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Venezia 71: la Mostra è terminata – è tempo di pronostici in attesa della premiazione

A breve sapremo a chi andrà il Leone d’Oro del Festival di Venezia 2014. Nel frattempo ecco sia i nostri favoriti che i nostri preferiti

Ci siamo. Ancora poche ore e sapremo chi si aggiudicherà questa settantunesima edizione del Festival di Venezia. Una Mostra molto particolare, così per come si presentava già alla vigilia: pochi titoli di richiamo, certo, ma in compenso tanto buon cinema. Edizione purtroppo ridimensionata anche in termini d’affluenza, e che di anno in anno sembra attirare sempre meno gente. File molto corte, salvo rarissimi casi, ed in generale poca folla per le vie adiacenti il Palazzo del Casinò e la Sala Grande, centro nevralgico del Festival.

Tuttavia, come l’anno scorso, la scommessa di Barbera ci pare sia stata vinta; le premesse erano quelle che erano, e di scelte discutibili ce ne sono state. Eppure il livello medio è stato alto, senza exploit, è vero, ma per quanto ci riguarda saremmo sempre disposti a barattare la media con i singoli titoli. Ci rendiamo però conto che un Festival come quello di Venezia esige quei due/tre “di richiamo”, per tutta una serie di motivi, ergo ci auguriamo che già dal prossimo anno si riesca a coinvolgere maggiormente le major o chi per loro.

Al di là del tono, in ogni caso, questo aggiornamento non è concepito come congedo. Per quello aspettiamo le premiazioni. Qui ci teniamo più che altro a spendere giusto una battuta a film rispetto alle proiezioni alle quali abbiamo assistito ieri, oltre che a fare un punto sulla situazione, tra pronostici e preferenze.

Per esempio, ieri il Concorso l’ha definitivamente chiuso Good Kill di Andrew Niccol. Al solito, il cineasta neozelandese d’origine ha ottimo fiuto per i soggetti, mai banali e sempre sul pezzo; ciò che manca è una realizzazione all’altezza di tanta perspicacia nello scegliere ciò di cui parlare. Probabilmente è venuta l’ora di abbandonare la regia e dedicarsi esclusivamente alla sceneggiatura, in cui Niccol è senza dubbio più capace, sebbene Good Kill soffra un po’ anche in quel senso.

Perez. è quel film che ha le carte in regola per venire fuori una bomba e che invece una serie di difetti (tra cui alcuni evitabili) vanificano le premesse. Ad un inizio a dir poco sfolgorante, segue uno sviluppo da “mah”, specie sul finire, quando certe derive davvero non si spiegano. Altro che Zingaretti…

A chiudere il Festival ci ha invece pensato Ann Hui con The Golden Era, una sorta di biopic alquanto scialbo, troppo classico e patinato per aspirare a chissà cosa. In più funestato da una durata sinceramente eccessiva, pecca acuita da un racconto didascalico, che mina ulteriormente l’interesse verso un personaggio ed una storia troppo lontani per chi non ha cognizione di causa.

Adesso ci diamo al più classico dei giochi di fine Festival. Stasera, alle ore 19, avrà inizio la cerimonia di premiazione, e malgrado nelle prossime ore si rincorreranno con vieppiù maggiore insistenza voci su voci, al momento ci è ancora permesso pronosticare e/o scegliere i nostri favoriti. Ed allora il sottoscritto e Federico ci siamo lanciati nell’immancabile passatempo inerente a ciò che abbiamo più apprezzato o meno, oltre che a pronosticare i vincitori. Non prima di aver stilato un nostro personalissimo Palmares. Volete saperne di più? Beh, basta continuare a leggere sotto. Noi vi diamo appuntamento al tardo pomeriggio, quando seguiremo in diretta per voi la cerimonia di premiazione di Venezia 71.

Antonio

Top 10

1) A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence
2) Nobi (Fires on the Plain)
3) Melbourne
4) Hungry Hearts
5) The Look of Silence
6) Le Dernier coup de Marteau
7) 99 Homes
8) Manglehorn
9) Birdman
10) Im Keller

Flop 3

1) The Cut
2) 3 Coeurs
3) Bypass

Federico

Top 10

1) Melbourne
2) Le Dernier coup de Marteau
3) The look of Silence
4) She’s Funny That Way
5) Birdman
6) Hungry Hearts
7) Nobi
8) 99 Homes
9) Anime Nere
10) Italy in a Day

Flop 3

1) Cymbeline
2) La vita Oscena
3) 3 Coeurs

Antonio vorrebbe

Leone d’Oro: A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

Leone d’Argento: Shinya Tsukamoto per Nobi (Fires on the Plain)

Gran Premio della Giuria: The Look of Silence

Coppa Volpi maschile: Michael Keaton per Birdman

Colpi Volpi femminile: Alba Rohrwacher per Hungry Hearts

Premio Osella: Le dernier coup de marteau

Premio Marcello Mastroianni: Romain Paul per Le dernier coup de marteau

Antonio pronostica

Leone d’Oro: The Look of Silence

Leone d’Argento: Andrei Konchalovsky per The Postman’s White Nights

Gran Premio della Giuria: A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

Coppa Volpi maschile: Michael Keaton per Birdman

Colpi Volpi femminile: Alba Rohrwacher per Hungry Hearts

Premio Osella: Il giovane favoloso

Premio Marcello Mastroianni: Romain Paul per Le dernier coup de marteau

Federico vorrebbe

Leone d’Oro: Le dernier coup de marteau

Leone d’Argento: Shinja Tsukamoto per Nobi (Fires on the Plain)

