Venezia: Anni e tormenti, una vita di stenti e di perdenti con il volenteroso orgoglio della poesia

Il cinema italiano di fiction spesso ha provato e riprovato a guardare indietro per capire cosa è successo ma la voglia di rievocare, e sapere, si perde, cade negli struggimenti: “La vita oscena”

La fila è lunga davanti alla Sala Darsena, la sala che ha i piedi bagnati nel canale subito sotto; è stata rifatta, trasformata dai legni provvisori di sempre alla dignità visiva di luogo di orizzonti del cinema; schiaffeggia il buco verde e tombale di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo Palazzo del cinema, e non è. Bello l’ambiente, per l’occhio e il conforto delle terga degli spettatori; la qualità dei sonori e delle immagini, in cui gode tutta tecnologia all’avanguardia. Godremo, speriamo, noi seduti comodi attendiamo il banchetto per il nostro assurdo amore per il cinema. Pazienza, vecchio ragazzo, mettiti lì, e sta buono. Tutti i presenti hanno pazienza, una marea di gente che aspetta di leccarsi il lecca lecca di un film da un titolo provocatorio, definitivo, una frustata: “La vita oscena” di Renato De Maria, un regista ancora giovane che ha fatto diversi film con attenzione su personaggi dell’arte, delle avanguardie in particolare, delle lotte politiche incantate dai miti rivoluzionari ed esistenziali, scommesse affascinanti e il più delle volte ingloriosamente perdute, in cui resta la gloria di avere partecipato.

Eccoli gli anni del passato prossimo. Gli anni dei figli dei fiori che sono cresciuti, si sono sposati e avuto figli, in questo caso un figlio bello e sensibile, che mamma e papà hanno tenuto nella loro serra e lo hanno innaffiato con un amore pressante, esclusivo e gli hanno regalato uno skateboard perché faccia esperienza di moto e di velocità nella vita che si annuncia. Ricordiamo. Soprattutto la madre è la figlia dei fiori. Ovvero, la figlia copiata dalle ragazze americane che, in mezzo alle violenze dei contestatori e della polizia che le li picchiava, questi floreali campioni della sensibilità, portavano la grazia di ampie gonne gitane, capelli arricciati non dal caso ma dalla permanente fatta in casa. Le serre possono essere pericolose, se troppo chiuse. Il ragazzo dei genitori chiusi anch’essi nella serra della vita liliale di sentimenti, guarda queste due persone che lo hanno generato, belle statuine d’ordine gaio, lezioso, con un amore teso, vero e preoccupato. Il ragazzo ha ragione di essere preoccupato. I genitori floreali muoiono, uno dopo l’altro, lo lasciano solo, con la disperazione e la valvola guasta della poesie che non aiuta, aumenta anzi il dolore, trasforma la tragedia familiare in un inferno che vive di paradisi artificiali: droga, sesso, molto sesso, dall’etero al gay, come una passerella sul teatro del varietà della vita guasta per rabbia e nostalgia.

Non vado oltre. Il film è tratto da un romanzo di Aldo Nove, pubblicato da Einaudi perché, al di là del valore di un giovane scrittore che c’è o c’era, lo si è considerato esemplare, significativo: destinato ai ragazzi curiosi di come se la sono cavata o no la generazione precedenti. Però… De Maria è un bravo regista. Sa muovere la cinepresa, conosce la tecnica e il gioco delle immagini, usa musiche piene di echi che turbano disturbano, tubano con le immagini; interviene con una gamma di soluzioni grafiche che sono discrete e di buon gusto. Ma il film tradisce la storia che vuole raccontare. Sia perché la storia di Nove ha una gracilità pennellata di buone intenzioni e troppo sbilanciata verso la elegia della esistenza che si mescola con la voglia di morte, la disperazione poco oscena anzi ovvia degli stadi della perdizione; e infine un happy end strappato con le unghie, i denti, le buone intenzioni di mettere un buco al budello elegante di sofferenze.

Peccato. Una volta di più, la tematica superclassica, supersfruttata, supernota dei pischelli affossati da genitori troppo floreale o da genitori troppo a mollo nel mare di cascami ideologici novecenteschi, suscita interesse (la folla degli spettatori) ma nella Sala Darsena, un porto confortevole, arriva un intreccio di buone intenzioni, buone soluzioni visive; in conclusione lascia il sapore amaro di un amore non risolto con le storie di una storia che si crede di afferrare, mentre sfugge di mano, vola di qua e di là, tra film visti e stravisti, di cui sembra una copia volenterosa e insoddisfacente.

Ho dedicato spazio a “Una vita oscena” perché gli sprechi di temi e talento, non mi piacciono, non mi piacciono le commedie degli errori quando mancano di una vera ispirazione, di un vero rispetto per i temi, il talento, gli spettatori.

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