Gli Italiani in Italia: Eduardo e i “sindaci” raccontati dal suo cinema

Il grande autore tra cinema e teatro, racconta il nostro Paese che nel dopoguerra non ha ancora messo a fuoco il crimine che rinasce

Gli italiani, negli anni Cinquanta si dividevano fra quelli che negli anni Cinquanta cominciavano il “Cammino della speranza”, titolo del film di Pietro Germi, verso il Nord Europa e verso gli Stati Uniti d’America. La storia del Paese stava cambiando in modo convulso, e silente.

Eduardo De Filippo, anche lui, come Rosi e Germi, prende atto che il suo lavoro dovesse aggiornarsi, anche se gli chiedono di raccontare la guerra. La sua “Napoli milionaria”, nata come commedia, nel 1950 diventa film, ma prima va in scena il 25 marzo 1945, al Teatro San Carlo di Napolo con Titina De Filippo.

Il film, girato, con Eduardo, Totò e non attori ingaggiati nei quartieri popolari di Napoli, è subito un grande successo internazionale. Che continua nel 1961 con un’edizione televisiva in forma d’opera lirica. L’opera debutta a Spoleto il 22 giugno 1977, con musica di Nino Rota e regia dello stesso Eduardo. Scritta e messa in scena prima della Liberazione è commedia di svolta, nata dalla esigenza di Eduardo di mostrare come gli eventi bellici non consentissero più un teatro come il suo precedente, essenzialmente umoristico, comico. L’attenzione è messa sull’arte dell’arrangiarsi. Nel mondo dei “bassi”, “quartieri”, “rioni”. Una vita da acrobati per vivere da esseri umani.

L’azione si svolge a Napoli in un lurido “basso” che dà su un vicolo, la famiglia del tranviere disoccupato Gennaro Jovine campa di traffici illeciti organizzati dalla moglie Amalia con il sostegno dei figli maggiori, Amedeo e Maria Rosaria. E’ il 1942, la fine del secondo anno di guerra. In casa è un andirivieni continuo di gente che compra a caro prezzo i generi alimentari procurati di contrabbando. Gennaro non si dà pace per tanta disinvolta avidità e predica il rischio della galera a moglie e figli, i quali, con i suoi ammonimenti morali, lo considerano un relitto del passato. La merce viene nascosta sotto il letto o dentro il materasso ogni qual volta che si teme l’arrivo della polizia. Gennaro si stende sul letto e fa la parte del cadavere, mentre parenti e vicini inscenano attorno a lui il rito luttuoso. Dopo lo sbarco degli Alleati la situazione muta. La casa della famiglia Jovine è stata rimessa festosamente a nuovo. Intanto Gennaro, scomparso durante un bombardamento, non dà notizie da oltre un anno. Amalia è corteggiata da Errico Settebellezze, uno dei suoi vecchi fornitori divenuto milionario, con il quale ha fatto società in commerci poco chiari.

La trama scandisce il trascorrere inesorabile dei fatti che avvengono in una logica nuova, affaristica, nel vuoto dei poteri ufficiali , nel tempo nuovo di una democrazia che comincia dopo il fascismo, e balbetta, e lo farà a lungo. Amedeo è in affari con Peppe ‘o Cricco, ladro d’auto; Maria Rosaria si prostituisce ed è rimasta incinta di un soldato americano di cui non sa più niente. Si sta preparando la festa per il compleanno di Settebellezze, quando improvvisamente dal vicolo compare Gennaro. Agli abbracci e alle lacrime segue la rievocazione delle sue vicissitudini. La guerra lo ha cambiato: “sulamente mo me sent’ommo overamente”.

Ed ecco, arrivano gli ospiti, il banchetto è sontuoso, Amalia sfoggia una toilette di gran lusso. Gennaro non si raccapezza, sente una distanza incolmabile tra i gusti facili di una simile vita e la sofferenza che ha visto in quell’anno di assenza. Nessuno vuole sentire parlare della guerra. Gennaro si ritira accanto a Rituccia, la figlia più piccola, febbricitante. Nella notte la bambina si aggrava: la medicina necessaria per salvarla dalla morte viene offerta da un pover’uomo sulla cui miseria Amalia aveva speculato. Durante la veglia, Gennaro nonostante tutto offre la sua comprensione ad Amalia e ai figli maggiori, la guerra gli ha permesso di capire il legame inestricabile tra bene e male. Addà passà ‘a nuttata”.