Gran Premio della Giuria: The Look of Silence

Coppa Volpi maschile: Michael Keaton per Birdman

Colpi Volpi femminile: Alba Rohrwacher per Hungry Hearts

Premio Osella: Anime Nere

Premio Marcello Mastroianni: Dogan Izci per Sivas

Federico pronostica

Leone d’Oro: A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

Leone d’Argento: Joshua Oppenheimer per The Look of Silence

Gran Premio della Giuria: The Postman’s White Nights

Coppa Volpi maschile: Elio Germano per Il giovane favoloso

Colpi Volpi femminile: Alba Rohrwacher per Hungry Hearts

Premio Osella: Le dernier coup de marteau

Premio Marcello Mastroianni: Romain Paul per Le dernier coup de marteau

Venerdì 5 settembre: delude Pasolini – è il giorno di Niccol, Zoro e James Franco

di Federico Boni

Terzultimo giorno da Mostra del Cinema di Venezia sotto una leggera pioggia mattutina, che quasi mai ci ha abbandonato nel corso della seconda settimana di proiezioni. Mattinata pregna quella di oggi, grazie al temuto e atteso Pasolini di Abel Ferrara, in corsa per il Leone d’Oro, e per Burying the Ex di Joe Dante. Pronti via e il ‘mistero’ avvolge la sala Darsena. Perché il film di Ferrara parte con il marchio Voltage Pictures. Mistero. Passano un paio di secondi e una musica terrificante ci conduce all’interno di una bara. Che Pasolini sia un horror? Tranquilli. Luci accese, risate di giubilo. Colpa del proiezionista che ha scambiato i due titoli in programma, proiettando prima Dante di Abel. Con la partenza della pellicola esatta lo sgomento lascia spazio alla delusione, perché il film di Ferrara è un’esplosione di difetti. Un pastrocchio poco lineare sull’ultima giornata vissuta dall’indimenticato poeta e regista italiano, interpretato da un Willem Dafoe fisicamente somigliante e poco più. Perché il divo si è limitato a ‘vestirsi’ da Pasolini. Dubbi e perplessità su alcune scelte di scrittura e di regia, vedi il continuo cambio linguistico che vedrà Dafoe parlare inglese e italiano in modo del tutto illogico, per poi spaziare tra gli incompiuti ed ultimi lavori di PPP, ovviamente mai portati a termine. Ferrara li tramuterà in immagini, limitando la presenza di Dafoe/Pasolini ad un paio di scene ‘essenziali’ e poco più. Tiepidissimi applausi, critica alquanto fredda sulla riuscita finale. Era lecito, se non doveroso, attendere altro.

Sbollita la delusione Pasolini la Darsena è tornata agli applausi grazie a Joe Dante e al suo irresistibile e giogionesco Burying the Ex, meraviglioso omaggio ai b-movie di un tempo e al cinema anni ’80 dello stesso regista dei Gremlins. Primo pomeriggio all’italiana, invece, grazie a I Nostri Ragazzi di Ivano De Matteo, presentato nella sezione Giornate degli Autori. Applausi sentiti per il titolo 01, liberamente ispirato al libro La cena di Herman Koch. Protagonisti Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio e Barbora Bobulova, per un dramma famigliare ben architettato dall’inizio alla fine, conclusioni tirate e improvvise permettendo. Serata d’autore, invece, con The Sound and the Fury di James Franco, regista, produttore e protagonista fuori Concorso di un film tratto dall’omonimo romanzo firmato William Faulkner. Qui nei panni di un 33enne malato di mente, Franco ha messo in scena la storia di una decadente famiglia ‘bianca’ nel Sud degli Stati Uniti.

Penultima giornata in arrivo con non poche chicche, vedi Good Kill di Andrew Niccol, ultimo film in Concorso, Perez di Edoardo De Angelis e The Golden Era di Ann Hui.

Giovedì 4 settembre: anche Le dernier coup de marteau è un potenziale Leone d’Oro – arrivano Ferrara e Kon?alovskij

le-dernier-coup-de-marteau

Se contiamo la giornata di oggi, siamo a -2. Due sono infatti i giorni che ci separano dalla premiazione nell’ambito di una Mostra surreale a sprazzi, tra un’affluenza francamente più contenuta rispetto agli anni scorsi, oltre che un passaparola sin troppo tiepido. Ora che a noi di film in Concorso ne mancano appena tre, però, non ci sembra inopportuno cominciare a prendere le distanze da chi in questa Venezia 71 ci ha visto poco, e quel poco nemmeno di livello.

A tempo debito stileremo le nostre conclusioni, soffermandoci su cosa a nostro parere è andato bene e cosa meno. I film, come avrete intuito dalla mole di recensioni che stiamo sfornando quotidianamente, ci sono e alcuni di questi sono davvero notevoli. Ma col tempo più che altro ci stiamo rendendo conto che agli occhi di alcuni Barbera e soci non potevano vincere assolutamente: troppa la diffidenza iniziale, poca o nulla la disponibilità a farsi trascinare da un programma imperfetto ma interessante, pure con qualche perla.

