Venezia: la pericolosa dolce vita di Pasolini in una Roma senza tempo

I registi americani, e quindi anche il “ribelle” italoamericano stagionato, pensano regolarmente a una città che non è più eterna ma è condannata al fellinismo

Sono incredibili i titoli di testa e di coda in “Pasolini”, atteso, troppo atteso film di Abel Ferrara, il “cattivo tenente” (film tra i suoi pochi da salvare). In testa, un elenco di finanziatori da kolossal Hollywood sul Tevere, facciamo finta: “Ben Hur” di William Wyler (e Sergio Leone, la fantastica corsa della bighe). Soldi a pioggia dall’estero e dallo Stato italiano. Un atto dovuto nella speranza di un capolavoro o di un film da far chiasso con benefici al botteghino. In coda, un elenco interminabile di collaboratori e persone da ringraziare, come o molto di pù che in “Star Wars”.

In più, il ricordo di una cartella stampa che neanche “Via col vento” ha raccolto nei suoi anni: migliaia di articoli e di interviste, spetteguless (come dice Antonio Ricci in “Striscia la notizia”), gossip a manciata (come neanche riesce e Signorini in “Chi”). Ma la montagna, anzi le montagne hanno partorito un topolino. Topolino o trottolino curioso, Abel, il fascino di Roma gran mignotta della storia lo ha affascinato, come accade a tutti gli americani quando vengono a visitare il colosseo, dalla liberazione della capitale dai nazisti nel 1944 alla “Dolce vita” di Fellini del 1960. Una lunghissima dolce vita dura a morire, ficcata come un pietra di San Pietro nella testa dei turisti in cerca della Fontana di Trevi.

Abel voleva, vuole raccontare Pasolini. Lo ha letto, non so se tutto però, forse in un bignami, ma non voglio offendere; ha interpellato gli amici del poeta-regista; ha immesso nel film Ninetto Davoli, il riccetto dai capelli bianchi, colmo di sorrisi da romano de Roma, candido e intelligente, pronto per il cinema a fare e a dare tutto se stesso, come ha dato al suo amico-protettore Pasolini a cui piacevano i ragazzi tosti, dagli occhi innocenti, dal sesso bollente tra le gambe.

Non oso dire che Abel ha capito poco o nulla nel descrivere il poeta-regista nella ultima sua giornata di vita, un 2 novembre di tanti anni fa. Non oso perché mi sono convinto di una cosa: la pesca è magra nel mare magno di libri, articoli, documentari, film, foto che sbranano Pasolini come cani rabbiosi, in cerca di un “loro” successo d’autore, a scapito del successo di dolore e di disperazione, di curiosità e disperata vitalità di Pasolini.

Il film è un piccolo quadro di disperata dolce vitalità sparsa tra una intervista al timido attore Willem Defoe, che interpreta un assente, “astratto” protagonista, la cui somiglianza all’originale è garantita da guance scavate, un paio di occhialoni neri, una capigliatura gonfiata col gel; una cornice di omosessualità gay che non è gay, ma è triste, drammatica, pesante; il labile sogno di Ninetto (vestito da Eduardo) e da suo figlio (Scamarcio) pronti a seguire una cometa verso una spazio che non sarà mai un paradiso; infine, il lutto-sgomento-vero di Susanna (Adriana Asti), vero e unico amore di Pasolini.

Abel ha capito queste fascine stente accumulate in ottanta minuti: non è molto, anzi è poco, pochissimo. Ha fatto il suo film con paura, tentando di essere gentile e profondo, e con tipica strafottenza americana. Non ha avuto la sensibilità e la finezza per raccontare una tragedia italiana, quella, ripeto di un poeta-regista, di un uomo impegnato politicamente, un poeta civile, uno così che nasce una volta sola in un secolo (come disse Moravia al funerale). Dopo i film e i documentari, innumerevoli, che sono stati fatti sul “morto”, sul “cadavere” di cui si sono nutriti, ne arriverà un altro, poi un altro ancora… e sarà ogni volta una cocente delusione.

Chi ha letto o visto Pasolini, si fa, si faccia una idea personale. E’ la cosa migliore. Del resto è ben nota l’altalena senza fine. Pasolini è stato ucciso dai fascisti, per un incidente d’eros, da un gruppo di ladri o di nottambuli furenti contro i froci, da un marchettino di bar e di stazione, e così via, o da… ? Ci sono e ci saranno sicuramente altri Abel dietro l’angolo a propinarci una ipocrita voglia di celebrare un grande poeta-regista per ricavarne film fatti solo, o quasi, di titoli testa e di coda. Esagerati.

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