Venezia – Salvatores si ricorda di “Koyaanisqatsi” per “Italy in a day”: fascinazione in un paese che spera di uscire dallo sfascio

Un anno fa il regista napo-milanese chiese in tv e attraverso la stampa agli italiani di mandargli dei video, ne ha fatto un film che pone tante domande

“Koyaanusqatsi” un grande film di un impiegato americano che si diede al cinema poiché aveva una cosa da dire, partendo proprio dal titolo del film che nella lingua amerinda significa “vita in tormento”. Era il 1982. Sono passati trentadue anni e si può dire che se il mondo oggi è in tormento più di ieri per guerre, sgozzamenti, fame, vere e proprie crisi, l’Italia si trova in mezzo a uno smarrimento da cui sta cercando di uscire; ma come?
Ed ecco che Gabriele Salvatores, regista sensibile e attento, ha avuto l’ idea in apparenza frustra e banale: quella di chiedere agli italiani di mandargli dei video, come fa qualsiasi tv anche locale, nel solco dell’ormai annosa “Paperissima”.

Ma Salvatores non è un grossolano produttore tv e non è neppure il Ricci della 5, l’Antonio Ricci spiritoso e sapiente che conosce i gusti del pubblico, quel pubblico che cerca divertimento sul video anche per placare quella “vita in tormento” che viviamo da sempre, e non solo in Italia nel globo globalizzato da novità e affanni, pochi sollievi. Mentre attendeva l’arrivo dei video (pare che siano arrivati numerosi) Gabriele meditava la sua idea di partenza, che aveva di sicuro già in testa, da appassionato di cinema: rifarsi al film dell’impiegato americano trasformatosi in regista, Goffrey Reggio, e raccontare la vita di oggi fra tormenti e non solo.

Ne è venuto fuori un film creativo di montaggio, e cioè un vero e proprio film. Per raccontare con i fili di video ricevuto un super-racconto sospeso tra cielo e terra,la terra vista dalla luna. Con una colonna musicale che è alla Philip Glass (grande artista presente anche in “Koyaaniqatsi”) o alla Philip Glass, con aggiunta di canzoni e altri brani musicali, il regista napo-milanese trova i ritmi per la sua narrazione. C’è un astronauta che narra dalla sua nave nel cielo e ci sono altri italiani che sono alle prese con la quadratura del cerchio pranzo-cena, lavoro- riposo (che non ci sono grazie all’ansia che divora), nascita-morte (vite lunghe senza pace).

Il tema della nascita imperversa. Parti e neonati, sotto gli occhi felici e sbigottiti di genitori che si chiedono e chiedono al neonato: “Beh, adesso che succede, che cosa facciamo?” Il tema della precarietà imperversa. Giovani e vecchi che si guardano e interrogano con occhi sgranati: “E mò che succede?” Il tema del crimine imperversa ma sotto traccia, infilato, breve. Un collaboratore di giustizia che si domanda e domanda: “E mò che faccio, ora che ho collaborato?”. Ce lo chiediamo tutti noi che intuiamo i retroscena del crimine che esplode in tante ragioni nel nostro sciagurato Paese.

Un bel lavoro, questo di Salvatores, aggrappato alle speranze della nascite e al cupo dosaggio dei pericoli in cui viviamo. Un bel lavoro impotente, immagini che scorrono, s’inseguono, impattano, mescola di sentimenti e risentimenti, angoscia, ricerca disperata di stelle che brillino non nei cieli ma nei cuori e nelle menti. Di noi frustrati. Un bel gioco che dura non poco, ma si quieta senza rassegnarsi, nella convenzione del bene che comunque spunta nelle scene del male, e cerca di salutare con la mano cicciotta del bimbo che frigna e sembra dire: no “koyaaniqatsi”, please. E invece?

Un bel lavoro non cambia il mondo, lo accarezza, lo titilla, lo provoca, nella fiducia che ne sgoccioli un po’ di rugiada che rinfreschi le menti e distilli soluzioni. Ho provato anch’io con “Viziati”, serial tv, un lungo film di montaggio di successo che la Rai non replica perché ha paura. Ciao angelo Gabriele. Continuano le nostre vite in tormento.

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