Oggi, per esempio, mentre sembrava che per la Francia non ci fosse più niente da fare (sebbene chi scrive Loin des Hommes l’ha comunque apprezzato), Alix Delaporte ha risollevato le sorti di una cinematografia forte come quella francese, la quale stava seriamente rischiando di uscire ridimensionata da questa Mostra. Le dernier coup de marteau è un film di una sensibilità unica, che unisce il gusto per l’indagine dei profili alla fiducia verso un mezzo al quale troppo spesso viene proibito di raccontare storie, frustrato com’è da chi non è disposto a farsi “consigliare” dal mezzo stesso..

La trattativa vede una Sabina Guzzanti che è sempre la stessa, ossessionata da quello che oramai altro non è che un fantasma (Berlusconi). Confermando maldestramente ciò che alcuni, con non poca malizia, facevano notare qualche tempo fa: trapassato il Cavaliere, molti dei suoi più strenui oppositori lo seguiranno nella tomba. Alla Guzzanti non auguriamo certo nulla del genere, ci mancherebbe, ma si vede che il suo seppur curato documentario è un prodotto sostanzialmente vecchio, che giunge fuori tempo massimo. Scimmiottando i nostri antenati latini, de trattativa numquam satis, della trattativa non si dirà mai abbastanza. Ed infatti va concessa l’attenuante che, Berlusconi e qualche altro trombato a parte (illustre o meno che sia), alcuni dei protagonisti di questa triste vicenda sono ancora sulla cresta dell’onda. Uno addirittura è Capo dello Stato.

Di The Council of the Birds preferiamo parlare in sede di recensione, perché opera prima alquanto promettente, presente anche questa in Settimana della Critica, la stessa che ha sfornato uno dei film in assoluto migliori di questa Mostra, ossia l’iraniano Melbourne. Chuangru zhe (Red Amnesia) il sottoscritto lo recupera in giornata, dato che ieri non è stato possibile. Ma ehi, vi ricordate che qui siamo in due? Perciò andate a leggervi la recensione di Federico. In compenso sono riuscito a superare le tre ore e mezza di Mise en scène with Arthur Penn (a conversation), intervista-fiume di Amir Naderi al regista di Gangster Story, tra gli altri. Una lunga conversazione evidentemente appassionata e a tratti appassionante; si scoprono cose interessanti come quella volta che la moglie di Howard Hawks, allora già deceduto, fece sapere a Penn che il marito riponeva grandi speranze in lui, reputandolo l’unico da seguire. Ma su 210 minuti fate un po’ voi quante informazioni si possono raccogliere, al di là della mera biografia. Perché in fondo si tratta di due registi che amano il proprio lavoro e non fanno nulla per nasconderlo. Naderi, poi, ne esce da cinefilo consumato, come era lecito supporre ma di cui adesso si ha la certezza.

Oggi la Sala Darsena ci regala ospita invece un maestro dopo l’altro. Di mattina alle 9 abbiamo Pasolini di Abel Ferrara, seguito da Burying the Ex di Joe Dante. Non bastasse, in serata arriva Andrej Kon?alovskij con il suo The Postman’s White Nights, secondo film in Concorso della giornata insieme a Ferrara.

Mercoledì 3 settembre: Roy Andersson da Leone d’Oro, scandalo Sivas – è il giorno di Sabina Guzzanti

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

di Federico Boni

Il freddo, la pioggia, la mancata folla delle grandi occasioni e il più che probabile Leone d’Oro. La giornata di martedì ha concesso non poche sorprese alla Mostra del Cinema di Venezia. Vedi clima autunnale e proiezione ufficiale del film già alla vigilia dato come ‘favorito’ numero uno. A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence di Roy Andersson. E mai previsione fu più azzeccata, potremmo dire. Il nostro Antonio, che ha avuto il piacere di assistere all’anteprima stampa del mattino del ‘capolavoro’ di Andersson, è stato infatti alquanto chiaro a riguardo. Sarà Leone. La sua ricca recensione è a dir poco esplicita a riguardo, leggere per credere.

Sempre al mattino, nelle stesse ore in cui parte del Lido si spellava le mani per il titolo di Andersson, il sottoscritto ammirava con stupore Italy in a Day, social movie diretto da Gabriele Salvatores. 44.197 video ricevuti, oltre 2200 ore di immagini, 632 video montati e 627 italiani ‘protagonisti’ da 0 a 104 anni. Un progetto spaventoso e incredibilmente emozionante, retorico ma mai calante. In uscita al cinema solo e soltanto martedì 23 settembre, per poi andare in onda su Rai3 in prima serata sabato 27 settembre. Al termine della proiezione sono poi volato al round table web con lo stesso regista Premio Oscar, che con piacere si è concesso alle nostre interessate e ci auguriamo interessanti domande.

Passato il pomeriggio a scrivere, con l’aperitivo delle 19:30 si è fatto strada il secondo film turco in corsa per il Leone, ovvero lo ‘scandaloso’ Sivas. Protagonista un bimbo di undici anni e un cane da combattimento, da lui trovato morente, accudito e diventato suo amico. Crudissime e violente le immagini di lotta tra animali, con parte dei presenti all’anteprima stampa ‘inviperiti’ nei confronti della stessa opera. Che sia finzione o realtà? Per stemperare la tensione, fine serata con il surreale doc The Show MAS Go On, interpretato da Sandra Ceccarelli, Iaia Forte, Maya Sansa e Filippo Timi, diretto da Ra Di Martino e incentrato sui leggendari e iconici Magazzini Mas di Roma, fino a pochi mesi fa a rischio chiusura. Ma ad oggi ancora in piedi. Perché lo spettacolo ha da continuare.