Gennaro è affine al protagonista di “Natale in casa Cupiello” , ingenuo e incantato davanti al presepe odiato dal figlio, depositario una vita lasciata…vivere. Anche i ricordi della guerra producono presente doloroso, ma non resta che sperare pazientemente, come nella notte che deve trascorrere per guarire l’infermità della bambina.

Nel traffico di tram negli anni Quaranta-Cinquanta, nel fracasso delle ruote sulle rotaie, ritmo della esistenza e dei desideri in viaggi lunghi o brevi, impossibili, la speranza vola e aiuta a far volare. Il tram che dal Duomo di Milano porta a Mergellina assomiglia alle scope sulle quali, nel finale di “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica salgono a bordo cittadini senza nome, alla ricerca di un mondo in cui il saluto del “buongiorno” voglia dire semplicemente, onestamente, buongiorno.

E’ interessante ma anche curioso ricostruire in breve la vicenda di “Miracolo a Milano”, tratto dal romanzo “Totò il buono” di Cesare Zavattini, edito da Bompiani nel 1943 (l’anno della caduta del fascismo e della chiusura di Cinecittà). Il romanzo era uscito a puntate sul settimanale “Tempo”, ed era lo sviluppo di un soggetto cinematografico scritto a quattro mani da Zavattini e Antonio De Curtis (Totò) nel 1940. Poi, Totò uscì di scena: scomparve il progetto di “Totò il buono”. Le riprese furono effettuate tra il febbraio e il giugno 1950, dieci anni dopo, sette dopo l’uscita del libro. Storia, soggetto, romanzo accompagnarono gli anni più duri dell’Italia per via della guerra e del dopoguerra. Cambiarono. La “bontà” di Totò e di Zavattini cambiò nel tempo.

Nel fascismo poteva essere messaggio contro uno Stato basato sulle divise, sui sogni di grandezza retaggio dell’Impero d’Italia e d’Etiopia proclamato nel 1936 da Mussolini. Una rivendicazione umanistica, con il vago sogno di un domani migliore: una fantasia utopica, nel clamore del trionfalismo imperiale?

Nel 1950, la situazione era cambiata. La monarchia era stata bocciata in un referendum, nel 1946, e cominciava la Repubblica: quale Repubblica? Quella della Costituzione che da carta della nuova nazione si sarebbe dovuta trasferire in atti e valori concreti di diritti e di orizzonti diversi dal passato. Il titolo di “Miracolo a Milano” doveva essere “I poveri disturbano”, ma fu cambiato in seguito alle pressioni dei produttori e di alcuni politici che vedevano il neorealismo come un cattivo biglietto da visita per l’Italia all’estero. Saliti a bordo delle scope, i milanesi, e con loro gli italiani, volarono così tra le nuvole alla ricerca di un buongiorno migliore. Volano dove voleranno terra terra nella linea tramviaria dei sogni Milano- Napoli, andata e ritorno gratis, i passeggeri di “Napoletani a Milano”.

Quante volte ancora faranno con la fantasia il viaggio i napoletani verso Piazza Duomo, e non torneranno? Una moltitudine di emigranti stipati nei treni, in cerca di lavoro e di un futuro. Torneranno indietro, invece, Totò e Peppino in “Totò, Peppino e la… malafemmena” (1956) di Camillo Mastrocinque: il clamoroso film della famosa lettera alla malafemmena che era la bella Dorian Gray, scritta dai due attori arrivati a Milano vestiti da cosacchi per affrontare nebbia e gelo milanesi. Totò detta a Peppino: “Veniamo noi con questa mia addirvi, una parola. Addirvi… Punto. Punto e virgola. Punto e un punto e virgola”. Peppino: “Troppa roba”. Totò: “Lascia fare. Che non dica che noi siamo provinciali, siamo tirati…” Torneranno indietro, i due attori con i loro personaggi. Troveranno quel che sanno di trovare.

In “Napoletani a Milano” la conclusione tramviaria nel film cominciato con la presentazione di una sorta di “sindaco” scelto dagli abitanti di un “rione” in cui alcuni industriali milanesi vogliono abbattere un vecchio palazzo sinistrato dalla guerra per costruirvi una fabbrica, uffici, ambiente d’affari. Il “sindaco”, interpretato da Eduardo, nel “rione” provvede a tutto: si improvvisa veterinario e diventa difensore della gente senza niente che non vuole, perché non può lasciare il vecchio, cadente palazzo in cui abitano. Il “sindaco” interviene, anche inventando inquilini inesistenti, per sostenere con i padroni a Milano la causa dei suoi cittadini; e a Milano gli propongono di far trasferire nella capitale del Nord gli inquilini esistenti per lavorare nelle fabbriche tra nebbia e neve.

