Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di giugno, con i cinecircoli

Il cinema oggi se la passa maluccio: parola di Italo Moscati

Vado e spero di fare bella figura. Frequentavo i circoli del cinema e il cineforum nei lontani anni Sessanta a Bologna. La città aveva un’intensa attività in associazioni con nome e cognome che si sono consolidate nel tempo e vivono o sopravvivono (dice qualcuno) anche oggi. Ricordo certe serate in cui interveniva Pier Paolo Pasolini non soltanto per parlare dei suoi film; ma s’incontravano anche tante belle figure, e tutte quante erano spavalde, serene, magari polemiche ma mai avvelenate, gli uni contro gli altri.

Per il 29 e 30 giugno sono stato invitato a Sassari, presso l’Università, a presiedere la discussione in un convegno che, come spesso accade in casi simili a questo, ha un lungo titolo, più o meno alla Wertmuller: ne cito uno sopra e non lo ripeto. Il titolo è “L’associazionismo culturale agli albori del XXI Secolo. L’impegno dell’operatore culturale e il rogo della cultura”. Ognuno può commentare come crede una proposta del genere ma io voglio leggerla in positivo. Le parole “albori” e “rogo della cultura” indicano con chiarezza che la situazione è seria e grave (come tutta quella del cinema e dei massmedia oggi); quindi bisogna affrontarla, anche perché essa è vista in questo modo non solo dall’associazionismo del cinema. Sto leggendo le bozze degli interventi e altri testi di documentazione. Interessante, c’è la netta consapevolezza della necessità di guardare avanti e se serve voltare pagina con decisione.

L’invito a partecipare al convegno delle nove associazioni mi trova in un incrocio di strade. Strade che mescolano momenti personali e momenti più generali di riflessione.
Sto andando per l’Italia a presentare un libro dedicato a Gianni Toti, un poeta e molto altro ancora, che amava il cinema; ha frequentato e animato le associazioni del cinema, è stato attento alle novità tecnologiche e alla sperimentazione, tanto è vero che ha tentato di fare poesia con l’elettronica. Il libro si intitola “Gianni Toti o della poetronica”, a cura di Sandra Lischi e Silvia Monetti, giovani studiose dell’università di Pisa.

In questo libro figura anche uno mio scritto sul poeta, che fu anche regista, e con il quale ebbi un intenso rapporto di scambi e lavoro nel periodo in cui mi occupavo degli sperimentali della Rai, e promuovevo esordi, ad esempio quello di Gianni Amelio con il bellissimo film La fine del gioco.

Toti avrebbe potuto essere uno dei protagonisti del mio nuovo libro, “L’albero delle eresie” perché aveva tutte le caratteristiche di un eretico, un eretico buono, intelligente, sensibile, contrario alla violenza e alla volgarità ideologica. Non lo ho inserito perché le due studiose stavano preparando il loro libro. A cui rimando. Nell’” Albero” sono presenti molti registi italiani e stranieri (da Fellini a Stanley Kubrick), teatranti d’avanguardia (da Julian Beck a Carmelo Bene), della musica e della danza (da Jimi Hendrix a Pina Baush). Attraverso essi racconto le storie di chi era “diverso ma non avrebbe mai tagliato il ramo dell’albero” dove svolgeva le proprie ricerche e le più personali, ardite, e ancora vive, esperienze. Quella che ho virgolettato è una espressione di Herbert Marcuse, l’autore di “L’uomo a una dimensione”, il filosofo più citato nella seconda parte degli anni Sessanta, il profeta più citato della contestazione; oggi quasi dimenticato.

In mezzo alle foglie di un albero frondoso metto adesso le associazioni di cultura che hanno avuto e hanno a cuore il cinema, ma non solo. Nessuna le cita più o quasi; sono fantasmi di cui sentiamo la presenza, il segreto lavorio; esse non sono possedute né dallo spirito di rinuncia o peggio dalla depressione. Ne sentiamo il discreto fruscio ma io, ad esempio, che sono curioso di loro e le conosco in gran parte, avverto il bisogno di un rilancio.

Un rilancio che superi la storia di alcune di queste associazioni, pionieristiche, con nascite risalenti al dopoguerra; che metta in moto una riflessione rispetto a una realtà profondamente cambiata; e che, infine, cerchi in direzione di un futuro che non si lasci affascinare, o incantare, in una situazione dove tutto è in divenire ma dove il più delle volte prendono spazio illusioni di un domani a portata di mano.

Le associazioni di cui parliamo sono sorte in un’Italia che – avendo voltato le spalle al fascismo e decretato la fine di idee politiche e statuali bocciate – doveva in nome dell’antifascismo mettersi a tessere velocemente una tela non da disfare ma da inventare. Allo scopo di allargare la conoscenza e i valori che di essa era portatore la cultura e in particolare il cinema, massmedia unico, d’eccellenza, anche nei film più popolari.
Nascevano le associazioni e nello stesso tempo, per iniziativa delle istituzioni democratiche, partivano per l’Italia gli assistenti sociali- quasi tutti molto giovani- che avevano avuto l’incarico di presentare agli alunni e agli studenti qualcosa che il Paese avevo “dovuto” dimenticare: la democrazia.
Erano vie parallele. Quella delle associazioni di cinema scavalcò gli anni del dopoguerra e ha avuto, ha, una vita lunga. Ma oggi diversa rispetto al passato, che ha scarso risalto e che rischia di essere avviata non tanto a un viale del tramonto, senza un Billy Wilder, ma ad una sopravvivenza da pianeta di solitari appassionati della pellicola che fu.

Ecco il punto. Le associazioni devono “compromettersi” con quel che è accaduto in oltre mezzo secolo di vicende in cui hanno avuto importanza, e senso; e trovare non una ma più linee diverse e all’altezza. Il cinema oggi se la passa maluccio. Non sto a ricordare come e perché. Lo sappiamo benissimo tutti.
Spero che a Sassari si possa cominciare da quella che non è più una vecchia crisi (come ricorda Rodolfo De Angelis in una vecchia canzone degli anni Trenta, “Ma cos’è questa crisi?) ma da tutte le crisi da cui siamo circondati, compresa quella di internet, dei blog, del computer, del digitale. L’importante è sapere, non fingere di sapere.

Foto: TMNews (La Sala Volpi di Venezia)