Giornata pregna anche quella di mercoledì, grazie agli arrivi dell’atteso e temuto La trattativa di Sabina Guzzanti; del quarto ed ultimo film francese in concorso, Le dernier coup de marteau; e dell’americano Cymbeline, interpretato da divi del calibro di Milla Jovovich, Ed Harris, Dakota Johnson, Penn Badgley, Anton Yelchin, Ethan Hawke, John Leguizamo e Bill Pullman. Ergo, tornate pure su Cineblog perché ci sarà tanto da leggere. Come al nostro solito.–

Martedì 2 settembre: a poche ore dal debutto di Roy Andersson, Shinya Tsukamoto irrompe alla Mostra

il-giovane-favoloso

Dal titolo non si direbbe, eppure oggi è stato il giorno de Il giovane favoloso di Mario Martone, non poco atteso biopic incentrato su Giacomo Leopardi. Film che ha diviso, come tante fino ad ora, compreso in casa nostra. Ammetto di non averlo gradito particolarmente, pur grossomodo consapevole di ciò a cui si va incontro in simili occasioni. Solo speravo (e mi sa che non ero il solo) in qualcosa di più convincente, che penetrasse questa figura problematica, chiusa ma estrosa. Ed invece alla fine la sensazione è di aver avuto tra le mani qualcosa che definire piatto sarebbe ingeneroso, però…

Oggi è toccato anche a Tsili di Amos Gitai però. Opera senza compromessi, anche troppo fiero del suo estremismo formale: 3/4 installazione artistica, 1/4 blando cortometraggio. Gitai non è mai banale, e nonostante batta sempre sullo stesso punto, le questioni che lascia emergere sono urgenti. Tuttavia quest’eccesso di metafore, similitudini ed altre figure retoriche sparse finiscono con l’appesantire anche troppo un discorso di per sé quasi specialistico (perché lo è, triste ma vero) quale l’interminabile conflitto tra Israeliani e Palestinesi. A ‘sto giro Gitai torna addirittura a scomodare il genocidio ebraico della Seconda Guerra Mondiale, citazione puntuale e di sicuro non gettata lì per caso. Temiamo però che il regista stia tirando un po’ troppo la corda, e non vorremmo affatto che finisca con lo spezzarsi. Sempre per rimanere a Venezia 71, molto meglio il suo frammento in Words with Gods.

Ma per quanto ci riguarda è stata anche una giornata proficua sul fronte Orizzonti: due i film visti. Il primo è Jackie & Ryan di Ami Canaan Mann, gradevole ritratto senza infamia e senza lode di un uomo e una donna alle prese incontratisi casualmente, ed altrettanto fortuitamente in grado di darsi manforte in maniera reciproca. Un po’ ruffiano, ma la leggera mano della Mann consente al film di lasciarsi guardare tranquillamente. Dopodiché è stato il turno di Bypass, il film (ad occhio) col maggior numero di ralenti visto fino ad ora. Incipit interessante ma sviluppo troppo acerbo.

Ma è questo il passaggio dell’aggiornamento di oggi che più preferiamo. In Sala Perla c’è stata infatti la prima di Nobi (Fires on the Plain) il film Shinya Tsukamoto in Concorso – anche se chi vi scrive l’ha recuperato tre ore dopo in Darsena. Lo diciamo subito, visto anche che alcuni di voi, quelli più voraci, avranno già letto l’apposita recensione: insieme ad Hungry Hearts è il film che ci ha colpito di più tra quelli in lizza per il Leone d’Oro. Scommetteremmo già qualcosa? Beh, se nel film ambientato a New York esce facile facile la Coppa Volpi femminile (Alba Rohrwacher), per quanto riguarda Nobi non riusciamo ancora a sbilanciarci. A pelle ci vedremmo bene un Leone d’Argento, che però Costanzo non meriterebbe tanto meno. Che si fa allora? Semplice, si aspetta di vedere gli altri sette film in Concorso. Manco a dirlo, tredici sono già andati.

Tra poche ore si procede invece nel seguente modo. In Concorso abbiamo A pigeon sat on a branch reflecting on existence di Roy Andersson (che con questo chiude la sua trilogia) prima, e Sivas di Kaan Müjdeci dopo. Inoltre c’è anche spazio per Hill of Freedom di Hong Sang-soo per quanto riguarda Orizzonti, e Revivre di Im Kwon-taek Fuori Concorso. Continuate a seguirci perché da Venezia non abbiamo ancora smesso; e non abbiamo alcuna intenzione di farlo almeno fino a domenica.

Lunedì 1 settembre: applausi per ‘Hungry Hearts’ di Costanzo – è il giorno del favoloso Leopardi di Martone

Scaled Image

di Federico Boni

E arrivò il giorno del secondo film italiano in Concorso al Festival di Venezia, Hungry Hearts di Saverio Costanzo, tratto da un romanzo nostrano eppure semplicemente ‘americano’ nel DNA. Uno di quegli adorabili indie-movie che noi italiani raramente riusciamo a portare a casa, se non in rarissimi casi vedi il sottovalutato Tutti i Santi Giorni di Paolo Virzì. Ambientato in una Grande Mela grandiosamente fotografata, l’ultima fatica del regista italiano potrebbe portare la straordinaria Alba Rohrwacher alla sua prima Coppa Volpi veneziana, dopo aver vinto due David e un Nastro. Un eventuale trionfo più che meritato per un personaggio odiosamente pazzo, affiancato dal sempre più lanciato e talentuoso Adam Driver, futuro volto di Star Wars già visto nel televisivo Glee. Se la prima parte ci concede un toccante ‘innamoramento’, con tanto di colpo di fulmine iniziale semplicemente imperdibile al chiuso di un bagno cinese e puzzolente, con il passare dei minuti l’idillio della coppia lascia spazio alla follia. Quella di una mamma incapace di vedere il male perpetrato nei confronti del figlio appena nato. Sicuramente imperfetto e in alcuni casi ‘trascinato’ nel replicare quanto già visto, Hungry Hearts è un film comunque clamorosamente superiore alla media registica italiana, con un’aggiunta di non poco conto che va ad investire i due protagonisti, impeccabili dall’inizio alla fine.