Eduardo si interroga e interroga. Nella democrazia appena nata, in Italia, possono servire i “sindaci” non eletti? Un tram dell’utopia può rispondere, corrispondere a un Paese che ha accettato, con la forza, ma anche dando consenso, una dittatura Ma che Paese è, questo? Ed ecco “Il sindaco del Rione Sanità”. Prima rappresentazione, Teatro Quirino 9 dicembre 1960. Allestimenti televisivi nel 1964 e nel 1979. Nel “rione Sanità” Antonio Barracano gode del rispetto di tutti. Dotato di un grande carisma è ascoltato e temuto: a lui ricorrono soprattutto i malavitosi e coloro ai quali la legge pare non offrire garanzie. Convinto che gli uomini facciano cattivo uso della legge, per evitare e contrasti sanguinari si affida al proprio senso morale, sostituendosi a una giustizia subdola, interessata a lucrare sugli ignoranti.

L’aveva capito quando diciottenne, povero capraio, era riuscito a non essere ritenuto colpevole dell’omicidio che aveva commesso: se non si fosse creato alibi e non avesse ingaggiato testimoni falsi, nessuno avrebbe dato credito alla verità delle sue ragioni. Da trent’anni ormai con l’aiuto dei familiari e di potenti del “rione” amministra, generosamente, il proprio potere personale. Barracano non è un “guappo” è un “incantatore” Antonio, chiuso nella sua quotidianità ritualizzata, caratterizzata dal tono sentenzioso e ultimativo con cui affronta i conflitti e dall’affetto esclusivo che riserva alla famiglia.

Eduardo propone il suo personaggio, simile al protagonista di “Napoletani a Milano” : un altro uomo di fiducia del rione, sindaco non eletto, scelto dagli abitanti, carismatico, è colui che amministra la giustizia secondo suoi personali criteri, al di fuori dello Stato e al di sopra delle liti, in un luogo di violente vendette personali. I due sindaci sono stati considerati uomini di camorra, nella lettura che ne è stata fatta dalla critica, aprendo sospetti, polemiche, accuse.

La camorra. Eduardo la guarda in faccia. Dopo il fascismo, negli anni della democrazia. Nei vent’anni della dittatura, la camorra si era nascosta, viveva, pronta a trasformarsi. Nello stato democratico, si nasconde, colpisce, ancora vive,colpisce, allarga gli affari; è un potere. Indagini e arresti della polizia e delle forze anticrimine continuano, giorno dopo giorno. Le notizie arrivano. Di fronte a questa realtà, Eduardo descrive a distanza di anni in due lavori fra teatro e cinema le situazioni di supplenza dei sindaci , nella Napoli non fatata delle immagini di cartolina. I sindaci vengono da lontano,radicati nella tradizione,ancor prima del Risorgimento. La tradizione crea le abitudini e le consolida. Eduardo descrive, “fotografa”, racconta e giudica. Giudica che le supplenze dei sindaci corrispondono a scelte chiuse nei rioni, così la famiglia è chiusa negli interni bui e soffocanti; non sono scelte dal basso , spontanee, esempi di democrazia diretta tra i “bassi” dove vive la gente, il popolo che non conta. Non sono democrazia, dimostrano che la democrazia non risponde fino in fondo ai suoi scopi:la legalità e l’autorità morale, la giustizia sociale.

Questo dice Eduardo, da attore, da autore che conosce Napoli, la Napoli che attraverso il tempo sotto l’incubo della criminalità e della politica stenta nel suo cammino che non può dissolversi una canzone: Tu sì a chiù bella. Versi Totò, i versi che Giuni Russo ha musicato. Una canzone appassionata e struggente. Intelligenza e sentimento. La proposta di Eduardo per capire, senza compromessi, Napoli e l’Italia che balbettano e non hanno bisogno di utopie facile, suggestive, ma di profondità e di democrazia profonda, fin nei quartieri, nei bassi, tra chi non conta.

I tempi dei tram che si chiamano desideri, senza ragione,possono andare in deposito, per fine corsa. Queste righe non sono derivate da un libro che sta per uscire e che ho scritto, sono il frutto di una ricerca autonoma da cui sono partito col ritratto di Eduardo cineasta. Il libro è cornice e quadro di questa storia fatta di tante storie, è intitolato “Eduardo De Filippo, scavalca montagne, cattivo, genio consapevole”, uscirà presso Ediesse nelle prossime settimane.

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