che Spielberg sappia bene cosa siano i sogni: complessi, bellissimi, a volte terribili. Sono belli e pieni di speranza ma possono essere incubi. E in Spielberg il sogno è sempre stato un mix di entrambi questi aspetti.
Steven Spielberg è stato il regista che mi ha sempre accompagnato da bambino quando ancora non potevo neanche immaginare cosa fosse il cinema. Crescendo, ho cambiato opinione su di lui, e non di certo in senso negativo. Ho scoperto e conosciuto un regista attento, un autore complesso, che ha saputo essere a suo agio sia dalla parte del cinema più divertente e divertito e anche dalla parte del cinema più complesso e impegnato. Sono anche convinto che non le abbia azzeccate tutte, e qualche volta mi sarei aspettato qualcosa di diverso, magari qualche “scivolone” in meno. Come Always, ultra-melenso remake di Joe e il pilota di Fleming che, pur non privo di qualche bella sequenza, resta un’overdose forzata e spesso noiosetta, oppure Hook, che comunque con i suoi effetti speciali e le sue splendide scenografie resta un po’ prolisso e troppo buonista. Penso anche che Indiana Jones e il tempio maledetto sia il meno riuscito della trilogia, che Il mondo perduto si perda nella seconda parte citazionista e che La guerra dei mondi non abbia il coraggio di eliminare un finale fastidioso e alcune trovate un po’ irritanti.

Ma sono convinto che abbia diretto almeno tre o quattro capolavori. Senz’altro quello straordinario affresco pacifista, affascinante e irresistibile quale Incontri ravvicinati del terzo tipo, e quella straordinaria, commovente e splendida pellicola che resta nel cuore quale E.T. – L’extraterrestre. E poi ci sono gli splendidi Lo squalo (terribile, e anche un po’ traumatizzante) e Schindler’s List (dove il sognatore si ricorda bene delle sue origini e prova orrore e tristezza).
Il suo cinema è fatto innanzitutto di un profondo rispetto verso il prossimo, verso il “diverso”, che possono essere gli alieni arrivati da chissà dove (eccezione per La guerra dei mondi, che resta, come ha anche ammesso lui, un giocattolone, il film che avrebbe sempre voluto vedere per rilassarsi e divertirsi) o i neri, gli ebrei, alcune figure eccentriche prese dalla Storia o da fatti di attualità, persino i robot.

C’è chi l’ha sempre considerato un grande bluff, un regista/macchina acchiappasoldi che spaccia i suoi film per opere fanciullesche intrise di complessità. C’è però anche chi ha sempre considerato un bluff Kubrick, suo grande amico. E A.I. – Intelligenza Artificiale è stato criticato perchè Spielberg avrebbe completamente rovinato il punto di vista di Kubrick, che avrebbe dovuto portarlo sul grande schermo. Ma Spielberg non è Kubrick, e su due piedi non si possono paragonare. A.I. è così come lo abbiamo visto un film profondamente spielberghiano, nelle tematiche, nella tecnica, e appunto nelle “visioni”. Non perfetto e non un capolavoro, ma sottovalutato.

Dal bellissimo Duel al “seventies” e attualissimo Munich, il sognatore di Hollywood è sicuramente diventato ricchissimo, ha fondato compagnie di produzione e studi cinematografici (quali la Amblin Entertainment e la DreamWorks SKG), si è creato un bel po’ di antipatie, ma ha conquistato il grande pubblico e finalmente si è fatto riconoscere dai critici come una delle personalità più influenti e importanti della storia del cinema. E se da una parte lo si può criticare, per gusto personale, di usare lo zucchero un po’ troppe volte, non si può negare che abbia saputo affondare le mani in piaghe e ferite ancora aperte, nel sangue (vedi gli splendidi minuti iniziali di Salvate il soldato Ryan, come esempio) e nella memoria. E la sua leggerezza non è mai così banale, come confermano Prova a prendermi e The Terminal, e ci ha insegnato che il blockbuster può entusiasmare e far pensare (Minority Report).

E festeggiando i suoi 60’anni, spero vivamente che ci regali ancora pellicole importanti (come il futuro progetto su Lincoln) e sappia reggere alle sfide impossibili (come Indiana Jones 4). Donandoci ancora alieni dal cuore che pulsano e hanno gli occhioni grandi e pieni di speranza, di bambini che giocano con le carchasse di aerei, di bambine che nel mezzo dell’orrore creato con le nostre stesse mani adulte riescono ancora a dare colore e un senso alle nostre vite.

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