Altro film in Concorso e riuscita sfacciatamente differente con The Cut di Tahar Rahim, drammone bellico/epico solo e soltanto nelle intenzioni, causa evoluzione degli eventi piatta e didascalica, tanto da trattare in modo inspiegabilmente superficiale un tema assai sentito come quello del genocidio armento del 1915. A pagarne dazio persino Tahar Rahim, volto de Il Profeta solitamente ineccepibile eppure qui limitato da una sceneggiatura priva di concretezza. Due anni dopo il trionfo al Festival di Roma con il pessimo Marfa Girl, Larry Clark è sbarcato al Lido nella sezione Le Giornate degli Autori con The Smell of Us. Un progetto a lungo cullato dal regista americano contenente tutte le tematiche a lui più care. Per la prima volta ambientato fuori dai ‘suoi’ Stati Uniti d’America, The Smell of Us distrugge un mondo, quello di un gruppo di adolescenti parigini perennemente in bilico tra skateboard, sesso, droga e prostituzione. Un titolo che i fan del regista ameranno alla follia, essendo perfettamente centrato anche nei suoi difetti, vedi cliché più o meno sfacciati legati alla generazione Kids. Da segnalare due camei assai particolari. Quello di Michael Pitt, in scena per pochi minuti, e soprattutto quello dello stesso Clark, nei panni di un barbone nonché unico adulto accettato dai suoi ragazzi.

Serata dal taglio televisivo con Olive Kitteridge, mini-serie HBO presentata in anteprima mondiale. 4 ore di durata che in televisione avranno il taglio di 4 ‘puntate’ da 60 minuti, dirette da Lisa Cholodenko ed interpretate da una straordinaria e burbera Frances McDormand, affiancata da Richard Jenkins, John Gallagher Jr., Zoe Kazan e Bill Murray. Tratto da una novella di Elizabeth Strout vincitrice del Premio Pulitzer, Olive Kitteridge racconterà gli eventi verificatisi in una tranquilla cittadina del New England, nel Maine, visti attraverso gli acidi, depressi ed incattiviti occhi di una professoressa di matematica, la Olive del titolo per l’appunto. Dietro la maschera di donna imperturbabile, ovviamente, la McDormand nasconderà un inattaccabile impegno morale e un cuore pieno d’amore. Risate e commozione dominano la scena imbastita dalla regista, probabilmente prolungatasi eccessivamente nel raccontare la sua storia, in grado comunque di spaziare tra decenni e sentimenti, portando la sua meravigliosa protagonista ad un’attesa redenzione finale.

Giornata di ‘pioggia’, meteo alla mano, quella in arrivo, con il 3° ed ultimo film italiano in Concorso. Dopo gli applauditi Anime Nere ed Hungry Hearts, infatti, al Lido scoccherà l’ora dell’attesissimo Il Giovane Favoloso di Martone, senza dimenticare Tsili di Amos Gitai, Nymphomaniac Volume II (long version) Director’s Cut di Lars Von Trier, Jackie & Ryan e Belluscone, una storia siciliana. Se sopravviveremo al diluvio, tornate pure a leggerci per l’immancabile resoconto.

Domenica 31 agosto: 3 Coeurs è il peggior film in Concorso, mentre Al Pacino fa l’en plein

tournage "3 cœurs"

Da dove cominciare se non dall’inizio? Primo film della giornata 3 Coeurs; chi ha letto la nostra immancabile recensione già sa. In preda al delirio post-proiezione l’abbiamo definito “le tresche al tempo dei controlli fiscali, sulle note de Lo squalo”. Speriamo di cuore di avere scovato e definitivamente archiviato l’unica cocente delusione della Mostra: non tanto rispetto alle aspettative, nulle più per ignoranza che altro. No, semplicemente perché dover prendere atto di un film così goffamente fuori luogo nell’ambito di un Concorso fino ad ora di buon livello, lascia di certo l’amaro in bocca.

A metterci una pezza sopra, se così di può dire, ci ha pensato immediatamente dopo David Gordon Green. Il suo Manglehorn resta ancora un gradino sotto rispetto allo struggente Joe, presente in Concorso la passata edizione. Nondimeno il più placido Manglehorn non ci ha lasciato indifferente, a dispetto di una lenta carburazione ed una traccia a priori meno potente rispetto al film con protagonista Nicolas Cage. E poi c’è lui, Al Pacino, che alla luce della sua seconda ed ultima performance qui alla Mostra oramai si può serenamente definire rinato, nel senso che è riuscito con due colpi di spugna a cancellare ogni dubbio circa una presunta fuga da sé stesso. C’è poco da fare, Al Pacino detta ancora legge, essendo uno dei migliori non solo tra i vivi ma anche tra i trapassati.

Il sottoscritto non era ancora riuscito a mettere le mani su Senza nessuna pietà, e a posteriori mi dico in sintonia con chi me ne aveva caldamente consigliata la visione (che era in programma a prescindere). Il film di Alhaique non esente da difetti (non troppi comunque), come alcune battute leggermente stonate ed un ritmo non sempre avvolgente, ma resta in ogni caso un segnale positivo che giunge da un cineasta giovane ma soprattutto italiano. Con in più un Pierfrancesco Favino che è merce sempre più rara. Quindi intanto lo si veda; poi facciamo la conta delle cose che non vanno. Poi però.

In serata doppietta Loin des hommes-Boxtrolls. Del primo rimando alla recensione, ché ne ho già scritto lì. Sul secondo, beh, francamente? Mi aspettavo di più. Coraline e la porta magica è un gioiello più unico che raro, e lo stesso Paranorman rappresenta uno dei migliori film in stop-motion degli ultimi anni. Cosa non è andato allora in Boxtrolls? Nonostante una tecnica sublime, sempre più perfezionata, il film non è intenso abbastanza, oltre a lavorare su una scrittura ahinoi debole. I boxtrolls intesi come personaggi sembrano adorabili, se non fosse che al momento sembrano mancare quelle due/tre intuizioni precise che ce li stampino in testa. Ad ogni buon conto auguriamo a Boxtrolls – Le scatole magiche un box office coi fiocchi.

Sul programma odierno andiamo di fretta e con ordine. Dopo The Cut in prima mattinata, seguono due italiani: Hungry Hearts di Saverio Costanzo e Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco. Chiudono la nostra giornata le quattro ore circa del progetto a puntate della Lisa Cholodenko, ovvero Olive Kitteridge. Via il dente, via il dolore.

Sabato 30 agosto: applausi a scena aperta per Anime Nere e She’s Funny That Way – è il giorno di Al Pacino

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di Federico Boni

E alla fine arrivò il giorno del primo film italiano in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Anime Nere di Francesco Munzi ha raccolto non pochi applausi al termine della proiezione stampa, grazie ad un western moderno a tinte noir che ha confermato le qualità del regista romano, esattamente 10 anni fa Premio Luigi De Laurentiis Opera Prima con Saimir. Una pellicola cupa, in grado di dare forza e spazio ad una famiglia di criminali calabresi, tra archetipi ovviamente rispettati e un finale sbalorditivo che di fatto farà dimenticare il trascinamento centrale che l’aveva inutilmente allungata. Per non dire assopita. Dopo Salvo e La Santa, piccoli grandi casi cinematografici degli ultimi anni, il cinema italiano conferma di aver ritrovato la buona strada di genere, cavalcando ancora una volta quel qualcosa che ci rende celebri in tutto il mondo. La malavita organizzata. Vuoi o non vuoi.

Digerite le ‘black souls’ di Munzi, la sala Darsena del Lido si è rifatta il look grazie all’esplosivo She’s Funny That Way, ritorno al cinema di Peter Bogdanovich. Risate a non finire per la nuova commedia del 75enne regista americano, alleniana nei geni e trascinante nel ritmo, tra attori in forma smagliante, dialoghi frizzanti, gag esilaranti e dichiarati omaggi al grande Cinema americano di un tempo, condito da ‘muse a pagamento’ ed equivoci a pioggia.

Altra sezione ed altro titolo a stelle e strisce con Heaven Knows What, docu-film dei fratelli Ben Safdie e Joshua Safdie presentato in Orizzonti. 90 minuti di droghe ed eccessi che hanno condotto lo spettatore tra i giovani senzatetto di New York, seguendo le orme di due sbandati innamorati. Il tutto traendo spunto dalle memorie di Arielle Holmes. Disturbante nel suo essere profondamente attuale e credibile, l’opera si limita ad ‘osservare’ la non esistenza di una generazione priva di progetti, anche perché senza nemmeno uno straccio di presente. Con l’ora del tradizionale Spritz la Mostra del Cinema ha invece ceduto spazio all’atteso The Humbling di Barry Levinson con un meraviglioso Al Pacino superstar. Un titolo che ai più ha immancabilmente ricordato Birdman di Inarritu, trattando temi più che simili. Vedi divo sul viale del tramonto che prova in ogni modo a rialzarsi, affidandosi all’amore di una giovane donna lesbica. Tra psicopatici, visioni oniriche, dolori fisici, problemi erettili e geniali spunti grotteschi in grado di strappare non poche risate. Fuori Concorso quindi impossibilitato a vincere qualsiasi premio, The Humbling ha comunque vinto la sua sfida primaria: rilanciare Pacino, dopo anni di oblio finalmente di nuovo straordinario.

Fine serata con sala mezza vuota causa orario monster per Senza Nessuna Pietà, altro film italiano presentato nella sezione Orizzonti prodotto da un gigantesco Pierfrancesco Favino, qui anche protagonista nei panni dell’Hodor italico. Un noir che si trasforma in storia d’amore quello diretto con inattesa eleganza dal debuttante Michele Alhaique, riuscito ad inquadrare un’inedita Roma di periferia, tra bande criminali, tramonti pittorici e scorci in costruzione. Tiepidi applausi a fine proiezione, per un film imperfetto ma pregno di spunti interessanti. Tra i quali spicca un viscido e ritrovato Adriano Giannini.

Altra giornata al Lido e primo wekeend di proiezioni, pronto a partire subito a razzo grazie a Manglehorn di David Gordon Green, nuovamente interpretato da Al Pacino ma in questo caso in Concorso e in corsa per il Leone d’Oro. A seguire ci sarà spazio per il francese 3 coeurs, che vedrà Benoît Poelvoorde fare il bis in questo Festival, per poi lasciare spazio a Words With Gods e a Goodnight Mommy. In serata, infine, sarà tempo di Boxtrolls, annunciato capolavoro in stop motion firmato Laika. Ergo, non perdeteci di vista.

Venerdì 29 agosto: in attesa di Munzi la sorpresa per ora è Melbourne

melbourne

Che giornata oggi. Partita un po’ in sordina, con un Beauvois il cui La rançon de la gloire è un film dall’animo gentile, a suo modo celebrativo, ma per il resto anche troppo affabile, ed un Ghesseha (Tales) del quale diremo di più in sede di recensione ma che è anzitutto un progetto interessante che viene dall’Iran. Non abbastanza per farci fare i salti di gioia, tanto che alle 14 siamo entrati in Sala Perla per un Melbourne di cui si è sì parlato parecchio, ma che fino a quando non vedi non ci credi. Ed invece…

Invece l’impennata di questo Festival parte da un’opera prima, nell’ambito di una sezione essenzialmente periferica come la Settimana della Critica. Fortemente voluto dai selezionatori, che infatti con Melbourne hanno inaugurato tale sezione. Ed un’apertura col botto è stata. Il film di Nima Javidi è un gioiellino di regia e scrittura, sorprendentemente bilanciato per un cineasta che ha alle spalle corti, documentari e spot TV, ma nemmeno un’opera di finzione a parte questa. Tirato, lucido, al di là dell’esordio trattasi di un film che fino a questo momento ci ha colpito in maniera considerevole. Ammesso che ne esca ridimensionato di qui alla fine della Mostra, non si può negare che Javidi sarà seguito in attesa dell’opera seconda.

Dopodiché è stato il turno di 99 Homes, il migliore in Concorso fino ad ora, di cui abbiamo già parlato nell’apposita recensione, alla quale prontamente vi rimandiamo. E poi c’è Seidl, che è già di per sé un titolo. Il regista austriaco con Im Keller si cimenta in ciò in cui riesce meglio, ovvero essere estremo. I suoi sono film che non tollerano le mezze misure, e se proprio non si riesce ad andare oltre i toni radicali e dissacranti di Seidl, è inutile anche solo provarci. L’intuizione stavolta è quella di portarci a spasso tra le cantine più estrose d’Austria, venendo a contatto con le figure più disparate; tra chi si fa appendere per le palle, chi spolvera un’uniforme nazista, chi si fa violentare, chi colleziona animali morti e via discorrendo. Ne esce fuori un ritratto impietoso, che al di là del taglio documentaristico fa scalpore non perché improbabile ma proprio perché verosimile. E per chi apprezza, anche spassoso.

Oggi finalmente è il turno dell’Italia, con il promettente Anime nere di Francesco Munzi. Poi l’atteso (almeno da noi) She’s Funny That Way di Bogdanovich e The Humbling di Barry Levinson per il Fuori Concorso. Per il resto, lasciamo fare al tempo. Sapete, qui a Venezia, un po’ come a tutti i Festival, si vive alla giornata.

Giovedì 28 agosto: tutti pazzi per Birdman – è il giorno di 99 Homes

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di Federico Boni

Dopo la pioggia, l’umidità e il freddo delle prime ore, il caldo sole del giorno d’apertura. Venezia 71 ha ripreso la strada della stagione estiva nella sua prima ‘effettiva’ giornata di proiezioni, ovviamente caratterizzata dall’applaudito Birdman di Inarritu. Un film che la stampa ha potuto digerire al mattino, appena sveglia, spellandosi le mani dinanzi alla bravura di un Michael Keaton che punta con forza alla notte degli Oscar. Un film tecnicamente straordinario, girato di fatto in un unico ‘finto’ piano sequenza, costringendo l’intero straordinario cast ad un memorabile lavoro di memorizzazione e recitazione. Spiazzati dall’Inarritu che non ti aspetti, qui in grado di picconare Hollywood in tutte le sue più rumorose e ingombranti componenti, la mattinata del Lido è proseguita con Messi di Alex De La Iglesia. Un documentario a senso unico quello diretto dal celebre regista spagnolo, più che altro interessato alla beatificazione del suo talentuoso, vincente e premiato protagonista. Perché Messi è Dio, direbbero i tifosi del Barcellona, e in quanto Dio praticamente perfetto e intoccabile. Almeno sul grande schermo veneziano.

Mangiato in fretta e furia un panino, perché chi ‘vive’ il Festival per correre da un film all’altro non può avere proprio fisicamente il tempo di mandar giù nient’altro, è scoccato il tempo di Before I Disappear, titolo alquanto atteso da centinana di giovanissime fan grazie al suo co-protagonista. Paul Wesley, belloccio di stagione famoso grazie alla serie tv The Vampire Diaries. Attori, produttori e regista presenti in sala, con tanto di sorrisi imbarazzati dinanzi all’interruzione improvvvisa della pellicola. Causa allarme anti-incendio, scattato dopo un’ora e riuscito a portare i vigili del fuoco alle porte della sala. Immancabile la fastidiosa interruzione per una decina di minuti, con cast ‘infastidito’ dall’inconveniente quanto i giornalisti presenti. Aperitivo da ‘premio’ alle ore 19 grazie a The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, sorta di ‘sequel’ dell’acclamato The Act of Killing. Al centro della trama del documentario il genocidio indonesiano, con le purghe anticomuniste del 1965 che causarono un milione di morti. Oppenheimer sonda il lato umano delle vittime, concentrando la propria attenzione sul fratello di uno dei ragazzi assassinati dal regime. Quel che venne mostrato nel documentario di un anno e mezzo fa viene ‘ripreso’ ma dal punto di vista della famiglia dell’uomo torturato. Il fratello minore vuole infatti incontrare gli assassini di un tempo, tutt’altro che redenti. D’impatto e potentissimo, The Look of Silence difficilmente abbandonerà il Lido senza un riconoscimento tra le proprie mani. Calorosi applausi a fine proiezione, con stampa colpita e presa a ‘pugni’ dall’impatto dirompente delle immagini, crude nella loro umanità.

Ultima proiezione del giorno dal taglio decisamente differente, più folle e leggero, grazie a Reality di Quentin Dupieux. Un titolo in bilico tra sogno, pazzia e realtà, intrecciando le esistenze di vari strambi personaggi, incapaci di orientarsi all’interno di una sanità mentale che fa acqua da tutte le parti. Da Jason, il cameraman che sogna di diventare regista horror, a Bob Marshal, il produttore annoiato tendenzialmente incapace di prendere una posizione definitiva, fino alla piccola Reality che da’ il nome al film, ossessionata da un vhs trovato tra le viscere di un cinghiale, al suo ‘preside’ che ama vestirsi da donna, per poi chiudere il cerchio con l’uomo pupazzo che è convinto di avere un’allergia alla pelle, tanto da grattarsi da mattina a sera. Spingendo a manetta sull’acceleratore dell’assurdo, Dupieux si è completamente lasciato andare alla fantasia più estrema, sfiorando vette di genio di non poco conto. Giornata importante quella di giovedì grazie agli arrivi di 99 Homes, film di Ramin Bahrani con Andrew Garfield e Laura Dern mattatori, senza dimenticare l’iraniano Ghesseha (Tales), il francese La rançon de la gloire e l’italiano La vita oscena. Insomma, non perdeteci di vista, perché ci sarà tanto da raccontare. E soprattutto da leggere.

Mercoledì 27 agosto: la Mostra è aperta, tra pioggia e speranze

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«Ma ché restate anche a quella delle 22?!»; così ci incalza una simpatica collega, che ieri sera scoprì da noi che sì, alle 22 era prevista l’ultima proiezione stampa della giornata. 27 agosto: parte ufficialmente l’edizione numero settantuno della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Criticata, difesa, snobbata, attesa e chi più ne ha più ne metta, l’appuntamento col Lido rappresenta comunque una tappa di primo piano nell’ambito del panorama festivaliero mondiale.

Noi, che delle campane a morto non sappiamo cosa farcene (e lo scrivemmo già qualche tempo fa su queste pagine), siamo in trepida attesa di conoscere ciò che il Direttore Alberto Barbera ed i suoi collaboratori ci hanno riservato quest’anno. Anche se a dire il vero un’estemporanea intrusione, giusto per cominciare prenderci gusto, l’abbiamo fatta ieri, e con ben due film. Film inerenti ad una sezione collaterale quale è le Giornate degli Autori, ma d’altronde cosa sarebbe la Mostra senza di loro?

Prendete Orizzonti, per esempio. Dispiace già adesso non riuscire a seguirlo come si vorrebbe, dato che sulla carta meriterebbe un Festival a sé. In un contesto che i giornalisti «quelli seri» hanno da tempo presentato in aperto contrasto con Hollywood, addirittura ostile, segno che non è ancora stata smaltita la botta Fincher/Anderson – come saprete, finiti a New York. Ma se anche fare di necessità virtù significasse schierarsi, a noi poco importa; l’anno scorso di rischi ne furono presi ma alla fine tutto si poté dire tranne che non fu una rassegna interessante. Insomma, riparliamone fra dodici giorni o giù di lì.

Qui intanto lo staff di Cineblog si è insediato ed è già a pieno regime, desideroso di raccontarvi il Festival non solo in maniera quanto più completa possibile, ma si spera pure in toni accattivanti. Spazio dunque alle nostre consuete recensioni, oltre che agli oramai immancabili aggiornamenti del presente diario; giusto per scrivere della Mostra e sulla Mostra da un’altra prospettiva. Vi invitiamo inoltre a seguirci su Twitter, dove saremo attivi anche in prima persona.

Ah già, i film. Il primo è stato The Goob, buon esordio di Guy Myhill che si ispira a certo cinema indipendente americano per sondare a sua volta l’entroterra britannico, in un film imperfetto ma di pancia, asciutto anche se non tiratissimo. Il secondo, Métamorphoses di Christophe Honoré, apre la girandola letteraria qui alla Mostra. Operazione apprezzabile ancorché ambiziosa, che infatti non regge sul grande schermo ciò che forse un palco avrebbe “assorbito” meglio; d’altronde si parla di Ovidio al cinema. Fate un po’ voi.

Per il resto vi diamo solo due titoli, che oggi aprono col botto questa prima giornata di Festival. Birdman e The Look of Silence. Noi contenti.

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